Non s'inventano fatti ma il giornalismo è a colori

Giuliano Ferrara

Anche nel tempo delle manipolazioni e dei fake, le cronache senza estro non sono necessariamente le più veritiere. Il caso di Claas Relotius licenziato dallo Spiegel

Claas Relotius è un figaccio trentatreenne che lo Spiegel ha licenziato perché da reporter inventava. D’accordo, non si dovrebbe colorire, scrivere di fonti e fatti immaginari: le inchieste devono essere veritiere. Siamo a Natale, i Nocs italiani si arrampicano mascherati da Babbi sui muri del Policlinico romano per rinnovare l’invenzione dell’uomo barbuto col cappuccio rosso che porta felicità da favola ai bambini, in questo caso ai bambini malati, ma quella è o dovrebbe essere un’altra storia. Eppure qualcosa nel caso Relotius non mi torna, sebbene capisca la severità dello staff dello Spiegel a tutela di un luogo comune che è identico alla verità oggettiva: il reporter non inventa.

 

Il giovane Claas non è il primo della serie, e penso non sarà l’ultimo. Altri falsificatori clamorosi si segnalarono in carriera, per esempio nel tempio del New York Times. In questo caso c’è un’aggravante: i numerosi servizi di Relotius hanno avuto un clamoroso successo, un premio dopo l’altro, collaborazioni al Guardian di Londra, ammirazione e scintillio, clap clap di lettori e editori. Finché Juan Moreno, un collega, ha fatto la spia, onorato mestiere che oggi sfoggia il titolo di whistleblower, e il castello di carte truccate è crollato. Estenderemo alle redazioni l’agente infiltrato incaricato da Sua Eccellenza il ministro Bonafede di tentare i corrotti e smascherarli per conto della Repubblica della virtù? E’ un’idea.
      

Per metterla in pratica, però, sarebbe necessario tracciare un confine. Il più grande reporter italiano degli anni Sessanta e Settanta, ma di gran lunga, è Lino Iannuzzi (piano Solo eccetera: è uno che ha sempre saputo procurarsi a strappo le notizie giuste nel momento giusto, e per dirla con il mainstream “notizie veritiere”). Ma nel suo giornale, che era l’Espresso, quello grande di formato, per la firma di questo meraviglioso talento della cronaca politica e civile uscirono pezzi celebri in cui si diceva che, per esempio, salendo le scale del Quirinale “Pietro Nenni pensava che…”, e via con le virgolette ricostruttive dei pensieri del capo socialista nel bel mezzo delle grandi crisi della Repubblica. Forse è scorretto attribuire pensieri virgolettati, è un atto di immaginazione cronistica borderline, ma in quel tempo non si moriva di noia, e Iannuzzi oltre tutto quasi sempre ci azzeccava.

 
Un giornalismo senza estro e colore non è necessariamente il più veritiero, e molti exempla tratti da altri dossier personali di reporter svelti e disinvolti potrebbero essere addotti (il nostro amico Vittorio Zucconi è sempre stato un creativo del reportage, ma ce ne fossero): comunque quel giornalismo grigio e da esperti purtroppo ce l’abbiamo, e si segnala come una nebulosa digitalizzata proprio oggi che viviamo il tempo della postverità, dei fake, delle manipolazioni istituzionali e extraistituzionali. Ripeto: non s’inventano fatti e dettagli, ma gli innocenti che presumono di attenersi a regole barbose e codificate dall’expertise non sono del tutto incolpevoli. Una volta si favoleggiava, e non era vero, che il principe del giornalismo d’accertamento, il mai dimenticato Alberto Ronchey, scriveva prima di partire, che so per la Germania o per gli Stati Uniti, la traccia ampia dell’inchiesta da perfezionare in loco, a contatto con le fonti locali. Era solo un modo di lavorare sodo, ché la mania di Ronchey era la precisione la più dettagliata, e per attingerla c’è sempre stata una dialettica tra le cose viste, documentate e pensate, dunque in parte immaginate o ricostruite secondo un criterio largamente personale. Tom Wolfe e altri mostri di bravura come lui varcarono la frontiera che divide giornalismo e romanzo con un successo non solo editoriale indiscusso, con un successo bensì metodologico e risultati eccellenti nella descrizione del vero, che è sempre anche (sottolineo: anche) un punto di vista non falsificabile, una congettura senza possibili confutazioni (per dirla con Karl Popper).

  
Dovrei conoscere bene il dossier Claas Relotius per dare un giudizio davvero informato, e non lo conosco, nel senso che non ho letto i suoi articoli e avrei difficoltà a dire quanto ci fosse di falso e quanto di inventivo, due cose diverse. Ma ho un’infarinatura sui meccanismi della notizia, della cronaca, del racconto in soggettiva, e un pregiudizio generalmente favorevole a chi in questo mestiere si fa leggere, con paradossi e paralogismi nel commento e con sorniona creatività nelle cronache. E il reprobo sì che si faceva leggere, e non è detto che fosse un mediocre manipolatore come ce ne sono tanti, tantissimi, oggi in giro, tanto è vero che lo premiavano a schiovere e lo pubblicavano felici nel Guardian. Non bisogna esagerare, non dirai falsa testimonianza, è scritto nella pietra biblica, ma il giornalismo (il che è comunque un’attenuante per i volenterosi falsificatori che ogni tanto spuntano nelle testate più prestigiose) è sempre stato a colori e sempre una fatica per tipi irregolari, con juicio. Buon Natale, Claas.

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  • Giuliano Ferrara Fondatore
  • "Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.