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Che cosa c'entra Mosca nella crisi tra Francia e Italia

Nord stream e Venezuela. Due chiavi alternative per superare la lettura della crisi diplomatica tra Roma e Parigi solo come parte della campagna per le Europee

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cicchetti@ilfoglio.it

9 Febbraio 2019 alle 15:09

Che cosa c'entra Mosca nella crisi tra Francia e Italia

Macron e Putin (foto LaPresse)

Giovedì scorso la Francia ha richiamato a Parigi Christian Masset, il suo ambasciatore a Roma. La maggior parte dei media italiani ha spiegato questa crisi diplomatica come il vertice dell'escalation tra i due paesi – e le due visioni politiche che essi hanno dell'Europa e del mondo – in vista delle elezioni europee. Ed è senz'altro in parte così, tanto che va in questa direzione la versione ufficiale fornita sia dal Quai d'Orsay (“La campagna per le elezioni europee non può giustificare la mancanza di rispetto per ogni popolo o la sua democrazia”) sia dal governo italiano (“Fa parte del dibattito che ci accompagnerà verso le Europee, dobbiamo abituarci a questi toni”, ha detto il ministro degli Esteri Moavero Milanesi). Secondo il ricercatore in diritto e relazioni internazionali Luca Lovisolo, è solo una verità parziale, come ha scritto in un articolo del suo blog nel quale da anni analizza e racconta l'Europa dell'est e la Mitteleuropa. “Ci sono tre livelli di connessione, che hanno generato questo grave sviluppo. E partono da dati di fatto, non da opinioni politiche”, spiega al Foglio. 

  

Data per assodata la prima chiave di lettura - i ripetuti screzi tra il governo di Roma e quello di Parigi, ultimo dei quali l'incontro tra Di Maio e Di Battista con una frangia tra le più esagitate della liquida e litigiosa compagine dei gilet gialli - c'è intanto un secondo livello, meno visibile ma determinante, spiega il traduttore e ricercatore Lovisolo. “Macron ha compiuto un altro passo di enorme peso diplomatico: ha messo improvvisamente in discussione la costruzione in corso del gasdotto Nord Stream 2, che collega la Russia alla Germania, e che, una volta realizzato, aumenterebbe la dipendenza energetica dell’Europa da Mosca. L’inatteso voltafaccia ha aperto un contenzioso con la Germania, che resta di fatto la sola a sostenere il progetto, proprio pochi giorni dopo la firma di un nuovo e più stretto trattato di cooperazione e amicizia tra Berlino e Parigi, ad Aquisgrana”.

   

Venerdì c'è stato un ulteriore sviluppo: Francia e Germania hanno raggiunto un compromesso. France Presse ha potuto esaminare la bozza di accordo sottoposta a una riunione di ambasciatori Ue che discutono una revisione delle regole di mercato per i 28. L'agenzia ha spiegato che Berlino manterrà il ruolo di negoziatore principale con Mosca per il gasdotto. E un diplomatico francese ha detto ieri che Parigi “non è a favore né contro Nord Stream 2” ma la Francia vuole “garanzie per la sicurezza dell’Europa e per la sicurezza e la stabilità dell’Ucraina”. Ma se lo strappo sembra ricucirsi, è pur sempre un campanello d'allarme, dice Lovisolo, che dal 2014, anno degli eventi di Piazza Indipendenza a Kiev, proprio in Ucraina ha viaggiato molto per fare ricerca sui mutamenti di potere avvenuti durante le proteste contro l'allora presidente Viktor Yanukovich e la realtà linguistica delle diverse parti del paese: “Pur fermo sui principi, Macron aveva sempre tenuto aperto il dialogo con Putin. Ora la Francia segna un cambio di atteggiamento verso Mosca”. Un messaggio molto chiaro, insomma.

