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Così gli intelló di sinistra parigini hanno perso l'entusiasmo per i gilet gialli

Mauro Zanon

La mobilitazione gialla entusiasma soltanto una parte degli intellettuali rossi. Da “lutte de classe” a “lutte des casses”

Parigi. Ludivine Bantigny, professoressa di Storia contemporanea all’Università di Rouen, riconosce al movimento dei gilet gialli una “portata emancipatrice”, Frédéric Lordon, economista e ispiratore ideologico del movimento Nuit Debout (i nottambuli che occuparono Place de la République contro le lenzuolate liberali di Macron nel 2016), osserva un popolo insorto e un governo che gli “fa la guerra”, e il filosofo Patrice Maniglier parla addirittura di “primo movimento sociale a manifestare un autentico potenziale rivoluzionario” dai tempi del Maggio ’68. Ma la mobilitazione gialla entusiasma soltanto una parte degli intellettuali rossi, come raccontato ieri dal Monde. Non tutti, alla gauche della gauche, vanno in sollucchero per questa galassia di anti macronisti che dallo scorso novembre tiene in scacco il paese e sequestra i sabati di molti cittadini francesi, non tutti tra i pensatori della radicalità vedono, come vede il settimanale anticapitalista Lundi Matin, un’“orda dorata” che crea una “situazione rivoluzionaria”, e nemmeno una nuova “lotta di classe”, come sostiene con lessico nostalgico il Monde Diplomatique. “Tout ce qui bouge n’est pas rouge”, afferma con toni severi Alain Badiou, filosofo e santino della sinistra radicale francese, bacchettando i suoi compagni e tutti “coloro che sono sempre a caccia di un ‘movimento’ da mettere sotto i denti”.

 

Nel testo, prossimo alla pubblicazione secondo le informazioni del Monde, l’intellettuale comunista manifesta tutto il suo turbamento nel vedere il proprio “campo” definire rivoluzionario un movimento che rivoluzionario non lo è mai stato e non lo sarà mai. “E’ reazionario”, scrive Badiou, così come per Marx, nel 1848, era reazionaria la classe media che combatteva la borghesia. Il legittimo sentimento di rabbia contro la pressione fiscale che non smette di aumentare, l’isolamento territoriale e una politica sociale ritenuta inadeguata alle sfide del Ventunesimo secolo non rende automaticamente un’insurrezione rivoluzionaria, secondo Badiou. E a pensarla come lui è anche il regista Romain Goupil, grande figura del trotskismo francese, esponente di rilievo del Maggio parigino, colui che fondò i Comités d’action lycéens, i comitati che garantivano l’ordine dietro i leader massimi del movimento sessantottino, a partire da Daniel Cohn-Bendit. “E’ l’ora della guerra. Contro ‘il capitale’, per l’estrema sinistra. Contro ‘la casta’, per gli ‘insoumis’ (i militanti della France insoumise di Jean-Luc Mélenchon, ndr). Contro ‘la finanza mondialista’, per l’estrema destra’. E si insinua l’idea che basterebbe riunire tutti questi soldati per guidare la guerra finale contro l’ordine borghese”, ha scritto Goupil in un intervento sul Monde, prima di aggiungere: “Adepti della strategia del caos, gli uni sperano l’arrivo dell’uomo forte. Gli altri, demagoghi zelanti, auspicano la dissoluzione dell’Assemblea nazionale per far eleggere una nuova maggioranza xenofoba e razzista. Altri ancora accarezzano l’improbabile scenario di una futura Assemblea costituente. Questa collusione di fatto tra il giallo, il rosso e il bruno diventa una vera minaccia per la democrazia”.

 

Ed è proprio questo il punto nodale, il principale motivo della querelle tutta interna al mondo degli intellettuali rivoluzionari esagonali: l’abbraccio inedito e quasi perverso tra l’estrema sinistra e estrema destra, tra la gauche anticapitalista e la destra nazionalista unite nell’odio dello stato e protagoniste di quella che Goupil ha definito la “lutte des casses”, la lotta dello sfascio senza limiti e del disordine. Il Monde sottolinea che il sostegno manifestato da Matteo Salvini ai gilet gialli, assieme all’incontro tra Luigi Di Maio e Christophe Chalençon (il manifestante che ha parlato di paramilitari pronti a intervenire per rovesciare Macron) avvenuto poche settimane fa a sud di Parigi, ha raffreddato ulteriormente gli intellettuali rossi che all’inizio della protesta si dicevano in parte affascinati da questa jacquerie digitale, esplosa tra le rotatorie e i boulevard della capitale. Senza contare gli atti razzisti e antisemiti – quello contro Alain Finkielkraut su tutti – che hanno macchiato la dinamica di protesta. C’è chi lo ha capito fin da subito, come Alain Badiou, che quella dei gilet gialli era una finta rivoluzione. E c’è chi, invece, secondo le parole dello storico Patrick Boucheron, continuerà a vedere nei gilet gialli un’occasione insperata per “vendere la propria droga identitaria e insurrezionale”.

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