Trump è uscito dal trattato, e in Russia è tutto un parlare di nucleare (pure in chiesa)

Vladimir Putin tiene il discorso sullo stato della nazione (Foto LaPresse)
Lo scorso fine settimana la Russia ha celebrato “Il giorno dei difensori della patria”, una di quelle ricorrenze nazionali festeggiate con parate e canti. Nella cattedrale di Sant’Isacco a San Pietroburgo è stata eseguita una canzone degli anni Ottanta, dall’inconfondibile sentore di Guerra fredda. Il tema del canto è la guerra nucleare e la felicità che genera nel cuore dei soldati russi la possibilità di annientare gli Stati Uniti. “Su un sottomarino con una dozzina di bombe, attraversato l’Atlantico grido al mitragliere: ‘Mira alla città di Washington!’”, dice una delle strofe principali. Lo sforzo di convincere i russi a tornare indietro e sentirsi immersi in una nuova-vecchia atmosfera da Guerra fredda però non sta generando l’effetto sperato. Non sono molti i russi disposti a credere di essere tornati a quei tempi e la performance del coro nella cattedrale non è piaciuta granché.
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Micol Flammini è giornalista del Foglio. Scrive di Europa, soprattutto orientale, di Russia, di Israele, di storie, di personaggi, qualche volta di libri, calpestando volentieri il confine tra politica internazionale e letteratura. Ha studiato tra Udine e Cracovia, tra Mosca e Varsavia e si è ritrovata a Roma, un po’ per lavoro, tanto per amore. Nel Foglio cura la rubrica EuPorn, un romanzo a puntate sull'Unione europea, scritto su carta e "a voce". E' autrice del podcast "Diventare Zelensky". In libreria con "La cortina di vetro" (Mondadori)