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Con il piede in due mondi

Redazione

Orbán benedice l’asse Roma-Varsavia dal calduccio della sua casa europea: il Ppe

Bravi i miei ragazzi, deve aver pensato Viktor Orbán che un po’, di questo sovranismo che non conosce freni, rivendica la paternità. In una conferenza stampa, giovedì, in piedi davanti alla bandiera ungherese e al fianco di uno dei suoi ideologi, Zoltan Kovács, il suo segretario di stato con un inglese perfetto, che ha il compito di difenderlo sui social e sulle pagine dei giornali stranieri, ha detto che nutre grandissime speranze per la nuova unione – ancora non definita – che potrebbe nascere tra Roma e Varsavia in vista delle europee di maggio. Il ministro dell’Interno Matteo Salvini e Jaroslaw Kaczynski il leader del PiS, il partito di governo polacco, si sono incontrati mercoledì, ma oltre ai sorrisi e alle strette di mano, tra i due non è uscito nulla di concreto. Soltanto la proposta di un programma in dieci punti per l’Europa, ma oltre al numero dei punti, restano molti dubbi sui contenuti di questo programma.

 

“Il dibattito sui migranti sta reinterpretando tutto il dibattito sulla sovranità, nessuno può decidere con chi noi desideriamo vivere”, ha detto Orbán. E quindi, ben venga l’internazionale dei populisti. Orbán però, che ha definito Salvini “un eroe”, ha dato la sua benedizione alla creazione di questo grande movimento sovranista del quale lui non farà parte. Ha applaudito all’asse Roma-Varsavia dal calduccio del Partito popolare europeo, la sua famiglia Ue che non intende mollare, perché rimane la più forte e la più numerosa all’interno dell’Europarlamento. “Continueremo a essere fedeli al nostro partito in Europa – ha detto il premier ungherese –, tuttavia quando si parla di immigrazione non devono esserci limiti tra i partiti e sono stufo che, quando il Ppe è in cerca di alleati, guardi soltanto alle forze pro immigrazione”. Il Ppe non vuole cacciare Orbán, fuori appare più pericoloso, ma in ogni caso non ne ha la forza politica. Nel Partito popolare si sta comodi, lo sa bene Orbán. E mentre il suo eroe Salvini e l’amico Kaczynski sono alla ricerca di una casa europea, lui la sua ce l’ha già. A cavallo tra due mondi, occupa con il corpo un partito e con l’ideologia un altro, che per ora è soltanto un’alleanza in dieci punti e senza programma.

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