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Il progetto di Assange tra Putin, Trump e Correa. Con una spruzzata di antisemitismo

Il paladino dei populisti non è un giornalista, ma ha un’agenda politica precisa. Si vede anche da chi lo difende

13 Aprile 2019 alle 06:15

Il progetto di Assange tra Putin, Trump e Correa. Con una spruzzata di antisemitismo

foto LaPresse

Milano. Dopo sette anni trascorsi nell’ambasciata ecuadoriana a Londra con il suo gatto (sporcando un po’ ovunque, maltrattando un po’ tutti), Julian Assange, fondatore di Wikileaks, è stato arrestato giovedì dalle autorità inglesi: l’Ecuador gli ha revocato lo status di rifugiato politico, il Regno Unito deve decidere della sua estradizione, gli Stati Uniti lo accusano di cospirazione con l’ex soldato Chelsea Manning per l’hackeraggio di un computer del Pentagono che ha portato alla pubblicazione, nel 2010, di documenti segreti americani. In questi sette anni, l’immagine di Assange si è stropicciata anche presso i suoi iniziali sostenitori che a lungo lo avevano celebrato come un eroe dell’informazione libera e diretta, scevra dai filtri manipolatori dei media tradizionali e dei governi. In una delle rare interviste che Assange diede nel 2010 – coltivava ancora l’immagine del grillo parlante misterioso – a Forbes era definito “il profeta della trasparenza involontaria”, l’agente di un cambiamento epocale per l’informazione tutta. Poi lui ha rivelato la sua vera faccia e parecchi appassionati della prima ora si sono ricreduti (spesso senza dirlo, ammettere le cantonate non è semplice). Non tutti però, e i suoi sostenitori ora si fanno sentire, dicendo che questo arresto è una minaccia alla libertà di parola: il M5s in Italia, il Labour britannico di Jeremy Corbyn, gli “insoumis” francesi di Jean-Luc Mélenchon che chiede alla Francia di dare ad Assange l’asilo politico, che è un’idea che Marine Le Pen, leader del Rassemblement national di estrema destra, aveva già lanciato nel 2016. La linea è stata dettata dalla Russia: “La mano della democrazia stringe la gola della libertà”, ha scritto su Facebook la portavoce del ministero degli Esteri, la solita Maria Zakharova. E in America la linea è stata definita da Tucker Carlson, celebre anchorman di Fox News: “L’unico peccato di Assange è di aver impedito a Hillary Clinton di diventare presidente”. Donald Trump ha fatto il suo solito gioco: non so nulla, Wikileaks non è “my thing”, ha detto. Nel 2016, durante la campagna elettorale, disse in più di un comizio “I love Wikileaks, fa cose incredibili”: Trump è così, si sa, mente e disconosce alleati senza remore. Questa rete di sostenitori di Assange è facilmente riconoscibile, si è presentata anche in altre occasioni: se le mettiamo su un gilet giallo, per dire, la vediamo tutti anche di notte (cosa utile per evitare i piagnistei del dopo già sentiti con i gilet gialli francesi: non avevamo capito chi fossero, hanno detto i corteggiatori improvvisati).

 

Oltre alle questioni ideologiche – che procedono senza badare troppo ai fatti, non sia mai che i dettagli rovinino la festa – alcuni difensori di Assange dicono che lui stava facendo soltanto informazione: Assange è un giornalista, se incriminiamo lui per aver svelato dei segreti finiremo per dover mandare in prigione anche i giornalisti d’inchiesta.

 

L’Amministrazione Obama si era posta lo stesso problema: chi svela e pubblica segreti è sotto la protezione del Primo emendamento, e per quanto Obama fumasse al solo pensiero di Assange, non ha mai emesso alcun atto di accusa ufficiale. L’Amministrazione Trump invece lo ha accusato di aver violato un computer del Pentagono a caccia di una password, non di spionaggio, e questo permette di colpire Assange senza preoccupare i giornalisti: i giornalisti non hackerano i computer, se lo fanno finiscono nei guai anche loro. Alcuni sostengono che nell’atto di incriminazione siano comunque indicati come perseguibili certi aspetti del lavoro giornalistico d’inchiesta, ma queste accuse vanno inquadrate in un’ottica molto semplice: Assange non ha mai fatto giornalismo d’inchiesta. Il metodo Wikileaks consisteva nel riversare masse di documenti segreti o riservati online, senza vaglio e senza contesto.

