Chi Mise la Cina al governo

Giulia Pompili

07/03/2019

Chi Mise la Cina al governo

Michele Geraci è nato a Palermo nel 1966. Da giugno è sottosegretario allo Sviluppo economico con deleghe al commercio estero (Imagoeconomica)

Propaganda, fuffa, tensioni diplomatiche. Chi è Michele Geraci, il sottosegretario “ossessionato” dalla Cina che sta complicando il nostro rapporto con l’America

Tira una brutta aria al ministero dello Sviluppo economico guidato dal vicepremier Luigi Di Maio. La firma del memorandum d’intesa tra l’Italia e la Cina sulla Nuova Via della Seta, di cui si parlava su varie testate italiane già da gennaio, cioè dalla visita del ministro degli Esteri cinese Wang Yi in Italia, e rilanciata ieri dal quotidiano Financial Times, è diventata un caso nazionale. E dal 13 giugno del 2018 che quando si parla di Cina, nei corridoi dei Palazzi e tra chi si occupa di relazioni con i cosiddetti “mercati lontani”, si parla sempre e solo di un nome: Michele Geraci. Il sottosegretario allo Sviluppo economico con deleghe al commercio estero su questo fronte è il più attivo di tutto il governo. Qualcuno dice che la sua è una vera ossessione, che sarebbe pronto a qualsiasi cosa pur di compiacere i cinesi. E il suo modo di fare, la gestione confusa dei dossier – quasi esclusivamente asiatici – le spese sostenute nell’arco di questi nove mesi hanno fatto perdere la pazienza a più di una persona, pure all’interno del governo.

   

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Il sottosegretario allo Sviluppo economico con deleghe al commercio estero è diventato un problema per il governo. Le ragioni

Fino a poco tempo fa ad arginare le prese di posizioni e l’attivismo di Geraci – che poi tecnicamente ha portato a ben pochi frutti – c’era la Farnesina, ma oggi l’argine non tiene più ed entro la fine del mese l’Italia potrebbe ritrovarsi a essere il primo paese del G7 a firmare il protocollo d’intesa sulla Nuova Via della Seta. Non si tratta solo di una firma. E il mastodontico progetto di cooperazione e collegamenti lanciato dal presidente cinese Xi Jinping nel 2013 non è soltanto un potenziamento di scambi e investimenti. E’ un nuovo ordine mondiale con “caratteristiche cinesi”, un progetto strategico che guarda ai prossimi cinquant’anni e non ai prossimi cinque, capace di mettere in sicurezza gli interessi cinesi in ogni angolo del globo e contrastare l’egemonia dell’altra potenza: quella americana. La firma del documento che ufficializza l’adesione al progetto da parte dell’Italia dovrebbe arrivare durante la visita di stato del presidente Xi Jinping in Italia, prevista per il 21-22-23 marzo. L’espressione ipotetica in questo caso è d’obbligo: nessuno sa ancora i dettagli dell’eventuale documento, ma c’è anche un’altra variabile. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giancarlo Giorgetti, è appena tornato da una missione negli Stati Uniti, dove ha trattato anche la questione della presenza cinese nelle infrastrutture strategiche italiane. Tutte le partite più delicate sono state discusse, dal 5G ai porti, e al Dipartimento di stato di certo preferivano l’approccio del governo precedente, cioè accordi su singole materie e comunque sempre tese allo scambio nell’interesse nazionale e nel rispetto dell’alleanza con gli Stati Uniti.

   

Il nodo dei porti e quello del 5G. Quando c’è una infrastruttura strategica e l’interesse cinese, ecco che interviene Geraci

