Il Mise smentisce il ban su Huawei. Ma stiamo con l’America o con la Cina?

Giulia Pompili

08/02/2019

Il Mise smentisce il ban su Huawei. Ma stiamo con l’America o con la Cina?

Foto LaPresse

Porti, 5G e mr Ping. L’ambasciata americana ha un grosso problema con i gialloverdi: troppo filo cinesi

Roma. Le voci sulle pressioni dell’ambasciata americana nei confronti del governo italiano circolavano già da tempo, e non solo a Palazzo Chigi. Dopo l’incriminazione formale da parte degli Stati Uniti del colosso delle telecomunicazioni cinese Huawei, il Dipartimento di stato americano aveva iniziato a muoversi per verificare quali sono i paesi più a rischio. Paesi alleati, dove il rapporto di fiducia, soprattutto nelle comunicazioni, è essenziale. L’indagine americana di fine gennaio è articolata, ma in sostanza accusa Huawei di sfruttare la rete 5G, la mastodontica infrastruttura che modificherà il nostro rapporto con l’internet per i prossimi decenni, per rubare informazioni e poi renderle accessibili al governo cinese. 

 

Il problema è soprattutto in Italia e se ne sta occupando proprio in questi giorni l’ambasciata americana a Roma, che a quanto risulta al Foglio è particolarmente preoccupata per la situazione (e i gialloverdi non hanno dato dimostrazione di grandi capacità diplomatiche, vedi il caso francese). Nel nostro territorio già cinque città hanno avviato la sperimentazione del 5G, e sono quelle ufficiali del ministero dello Sviluppo economico. Si tratta di Milano, Prato, L’Aquila, Bari e Matera. A Milano, Bari e Matera la costruzione della rete è stata affidata a Huawei, mentre la gestione è rispettivamente di Vodafone, Tim e Fastweb. A Prato e L’Aquila, invece, a costruire l’infrastruttura ci ha pensato l’altro colosso cinese, Zte, e la rete è gestita da Wind3 e OpenFiber. “In altre città alcuni operatori come Fastweb hanno avviato sperimentazioni non ufficiali ma autorizzate dal Mise”, fa sapere il ministero. Ieri però è successo qualcosa. Sulla Stampa Federico Capurso ha citato “fonti qualificate della Difesa e della Farnesina” che dicono: “L’Italia metterà al bando Huawei e Zte”. Dopo poche ore il ministero dello Sviluppo guidato da Luigi Di Maio ha diffuso un comunicato per smentire categoricamente: “Con riferimento a una presunta messa al bando delle aziende Huawei e Zte dall’Italia in vista dell’adozione della tecnologia 5G, il Mise smentisce l’intenzione di adottare qualsiasi iniziativa in tal senso”. E poi: “La sicurezza nazionale è una priorità e nel caso in cui si dovessero riscontrare criticità – al momento non emerse – il Mise valuterà l’opportunità di adottare le iniziative di competenza”. La rete 5G è di competenza del ministero di Via Veneto, che opera su vari livelli in collaborazione con la Difesa e la Farnesina ma il dossier, appunto, è tutto in capo a Di Maio. Che, come questo giornale ha scritto più volte, ha un canale privilegiato con la Cina anche grazie all’attivissimo sottosegretario Michele Geraci – che ultimamente ha passato molto tempo a Trieste, un altro luogo ambitissimo dai cinesi per via del porto in via di acquisizione.

 

A differenza di quasi tutti gli altri paesi europei, la questione Huawei-Zte continua a essere sottovalutata in Italia, ed è comprensibile, quindi, la preoccupazione americana. Soprattutto perché le prossime cinque, sei settimane saranno cruciali per i rapporti tra Italia-Cina e America. E’ infatti prevista per fine marzo la prima visita ufficiale del presidente cinese Xi Jinping in Italia, e in quell’occasione sarà di sicuro firmato qualcosa. Ma che cosa nessuno ancora vuole dirlo. Diverse fonti diplomatiche spiegano l’attendismo da parte del governo italiano a far trapelare gli accordi sul tavolo da offrire a Xi Jinping a marzo proprio per evitare di provocare ulteriormente l’ambasciata americana a Roma – e le ire del Dipartimento di stato.

 

Del resto, le discussioni sull’opportunità di lasciar penetrare nei mercati strategici due colossi cinesi come Huawei e Zte hanno varcato da tempo i confini americani. Se ne parla non solo nel circolo del Five Eye, ma anche in Europa – dopo un mastodontico hackeraggio ai danni della diplomazia europea scoperto a dicembre e che aveva le stesse caratteristiche di altri attacchi perpetrati dalla Cina. Giorni fa anche l’agenzia di spionaggio norvegese ha dichiarato per il 2019 “maggior rischio” lo spionaggio cinese, la Polonia chiede l’intervento di un’Europa unita sul caso, Angela Merkel chiede rassicurazioni da parte di Pechino e Vodafone Europa (sì, la stessa della rete 5G di Milano) ha temporaneamente sospeso l’acquisto di componenti Huawei.