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La democrazia spiegata con Farage

La legalità delle maggioranze, nelle urne e nei parlamenti, è un dato aritmetico che deve essere condizionato dalla legge e dal senso comune. Combattere il nazionalismo, certo, ma senza lasciargli la bandiera della democrazia liberale. L’altra lezione della Brexit

22 Maggio 2019 alle 06:09

La democrazia spiegata con Farage

foto LaPresse

La parabola di Nigel Farage, che ha preso anche una torta in faccia (o meglio un milkshake sulla giacca) ma non perde la sua baldanza, dimostra che puoi combattere il nazionalismo, specie quando è straccione (e quello inglese non lo è), ma guai se gli lasci la bandiera della democrazia liberale. Dopo la Brexit il ghignante suo profeta di vent’anni era d’un tratto uscito di scena e aveva abbandonato ai pesci il suo partito, l’Ukip. Quando il voto per la Brexit, al 52 per cento, si è trasformato in farsa, di rinvio in rinvio fino alla tenuta delle elezioni europee nel Regno Unito tre anni dopo, Farage ha improvvisato un nuovo partito, il Brexit party, ed è il primo nella corsa stando ai sondaggi. Un castigo per i tories, per i laburisti (in diversa misura) e per il centro antibrexit dei lib-dem e dei ChangeUk. La start-up di Farage suscita ira e incantamento, ma è prima al traguardo. I britannici si sono inviperiti per il tradimento del voto popolare e la loro collera è tale che secondo il Financial Times i Remainers, quelli contro l’uscita dalla Ue, che a buon diritto indicano nella loro sconfitta del 2016 l’origine del caos, ora dovrebbero temere un secondo referendum, che resta uno dei loro sognanti obiettivi mentre da come vanno le cose un’uscita senza accordo, no deal Brexit, diventa allo stato più probabile di un pentimento sulla via dell’indipendenza sovrana. C’era da immaginarlo, nessuno ama essere preso in giro. 

 

Da noi, una democrazia imperfetta, che non regge il paragone con quella britannica, è andata diversamente, per sciagurata fortuna. Tipi alla Farage, ma non altrettanto spiritosi e vivaci, sono al governo da un anno e più. Ci siamo portati avanti con il lavoro. Li abbiamo misurati. Il paese è stato danneggiato, la farsa pericolosa è in scena ma gli attori sono loro, i sovranisti, e possono malamente reggere la prova del pubblico, vediamo fino a che punto, presentandosi l’uno come l’opposizione dell’altro, tratto tradizionalissimo, quando i risultati siano negativi o dubbi, dei nostri governi di coalizione in regime di rappresentanza proporzionale (e non solo). Pensate a che cosa sarebbe successo dopo il 4 marzo del 2018 con un Parlamento senza maggioranza e un governo tecnico del presidente a fronteggiare l’orda populista e antisistema. O con un’alleanza contronatura di grillini e piddini e una destra all’opposizione. Un disastro forse perfino peggiore di quello che abbiamo rimediato. 

 

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La legittimità è un concetto storico e politico, discende da radici di cultura e di tradizione istituzionale, riguarda il linguaggio degli interessi, della mediazione e della convivenza anche su un piano pratico, morale. Ma la legalità delle maggioranze, nelle urne e nei parlamenti, è un dato aritmetico, che deve essere contenuto e condizionato dalla legge e dal senso comune, equilibrato istituzionalmente nello stato di diritto, un contratto superiore a ogni contratto di governo, ma non può essere rovesciato o annullato impunemente. I voti nulli di Westminster, invece, combinati con la decisione di evitare a tutti i costi l’uscita dalla Ue senza accordo, hanno messo l’elettorato britannico in condizione di ridere di sé stesso. Avevano votato contro l’Europa perché non si sentivano rappresentati, e la penosa conclusione della vicenda delle trattative di uscita ha confermato, con le simboliche elezioni europee, che non erano rappresentati. E a quanto pare l’ultimo a ridere sarà chi è riuscito a dimostrare l’ovvio: meglio un’uscita senza accordo di un accordo senza uscita, cioè Nigel Farage. 

Giuliano Ferrara

Giuliano Ferrara

Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.

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Commenti all'articolo

  • giantrombetta

    23 Maggio 2019 - 10:10

    Che dire se non complimenti per la consueta lucida arguzia. Anche se mi par di capire che il futuro sarà peggiore. Malgrado il tuo ottimismo di fondo, caro Giuliano, che mi rimanda a ciò che rispose Giuseppe Ungaretti a chi gli chiese come avrebbe voluto essere ricordato: Un soldato della speranza.

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