Del resto, nel caso in cui si arrivasse davvero a una firma, più fonti contattate dal Foglio confermano che il documento sarebbe una specie di scatola vuota, niente di particolarmente vincolante com’è nella natura dei Memorandum of Understanding. Il problema è piuttosto politico: la firma sarebbe un grande colpo d’immagine e di propaganda per Pechino, che finora si è “accontentata” di firmare con paesi europei in serie difficoltà economiche come il Portogallo e la Grecia. E sarebbe un colpo per i nostri alleati: anche su queste colonne abbiamo più volte registrato la contrarietà soprattutto degli Stati Uniti, che non sanno come gestire un paese partner che aderisce al progetto. Si tratta di una questione d’identità, come sa bene la Lega di Matteo Salvini: continuare a stare dentro a un’alleanza con paesi con i quali condividiamo valori e principi democratici oppure rinunciare, e aderire a un altro modello di cui si sa ben poco, anzi una cosa: pochi vantaggi per l’Italia. Anche se la discussione di un memorandum d’intesa sulla Via della Seta va avanti da anni – quindi prima dell’insediamento del governo gialloverde – ultimamente i rapporti tra Roma e Pechino sono a dir poco intensificati, e non tanto per le riunioni strategiche e per i bilaterali, quanto nella narrazione che ne ha fatto Geraci. Sembra che l’idea di portare Xi Jinping a Palermo, per esempio, il 23 marzo prossimo insieme con il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, sia stata proprio di Geraci. E il messaggio politico di una firma per la Via della Seta sotto al sole palermitano va unito a un’altra decisione del governo gialloverde, che ha ancora il volto del suo sottosegretario allo Sviluppo economico. Due giorni fa l’Italia si è astenuta, insieme con la Gran Bretagna, nel voto sullo screening degli investimenti esteri. Il nuovo regolamento europeo per il controllo degli investimenti di paesi terzi verso l’Ue è stato approvato lo stesso con l’accordo di 26 dei 28 stati membri, e dovrebbe entrare in vigore ad aprile. Nel febbraio del 2017 era stata l’Italia, insieme con Germania e Francia, a chiedere a Bruxelles di attivare un sistema di controllo sugli investimenti stranieri in settori strategici, con un occhio più attento da usare proprio nei confronti della Cina. Nel novembre del 2018 il sottosegretario Geraci era andato al Consiglio europeo a dire che no, il sistema di controllo non piaceva più all’Italia. Strano, per un governo sovranista con tutti, tranne che con Pechino.

   

L’adesione alla Via della Seta e l’astensione nel voto sullo screening europeo sugli investimenti esteri sono un segnale politico enorme

Classe 1966, laureato in Ingegneria elettronica all’Università di Palermo, la carriera di Michele Geraci è più che altro un inno all’arte tutta italiana di rinnovarsi, spiega chi lo conosce bene, e al sapersi vendere ancora meglio. Si trasferisce a Londra alla fine degli anni Ottanta per fare l’ingegnere, per un periodo lavora sui satelliti, e poi si butta nella City: è il lancio della carriera da banchiere di investimento, che però non va come dovrebbe andare e infatti ogni anno cambia istituto, senza mai fare il salto di qualità. Il salto infatti arriva dopo, nel 2008: intuisce le grandi possibilità che può dargli la Cina, che nel frattempo comincia ad avere estremo bisogno di persone che conoscessero il mondo degli investimenti europei. E quindi, da ingegnere elettronico, si trasforma in esperto di finanza. Impara la lingua, che ormai parla fluentemente, i cinesi lo fanno assistant professor di Finanza alla Business School della Nottingham University di Ningbo. “E’ stato anche a capo del settore relativo alla Cina presso il Global Policy Institute nonché adjunct professor of Finance presso la New York University di Shanghai e la Zhejiang University di Hangzhou”, si legge sul suo curriculum sul sito del Mise, nel quale mancano però intervalli di tempo e dettagli. Così come è omesso l’anno di conseguimento dell’Mba alla Sloan School of Management del Mit di Boston. Trovare online pubblicazioni accademiche con la firma di Geraci è praticamente impossibile, ma ciononostante è riuscito ad accreditarsi come economista – di certo per esperienze sul campo. Perché il sottosegretario in realtà la Cina e l’economia cinese la conosce bene, e infatti tra il 2015 e il 2018 fa di tutto per crearsi il nome di credibile analista di affari cinesi, nella comunità di italiani in Cina e poi soprattutto in Italia, dove le persone competenti sulla Cina sono poche. Ma a Geraci non basta. Grazie a qualche conoscenza in comune, nel corso del 2018 riesce ad arrivare a Matteo Salvini ed entra tra le fila della Lega come “esperto di mercati esteri”. Contemporaneamente, inizia a magnificare il “modello cinese” su un sito quasi concorrente, il sacro blog di Beppe Grillo. Qui Geraci dice che la Cina investe tanto in Africa e quindi potrebbe aiutarci sull’immigrazione – una posizione smentita pubblicamente da Salvini qualche tempo fa, quando ha definito quello cinese in Africa neocolonialismo – e che le donne in Cina sono tranquille a passeggiare per strada la notte: un riferimento al sistema di controllo e sorveglianza introdotto da qualche anno nel paese e spesso criticato dalle istituzioni che monitorano le violazioni dei diritti umani nel mondo. Nonostante tutto, a un certo punto Salvini fa addirittura il suo nome come possibile presidente del Consiglio durante le giornate complicate dell’intesa tra Lega e Cinque stelle. Poi finalmente arriva la nomina a sottosegretario al Mise, come successore di Ivan Scalfarotto.

