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Lo Stato islamico in Libia approfitta della guerra tra Haftar e Serraj

La guerra civile vicino a Tripoli offre allo Stato islamico la chance per un revival insperato in Libia

10 Aprile 2019 alle 06:00

Lo Stato islamico in Libia approfitta della guerra tra Haftar e Serraj

(Foto LaPresse)

New York. Puntuale come l’apparizione di animali in una discarica abusiva, lo Stato islamico in Libia approfitta della guerra attorno a Tripoli fra le due forze militari più grandi del paese – l’assortimento di combattenti che sta con il generale Khalifa Haftar e quello che sta con Fayez al Serraj, capo del cosiddetto governo di Accordo nazionale – per lanciare operazioni e regolare i conti dopo mesi di inattività. Lunedì alle undici e mezza di sera un gruppo di combattenti è entrato a bordo di tredici veicoli nelle strade di al Fuqaha, una piccola cittadina isolata nel centro desertico della Libia. Secondo quello che raccontano le fonti locali, gli uomini hanno tagliato i cavi del telefono e dell’elettricità, hanno ucciso il sindaco e il capo delle guardie municipali, hanno bruciato la casa del sindaco e la caserma delle guardie, hanno sequestrato un numero imprecisato di ostaggi e a mezzanotte e mezza, un’ora dopo, hanno lasciato il paese per sparire di nuovo nelle zone poco abitate in cui si nascondono. Dodici ore dopo su Telegram è arrivato il comunicato di rivendicazione da parte dello Stato islamico che non aggiunge molte informazioni, dice che i combattenti sono entrati alla ricerca di miliziani di Haftar e per vendicare le sconfitte patite in Siria. 

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Il raid è avvenuto a sud di Sirte e si sa che da quando il gruppo terrorista è stato sconfitto alla fine del 2016 i sopravvissuti si sono spostati proprio in quella zona, braccati dai servizi di sicurezza delle milizie di Misurata (che stanno con Tripoli) e anche dai miliziani di Haftar. Ogni tanto abbandonano i loro nascondigli per operazioni veloci, a volte compiono attacchi a checkpoint isolati, in altre occasioni montano posti di blocco volanti che durano soltanto qualche decina di minuti ma mettono molta paura – controllano i documenti dei guidatori e se qualcuno lavora per il governo lo uccidono. Ma da quando sono stati sconfitti a Sirte, e dopo due bombardamenti catastrofici contro i loro campi nel deserto, i fanatici non sono riusciti a tornare al livello di pericolosità degli anni tra il 2014 e il 2016.

 

In teoria sono ancora guidati dal loro capo iracheno Abdul Qader al Najdi, ma non sono più attivi come prima – forse perché sono concentrati a sopravvivere – e da tempo compiono soltanto qualche attacco sporadico. Hanno una sola speranza di tornare in grande stile: una guerra civile che metta l’una contro l’altra le due fazioni che danno loro la caccia, che faccia finire il paese nel caos, faciliti la circolazione di uomini e armi e produca quel materiale umano – giovani rabbiosi, senza lavoro e con molta consuetudine con le armi – che poi finisce per arruolarsi nei gruppi estremisti. Ed è quello che sta succedendo adesso. Il fatto che Haftar abbia ordinato ai suoi di “liberare” Tripoli e che Serraj abbia risposto con un mandato di cattura contro Haftar e con la proclamazione di un’operazione di difesa che si chiama “il vulcano della rabbia” fa pensare che i due avversari dello Stato islamico in Libia saranno troppo occupati a farsi la guerra tra loro per continuare a fare la lotta al terrorismo – in un paese dove già di solito gli spazi sono immensi e molto difficili da controllare.

 

La spedizione notturna per punire le autorità di al Fuqaha è un classico delle operazioni dello Stato islamico, che punta come regola a eliminare gli oppositori locali e ci tiene molto ad avere sempre l’ultima parola. L’idea che vogliono trasmettere alla popolazione, non dissimile da quella di un clan mafioso di quartiere, è che non conviene mai mettersi con i loro nemici perché prima o poi arriverà sempre la rappresaglia. E quindi ora che il grosso delle forze militari – compresa quella dei voli di ricognizione americani – sono concentrate a Tripoli, seicentocinquanta chilometri a nord-ovest, ne hanno approfittato per colpire le autorità locali e portare via qualche ostaggio. Più avranno le mani libere e più potranno passare a operazioni più ambiziose e il problema non riguarda soltanto i libici. Due degli attentati più grandi in Europa – quello a Berlino e quello a Manchester – sono entrambi stati collegati a uomini dello Stato islamico in Libia, che hanno contribuito alla preparazione ed erano in contatto con gli attentatori. A metà marzo i soldati tunisini hanno ucciso due ricercati in una riserva naturale, mentre si preparavano a entrare in Libia – segno che già sapevano dove andare. Ci sono molte ragioni per fermare la guerra civile vicino a Tripoli, è meglio contare anche questa: è un ricostituente fortissimo per lo Stato islamico.

Daniele Raineri

Daniele Raineri

Di Genova. Nella redazione del Foglio mi occupo soprattutto delle notizie dall'estero. Sono stato corrispondente dal Cairo e da New York. Ho lavorato in Iraq, Siria e altri paesi. Ho studiato arabo in Yemen. Sono stato giornalista embedded con i soldati americani, con l'esercito iracheno, con i paracadutisti italiani e con i ribelli siriani durante la rivoluzione.

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