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L’armata Brancahaftar

Le forze di Haftar spesso non bastano ai suoi piani grandiosi. Salvini e Di Maio muti sulla Libia

6 Aprile 2019 alle 06:00

L’armata Brancahaftar

Milizie appartenenti a un gruppo opposto a Khalifa Haftar, accanto ai veicoli che il gruppo ha detto di aver sequestrato dalle forze del generale

New York. Ieri l’avanzata da sud e da ovest delle truppe del generale Khalifa Haftar verso Tripoli è stata bloccata e cento uomini sono stati catturati con i loro mezzi dalle forze che stanno con il governo Serraj. Haftar due giorni fa ha annunciato una grande operazione per prendere la capitale, ma nelle sue dichiarazioni c’è sempre da contare un fattore grandeur – lo diciamo in francese in omaggio alla Francia, sua sponsor – che spesso non corrisponde alla realtà sul campo. Nel febbraio 2014 il generale si presentò in tv in alta uniforme per annunciare ai libici che aveva sospeso il governo, il Congresso e la Costituzione, ma il suo golpe fallì per il semplice motivo che non aveva davvero nessun uomo nelle strade di Tripoli. Fu un golpe televisivo, che durò più o meno quanto il suo discorso e lasciò perplessi i giornalisti stranieri. Haftar si rifugiò a Bengasi e da lì costruì di nuovo con pazienza la sua credibilità. Oggi conviene dare uno sguardo più approfondito al suo “Esercito nazionale libico”.

 

In realtà si tratta di un assortimento di milizie, alcune delle quali sono salafite – con buona pace di chi pensa che Haftar rappresenti una forza laica che si oppone agli islamisti. Quelle milizie salafite aderiscono a un precetto musulmano di obbedienza al leader – un precetto a cui lo Stato islamico non aderisce, e infatti predica la guerra senza quartiere contro i governi arabi – e quindi sono al servizio del generale assieme ad altre milizie e ad altri gruppi che si sono aggiunti man mano durante l’espansione delle forze di Haftar prima verso sud e poi verso ovest. Tarek Megerisi, un analista dell’European Council on Foreign Relations, dice con una definizione azzeccata che ogni milizia si è fatta cooptare lungo la strada secondo “l’equivalente militare di uno schema Ponzi” (lo schema truffaldino più vecchio del mondo). Si arruolano nella speranza di spartire i frutti delle conquiste e si assegnano un numero invece che un nome, così che a un osservatore esterno possono sembrare reparti di un esercito regolare – per esempio scelgono di farsi chiamare “la brigata 173” invece che i soliti nomi come “la Katiba dei martiri dell’islam”.

 

Oltre a questa disomogeneità interna tra le varie componenti del cosiddetto esercito, c’è anche differenza di vedute fra i governi sponsor di Haftar, l’Egitto, la Russia, gli Emirati Arabi Uniti e la Francia. Ieri una fonte diplomatica egiziana citata da Agenzia Nova sosteneva che il Cairo ha acconsentito all’offensiva soltanto perché Haftar arrivasse più tosto alla Conferenza nazionale di Gadames fra una settimana e che non vuole che il generale cominci davvero una battaglia per prendere Tripoli. Come invece vorrebbero, dice la fonte, gli Emirati Arabi Uniti. La Russia dice di non volere un bagno di sangue, ma dopo anni di dichiarazioni farlocche è sempre difficile capire quando parla sul serio e quando no. La Francia, secondo il sito Libya Security Studies, avrebbe autorizzato l’offensiva. Se fosse vero, il presidente Emmanuel Macron dovrebbe rispondere di una politica sfacciatamente opposta alla comunità internazionale e ai negoziati di pace.

   

Le forze di Serraj sono inferiori a quelle di Haftar, ma queste ultime non sono abbastanza per ottenere una vittoria decisiva – e per ottenerla in tempi brevi. Se il generale non riesce a convincere le milizie di Tripoli a passare con lui, a mollare Serraj e a unirsi al suo schema Ponzi, allora questa offensiva verso la capitale potrebbe essere un grande bluff. E questo non vuol dire che non ci sarebbero morti, ma che potremmo vedere quello che succede quando due forze quasi sullo stesso livello si affrontano: un’interminabile sequenza di scontri, con vittorie e rovesci per entrambi, senza un risultato chiaro. Frederic Wehrey e Jeffrey Feltman, due esperti americani di Libia, scrivono in un editoriale sul New York Times che questo degli scontri prolungati sarebbe lo scenario peggiore e avvantaggerebbe molto lo Stato islamico, sempre presente in quell’area. Ci vorrebbe, sostengono, un segnale forte dalla Casa Bianca, che comunicasse che questo attacco di Haftar deve terminare subito e che si deve tornare ai negoziati. Ma non c’è ottimismo; scrive il segretario alle Nazioni Unite António Guterres dopo avere incontrato Haftar a Bengasi: “Lascio la Libia con il cuore pesante… qualsiasi cosa succeda, stiamo con il popolo libico”. E Luigi Di Maio e Matteo Salvini, che in teoria esprimono la politica dell’Italia? Muti.

Daniele Raineri

Daniele Raineri

Di Genova. Nella redazione del Foglio mi occupo soprattutto delle notizie dall'estero. Sono stato corrispondente dal Cairo e da New York. Ho lavorato in Iraq, Siria e altri paesi. Ho studiato arabo in Yemen. Sono stato giornalista embedded con i soldati americani, con l'esercito iracheno, con i paracadutisti italiani e con i ribelli siriani durante la rivoluzione.

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