Il misterioso Robert Piumati

Giuliano Ferrara

12/07/2019

Il misterioso Robert Piumati

Macron (foto LaPresse)

Bon vivant comunista, primo maestro di vita e politica di Macron quando era un po’ sovranista. Quasi una biografia

Una volta Macron era sovranista o amico dei sovranisti, sia pure della specie colta e sofisticata incarnata da Jean-Pierre Chevènement, detto il Che, socialista, ministro dell’Interno, l’uomo che candidandosi fotté Lionel Jospin primo ministro alle presidenziali del 2002 (contro Chirac passò al ballottaggio Jean-Marie Le Pen), l’organizzatore del comitato per il “no” al referendum sulla Costituzione europea del 2005 (e un alone di mistero circonda il voto stesso di Macron a quel referendum). Una volta Macron era amico di un comunista di incerta origine personale, Robert Piumati, un tipaccio interessante con la faccia da gangster (come racconta in un bellissimo reportage Ariane Chemin del Monde), e faceva da studente di Sciences Po una vita trasgressiva nei bistrot e nei caffè del quartiere latino, mentre imparava da provinciale inurbato, da giovane lupo balzachiano curioso e molto ambizioso, i rudimenti della politica e le lezioni della storia nel circolo amicale di questo straordinario e coltivato personaggio della vita parigina del Quinto Arrondissement di fine secolo (il Novecento).

  

Già tornare sulla fase chevènementista del presidente europeista, l’ultimo bastione contro il sovranismo di oggi, nazionalpopulista, e riandare alle scuole di partito estive del movimento antieuropeo da lui frequentate, insomma a una militanza precoce, come tutto è precoce nella vita del presidente trentenne, colpisce. Ma come era stato in passato per Craxi, e per il suo sodalizio con l’ex comunista Eugenio Reale, il proprietario dell’Hotel Raphael, amico e consigliere politico, la propensione giovanile all’amicizia e al compagnonnage eccentrico è parte della personalità complicata di un uomo di stato identificato in esclusiva con la missione riformista, europeista, liberale e con il relativo pragmatismo economico e sociale nel segno dell’esperienza di funzionario e di banchiere d’affari.

        

Le biografie ufficiali abbondano di particolari intorno al rapporto da discepolo di Macron con il filosofo protestante Paul Ricoeur, si sa tutto dei suoi interessi storici e filosofici, per non dire della sua carriera nell’establishment borghese e Rothschild, ma per alcuni anni lo stregone delle sue serate giovanili era questo bulldog operativo nel settore del finanziamento del Partito comunista francese, questo classico funzionario internazionalista passato da compiti politici al retroterra di oscurità e reticenza in cui i comunisti hanno sempre coltivato con uomini di fiducia il loro traffico finanziario. E si parla di anni non lontani da quelli che poi hanno preceduto la scelta politica trasversale, la fondazione del partito né di sinistra né di destra o tutte e due le cose.

        

Piumati era il re dei bar della Contrescarpe, sulla montagna di Sainte-Geneviève, tra il Pantheon e le grandi scuole, nel settore più popolare e bohème oggi divorato dal turismo e dal pittoresco. Era l’anfitrione (pagante) e entro certi termini il maestro delle serate nella fatale Brasserie della Rotonde, boulevard Montparnasse, dove pagava i conti e manteneva il circolo di amici simpatici e intelligenti, tra cui Macron, tutti che ruotavano intorno alle sue abitudini nottambule e alla sua ronde de serviette (la Rotonde è la Brasserie dell’intimità e dei ricordi in cui dopo il primo turno delle presidenziali Macron celebrò la sua vittoria e imminente conquista dell’Eliseo con collaboratori e amici, facendo scandalo per il presunto boboismo, e rispose piccato: “Se mi criticate per una cena con gli amici, non sapete niente della vita”).

        

Dicono di un romanzo di formazione nei suoi dettagli meno convenzionali le foto in cui Piumati, una sorta di Tapie comunista, si accompagna nel sorriso a un bel jeune homme borghese e compito ma non banale, con i capelli folti e i boccoli, un Macron venuto di fresco da Amiens in Piccardia, e inoltratosi nell’Île-de-France e nella capitale dei re per conquistarla (“Et maintenant, à nous deux!”, esclama Rastignac nel “Père Goriot” di Balzac). E il magistero di quest’uomo più vecchio e più esperto della vita vera, non accademica, deve aver dato qualcosa al temperamento di un presidente iperpolitico che tutti sono chiamati a ritrarre e a giudicare, secondo le fonti ufficiali disponibili dopo il suo trionfo repubblicano, come il rampollo di una agiata borghesia provinciale passato direttamente alle grandi scuole e poi al funzionariato di stato, al massimo con un’esperienza di ascolto e collaborazione con un filosofo umanista della haute société protestante.

   

Invece fu anche sovranista e copain di un comunista e finanziatore del partito di cui non si sa dove siano state disperse le ceneri, di cui è incerto per sua scelta depistante il luogo di nascita, chissà se la Corsica e quale Corsica, chissà se l’Ardèche, chissà se partorito su un treno in provenienza dall’Italia; un tipo di cui si può ipotizzare un ruolo di internazionalismo dei servizi nell’epoca sovietica  (“Mettetemi in una busta della spazzatura” aveva detto Piumati quando aveva saputo di essere malato, come racconta la Chemin, “e non state a perder tempo consegnando il mio corpo alla scienza, ho bevuto troppo e ho fumato quattro pacchetti di cicche al giorno”). Poi il futuro presidente si sposerà con il vecchio amore Brigitte, nel 2007, su consiglio di un nuovo mentore, stavolta compatibile con la sua carriera successiva, il suo secondo testimone di nozze Henry Hermand, un uomo ricco che finanziava la sinistra riformista di Michel Rocard. Alla cerimonia Piumati non c’era, non c’era quella che Alexandre Adler definisce “la prima coscienza non borghese” che abbia conosciuto Macron.