 

E’ il contrario del giornalismo, e a causa di questo metodo Edward Snowden, il leaker della Nsa, ha avuto non poche discussioni con Assange.

 

A chi oggi definisce Assange come “giornalista”, andrebbe ricordato che lui stesso ha sempre preferito farsi definire come attivista (lo disse a Brian Stelter nel documentario “Page One”, per esempio), e in quanto tale Assange ha sempre perseguito un’agenda politica. Se inizialmente quest’agenda sembrava dedicata alla libertà e alla trasparenza, ben presto si è capito che era fatta di: sostegno a dittature e a leader populisti, vendetta contro i nemici personali, messa in crisi dei sistemi democratici.

 

Il caso più palese è quello dell’hackeraggio delle mail del Partito democratico americano. Tutti ricordano come Wikileaks pubblicò, con estenuante continuità durante tutta la campagna elettorale del 2016, email private che gli hacker russi avevano rubato dai server del partito di Hillary Clinton e poi consegnato a Wikileaks – questo lo stabiliscono le indagini del procuratore Mueller. Le mail non rivelavano alcun comportamento scorretto né tantomeno illegale. Ma erano imbarazzanti, come lo sono tutte le mail private, specie quelle di un litigioso partito di sinistra. Wikileaks non si limitò a pubblicare i documenti: in associazione con gli agenti dei servizi russi, nascosti sotto l’avatar di Guccifer 2.0, sincronizzò la pubblicazione dei documenti in modo da massimizzare il danno elettorale nei confronti di Hillary Clinton, per esempio pubblicando le conversazioni più imbarazzanti in prossimità della convention democratica.

 

Quando poi il collegamento tra Wikileaks e la Russia stava per diventare chiaro a tutti, Assange si dedicò a un’altra attività molto poco giornalistica: propalare fake news pericolose. In diverse interviste cominciò a lasciar intendere che la fonte delle mail non fosse la Russia, ma Seth Rich, un ragazzo di 27 anni che lavorava per il Partito democratico e che era stato ucciso qualche mese prima in una rapina. L’idea era: Rich ha dato i documenti ad Assange, e Hillary l’ha fatto sparire per vendetta. Era una menzogna terribile, che creò enorme dolore alla famiglia di Rich, ma il paladino della libertà non ci fece caso.

 

Perché Assange odiava Hillary? L’anno scorso il giornale online The Intercept ha ottenuto alcune chat riservate di Wikileaks risalenti a prima delle elezioni americane, in cui Assange dice che “sarebbe molto meglio se vincesse il Gop” e definisce Hillary una “sociopatica sadica”. (Quelle stesse conversazioni, inoltre, sono piene di insulti contro le femministe e di commenti antisemiti).

 

Sappiamo però che Assange ama molto Vladimir Putin. Non soltanto si è coordinato con Guccifer (che era l’intelligence russa) nella pubblicazione delle email del Partito democratico e non soltanto ha elogiato il despota russo in numerose interviste: nel 2012, ha scritto il giornale online The Daily Dot, Wikileaks evitò di pubblicare un documento che citava il trasferimento di due miliardi di euro dal regime siriano di Bashar el Assad a una banca russa. Soprattutto, nel 2016 Assange decise di non pubblicare un’enorme quantità di documenti riservati (68 gigabyte) provenienti dal ministero dell’Interno della Russia. Assange disse che i documenti erano già pubblicati (falso: meno della metà era già stato pubblicato) e “irrilevanti”. Trasparenza a fasi alterne.