  

Alla fine di agosto decide di mettere in piedi una “task force Cina”, che ormai viene soprannominata “task forse”

Rientrato a Roma, pure in Via Veneto Geraci non placa la sua ossessione per la Cina, dove comunque torna di continuo. Probabilmente influenzato dagli usi e costumi cinesi, appena arriva decide di eliminare i vecchi metodi di comunicazione come WhatsApp e fa scaricare a tutti i dipendenti l’applicazione cinese WeChat, una app che è finita spesso sui giornali internazionali perché accusata di spiare e conservare le conversazioni e poi renderle disponibili per il governo di Pechino (Tencent, l’azienda proprietaria, nega). All’inizio del suo incarico al Mise Geraci fa qualche battuta sui consolidati rapporti del ministero con la rappresentanza diplomatica a Roma di Taiwan – l’isola che la Cina non riconosce come stato sovrano e considera suo territorio – che viene interpretata come una richiesta di interruzione del dialogo, tanto che una riunione sul business tra Italia e Taiwan viene rimandata a tempo indeterminato. Ma l’ossessione di Geraci per la Cina non si ferma qui. Alla fine di agosto decide di mettere in piedi una “task force Cina”, che ormai viene soprannominata “task forse”, visto che nessuno ne ha ancora visto i risultati. Alla riunione inaugurale però partecipano anche l’ambasciatore cinese in Italia Li Ruiyu, e il ministro Di Maio. Ci sono decine di convocati, più o meno esperti di questioni cinesi, e il risultato? #Tuttafuffa, dovremmo dire, visto che nel frattempo Geraci ha deciso di lanciare su Twitter l’hashtag #zerofuffa. Poi c’è il capitolo spese: nel trimestre tra giugno e settembre del 2018, su 18.920 euro di spese complessive, 10.317 euro sono stati destinati a due diverse missioni in Cina. Nel trimestre successivo Geraci spende 30.951 euro, di cui 7.925 euro destinati alla missione di novembre in Cina, quella in cui Di Maio ha deciso di viaggiare in economy, presentandosi a Shanghai stanco ed emaciato, e ha chiamato il secondo uomo più potente della terra “presidente Ping”. Al suo rientro in Italia, il sito internet del ministero pubblica addirittura un’intervista diciamo “riparatoria” all’ambasciatore cinese Li Ruiyu, che parla di quanto è stato bravo Di Maio e quante cose si aspetta dai rapporti tra Italia e Cina. L’intervista è ancora lì, sul sito, non firmata e quindi direttamente attribuibile al ministro. Una cosa mai successa prima nella storia delle relazioni diplomatiche in Italia. A dicembre Geraci torna in missione in Giappone e Corea, fa qualche incontro istituzionale, ma usa il viaggio per tornare di nuovo in Cina. Altri 5.995 euro di nota spese, e pur di restare in Cina pare abbia addirittura perso accidentalmente l’aereo di ritorno. Per capire questa ossessione bisogna guardare anche al suo entourage, e a chi è rimasto e a chi ha deciso di andare via. Geraci sceglie come consigliere diplomatico – cioè praticamente la sua ombra – non una persona con un profilo complementare ma quasi identico: è Sergio Maffettone, console generale d’Italia a Chongqing, un altro uomo che nella sua carriera diplomatica si è occupato moltissimo di Cina. Competenze su altri settori, molto specifici, non se ne vedono.

  

Ma non c’è solo questo. Il gabinetto di Geraci comincia a perdere pezzi: agli inizi di febbraio si è dimesso Paolo Milella, capo della segreteria del sottosegretario. A una richiesta di commento da parte del Foglio Milella ha preferito non rispondere. L’8 febbraio scorso al Mise si è assistito a un poco comprensibile e poco giustificato rimpasto di direttori, e molte fonti ascoltate dal Foglio hanno criticato l’incomprensibile rimozione di figure come quella di Amedeo Teti, che da vent’anni lavora al Mise come direttore generale per la politica commerciale internazionale, giurista capace di interpretare ogni cavillo dei complicati accordi commerciali. Di Maio l’ha spostato a gestire i brevetti.