  

“Le influenze russe sul movimento dei gilet gialli sono un fatto noto”, aggiunge Lovisolo. “La giustizia francese ha aperto inchieste, nel merito. Personaggi di conclamato rilievo filorusso si muovono a volto scoperto, senza neppure nascondersi di fronte alle telecamere, nelle manifestazioni dei gilet jaunes, fanno anche parte del servizio d'ordine. Ne animano la parte più combattiva, quella incontrata da Luigi Di Maio a Parigi. Quando richiama l’ambasciatore denunciando ingerenze negli affari interni francesi, Macron si riferisce alle ingerenze russe, per tramite dei partiti italiani allineati a Mosca”.

 

C'è poi una terza chiave di lettura della crisi diplomatica. Richiede un po’ di pazienza, perché comprende anche i fatti che si stanno verificando in queste settimane in Venezuela. Il 31 gennaio, L'Europarlamento ha votato la risoluzione con la quale riconosce Juan Guaidó legittimo presidente del Venezuela. La Russia, al contrario, ha interesse al mantenimento di Maduro al potere, per ragioni geopolitiche ed economiche. Deve salvaguardare i contratti che la petrolifera Rosneft ha siglato con il Venezuela. “Durante il voto - continua Lovisolo - i parlamentari europei dei partiti italiani di governo si sono astenuti. Ma se si analizza l'elenco dei votanti si vedrà che più di 190 deputati erano astenuti o contrari. Appartengono a gruppi e paesi diversi, ma sono accomunati dalla simpatia filorussa. Mentre negli altri paesi, però, i partiti a cui fanno capo sono minoritari, l’Italia è l’unico stato membro in cui costituiscono una maggioranza di governo”.

  

“È significativo - dice ancora Lovisolo - che il telegiornale russo, la sera della votazione europea sul Venezuela, abbia dato ampio risalto al voto dei parlamentari italiani e abbia intervistato non il ministro degli Esteri di Roma ma Manlio Di Stefano, sottosegretario agli Esteri, dalle risapute frequentazioni russe. È lui, nel 2016, che va a Mosca insieme ad Alessandro Di Battista, per tessere i contatti con parlamentari putiniani, tra cui Sergej Zheleznyak e Robert Shlegel. Il 29 giugno dello stesso anno Di Stefano tiene un intervento dinanzi al Congresso del partito di Vladimir Putin, Edinaja Rossija. Dopo il voto contrario al riconoscimento di Guaidó, Di Stefano ha detto: 'Non vogliamo un’altra Libia', riferendosi al fatto che la Libia, dopo la caduta di Gheddafi per l’intervento occidentale, precipitò nel caos. Sono le stesse, testuali parole con cui Putin e i politici russi, in questi giorni, giustificano il sostegno a Maduro, ma anche a Bashar el Assad in Siria. Di Stefano non ha nemmeno fatto lo sforzo di parafrasarle un po’. Cosa c’entra tutto ciò con il richiamo a Parigi dell’ambasciatore? Con la votazione sul Venezuela, l’Italia si è dimostrata un duttile ed efficace strumento nelle mani del Cremlino. L’Italia sta cambiando posizionamento internazionale”. Quello di Parigi, insomma, sarebbe un segnale che deve arrivare ben più a est di Roma.

Enrico Cicchetti

Nato a Mantova in un afoso settembre del 1987, cerca refrigerio dalle parti di Roma. Al Foglio dal 2016, si occupa del sito, di video e di infografiche. Su Twitter è @e_cicchetti

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Commenti all'articolo

  • eleonid

    09 Febbraio 2019 - 16:04

    Il governo gialloverde checché se ne dica dai vari commentatori è il vecchio partito comunista sotto false spoglie. Per quali ragioni i nostri giovani leoni politici rinneghino il recente storico passato non si è ancora capito. Quali vantaggi socio economici ne trarrebbe il nostro paese da strette relazioni con la Russia di Putin, a dispetto di un progetto europeo che fino a prova contraria ha sempre cercato di contrastare la Russia per la sua politica aggressiva ed espansionistica sul piano militare. Che tanto tanto pensiamo di avvantaggiarsene andando a fare la guerra alla Francia sotto tutela dalla Russia?

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