 

Un altro dittatore a cui Wikileaks ha mostrato amicizia è Alexander Lukashenka della Bielorussia, uno che vince le elezioni con l’80 per cento dei consensi e quando i cittadini manifestano fa reprimere le proteste nel sangue, come avvenne nel 2010. Secondo il New Statesman in quello stesso anno Israel Shamir, amico di Assange e collaboratore di Wikileaks, viaggiò nel paese per portare al dittatore documenti riservati che poi sarebbero stati usati per imprigionare i suoi oppositori. Quando si chiese conto ad Assange dell’accaduto, lui nego e in seguito disse che era tutta una cospirazione contro di lui da parte di giornalisti “ebrei” (ops, ancora antisemitismo).

 

Non può mancare dall’elenco il Venezuela (Assange nel 2017 twittò che gli Stati Uniti volevano abbattere il regime chavista per impossessarsi del petrolio), ma in America latina i contatti principali del fondatore di Wikileaks sono in Ecuador, ovviamente. Assange fu ospitato nell’ambasciata ecuadoriana a Londra da Rafael Correa, caudillo in odore di autoritarismo, ma quando un nuovo presidente è salito al potere (Lenín Moreno, ex vice di Correa, poi suo acerrimo nemico politico) Assange ha cospirato con il vecchio presidente per minare il governo di Quito. Lo ha detto in conferenza stampa la ministra dell’Interno María Paula Romo, secondo cui un membro di Wikileaks si sarebbe spostato in Ecuador proprio per questo scopo.

 

E non dimentichiamo: Assange non è mai stato scagionato dalle accuse di stupro, molestie sessuali e coercizione che gli sono state fatte da due donne in Svezia. I procuratori hanno archiviato i casi o per prescrizione oppure perché, con Assange indisponibile, non era possibile proseguire le indagini, che adesso potrebbero essere riaperte. Come per le altre accuse contro di lui, Assange dice che è tutto un complotto degli americani.

 

Quando nel 2010 Wikileaks venne in possesso di 400 mila documenti riservati della diplomazia americana guadagnandosi la sciagurata fama di paladino della trasparenza, si pose subito un problema di sicurezza per chi era citato in quei cabli: gli informatori. Luke Harding e David Leigh raccontano nel libro “WikiLeaks: Inside Julian Assange’s War on Secrecy”, che i giornalisti del Guardian – che partecipò ai primi progetti di pubblicazione dei cabli – dissero ad Assange che andavano tolti i nomi degli afghani che lavoravano assieme alle truppe americane perché altrimenti avrebbero perso la loro copertura – e probabilmente anche la vita. Assange rispose: “Be’, sono dei collaborazionisti. Se vengono uccisi, dovrebbero aspettarselo. Se lo meritano”. Assange ha negato di aver detto quella frase, i nomi degli informatori non sono stati pubblicati dal Guardian. Laura Rosenberg, direttrice dell’Alliance for Securing Democracy, ha postato un tweet che dice: “Ero al desk della Cina al dipartimento di Stato quando i cabli furono pubblicati. Lavorai alacremente per capire quali attivisti per i diritti umani cinesi potessero essere in pericolo una volta che i loro contatti con gli americani fossero diventati pubblici. Assange non è un amico dei diritti umani”.

 

Ancora quest’anno, come già molte altre volte dal 2010 oggi, è arrivata una richiesta a Oslo per nominare Assange come premio Nobel per la Pace.

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Commenti all'articolo

  • Saverio Gpallav

    13 Aprile 2019 - 21:09

    Assange è un martire della libertà di informazione. ha svelato verità indicibili .. comorensibile che certi apparati ne chiedano la testa. meno che alcuni preferiscano la dose di menzogne quotidiane propinate dai media di regime piuttosto che conoscere verità scomode. é la mentalità dei servi nei conftonti del padrone

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  • guido.valota

    13 Aprile 2019 - 19:07

    Casomai saltasse la Casaleggio abbiamo pronto il nuovo profeta M5$.

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