  

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Al progressivo declino dell’Italia si è sincronicamente contrapposta l’ascesa della Cina. Roma deve ancora predisporre adeguate misure per proteggersi da un possibile “neocolonialismo cinese” in accordo con l’Europa

  

Del resto, richieste a qualsiasi ora, in qualunque giorno della settimana, e spesso piuttosto ardite, rendono complicata la vita negli uffici di Geraci, dove oggi restano due economisti e quattro persone della segreteria amministrativa. Il sottosegretario, nel frattempo, finisce sulle cronache per il tentativo, piuttosto osteggiato pure tra i Cinque stelle e poi fermato dalla Corte dei Conti, dell’assunzione di una studentessa cinese al Mise. Pur non avendo mai commentato la vicenda, riportata dall’Espresso il 4 dicembre scorso, Geraci è un uomo di mondo e accetta qualunque intervista: basta che si parli di Cina, o di questioni legate alla Cina. Anche a livello internazionale, in questi pochi mesi è diventato il volto dei rapporti tra Roma e Pechino. Pure ieri, interpellato dal Sole 24 Ore, parla della firma dell’intesa sulla Via della Seta e dice: “Sinceramente sono un po’ sorpreso. Non capisco che cosa ci sia di così controverso”. Carmine Fotina gli fa notare che “l’Italia sarebbe il primo paese del G7 a firmare il protocollo d’intesa sulla Nuova Via della Seta. ‘E questo che vuol dire? Lo hanno fatto Polonia, Ungheria, Portogallo, Grecia e non li considero paesi di serie B all’interno dell’Europa. Chi pensa il contrario non ha una vera visione europeista. E poi anche il club del G7 forse è un concetto un po’ desueto, non rappresenta più le vere potenze economiche mondiali visto che non include Cina e India’”. In ballo poi c’è la partita sui porti italiani: la Cina vuole uno sbocco verso l’Europa del nord e può averlo dall’Italia. Il presidente dell’Autorità del porto di Genova Paolo Emilio Signorini ieri ha detto con molta nonchalance che “l’Italia, primo paese dell’Europa occidentale a farlo, firmerà un accordo bilaterale con la Cina sulla Via della Seta. In questa cornice strategica faremo un accordo di cooperazione con la China Communications Costruction company”. E non è un caso che Geraci si sia manifestato in visita ufficiale a Trieste, il primo febbraio scorso, e abbia agevolato un incontro tra Di Maio, l’assessore alle Attività produttive della regione Friuli Venezia Giulia, Sergio Emidio Bini, e il presidente del porto di Trieste Zeno D’Agostino, nella città cinese di Chengdu, dove era in corso la fiera Western China International che serve a promuovere proprio la Via della Seta.

  

C’è poi tutta la questione del 5G, l’infrastruttura strategica che cambierà il nostro modo di vivere con internet. Quando sulla Stampa è uscita un’indiscrezione sul fatto che il governo stava pensando di vietare ai colossi cinesi come Huawei e Zte di entrare nella rete italiana – usando lo strumento del Golden power, che comunque a quanto risulta al Foglio è un’opzione ancora sul tavolo – il Mise ha smentito con uno scarno comunicato. Tutto è cambiato dopo l’incriminazione formale dell’America nei confronti di Huawei, ma nonostante questo Geraci a Bloomberg ha detto che cancellare i contratti già stipulati “potrebbe essere un problema”. L’ambasciata americana a Roma continua a non essere contenta – e minaccia di bloccare la condivisione di informazioni sensibili con i paesi che adottano apparecchiature Huawei – mentre il ministro Di Maio è stato convocato per la seconda volta dal Copasir.


  

[Articolo aggiornato al 14 marzo 2019] RETTIFICA. Una precedente versione di questo articolo riportava la frase: “Anche l’avvocato Giovanni Rossoni, che lavorava al Mise dal 2014, si è dimesso”, notizia che si è rivelata errata. Giovanni Maria Rossoni, infatti, è ancora funzionario pubblico in forza al ministero dello Sviluppo Economico.