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Alle radici della rivoluzione dei giovani che vuole cambiare l'Armenia

Il primo ministro Nikol Pashinyan punta a mettere in pratica il cambiamento democratico dopo la ribellione rabbiosa ai repubblicani. Ma servirà un cambiamento di mentalità 

23 Dicembre 2018 alle 06:07

Alle radici della rivoluzione dei giovani che vuole cambiare l'Armenia

Un cartellone elettorale con l'immagine di Nikol Pashinyan (foto LaPresse)

Erevan. La “rivoluzione di velluto” armena ha vinto anche alle urne. Ha stravinto. Il 9 dicembre si sono tenute le elezioni anticipate e il movimento del primo ministro Nikol Pashinyan – Im qayly (Il mio passo) – ha fatto il pieno, raccogliendo il 70,42 per cento e ottenendo una maggioranza costituzionale.

  

Pashinyan, con questi numeri in Parlamento, può finalmente avere campo libero per le riforme che ha in mente: lotta senza quartiere alla corruzione, taglio drastico delle tasse per le piccole imprese, trasformazione dell’Armenia da paese agricolo a paese hi-tech. Nei mesi precedenti gli era stato impossibile. Non aveva una maggioranza chiara in Parlamento, perché la sua scalata al potere è nata sulla piazza.

   

Tra aprile e maggio Pashinyan, l’ex giornalista, lo storico dissidente, il cane sciolto della politica armena, né liberale, né conservatore, un politico post-ideologico che si sente ispirato da Václav Havel, Lech Wałesa e Nelson Mandela, ma anche un po’ da Che Guevara ("Però sono contro l’uso della violenza in politica", ha precisato nella conferenza stampa post-elezioni), aveva arringato per giorni tutti quei cittadini – migliaia e migliaia – ammassati in Piazza della Repubblica, nel cuore della capitale Erevan, per chiedere le dimissioni di Serzh Sarksyan, il gran capo del Partito repubblicano: il partito-stato che con l’appoggio degli oligarchi e il ricorso diffuso alla pratica della corruzione ha dominato per vent’anni la politica armena. Alle elezioni non ha superato la soglia di sbarramento del 5 per cento. Tracollo memorabile.

  

Sarksyan è stato eletto presidente della Repubblica nel 2008. Poi ha vinto le successive elezioni, nel 2013. Prima che terminasse il secondo mandato, l’ultimo possibile secondo la Costituzione, ha voluto una legge per trasformare l’Armenia in una Repubblica parlamentare, da presidenziale che era, allo scopo di continuare la sua storia di potere da primo ministro. La cosa non è andata giù agli armeni, che hanno trovato l’opportunità di sfogare tutta la loro rabbia nei confronti dei repubblicani, come partito e come sistema di potere. Appena prima che Sarksyan si insediasse formalmente alla guida del governo sono iniziate le proteste. Dapprima timide, si sono trasformate giorno dopo giorno in una vera, grande e festosa insurrezione di popolo. Alla fine Sarksyan, pochi giorni dopo la nomina a primo ministro, ha fatto il passo indietro, dimettendosi. Benché a malincuore, i repubblicani hanno accettato che il suo posto venisse preso da Pashinyan, come le masse chiedevano. Ma in questi mesi, si diceva, Pashinyan non ha potuto governare liberamente.

 

Le elezioni anticipate sono state il tentativo – riuscito – di capitalizzare l’adrenalina rivoluzionaria che ancora si respira in tutto il paese. Si può captare ovunque, a partire dal mondo delle startup, che è tra i più sviluppati dell’intero arco post-sovietico, anche grazie a un know-how di eredità sovietica: l’Armenia, con Ucraina e Bielorussia, fu uno dei poli tecnologici della superpotenza comunista. "La rivoluzione sta alimentando un crescente interesse tra chi vuole investire nelle nostre startup. Prima invece c’erano delle remore, per via della corruzione. Parallelamente, il governo ha fatto sapere che intende destinare maggiori risorse all’istruzione per formare buoni professionisti nel settore", spiega Armen Orujyan, amministratore delegato della Fondazione Fast, un incubatore di aziende innovative che ha sede a Erevan.

 

Lo visitiamo mentre si tiene un workshop su come diventare imprenditori di successo. Ci fermiamo a parlare con Vahan Melkonyan e Lian Hakobyan, un ragazzo e una ragazza di vent’anni, inventori di una applicazione che mette in contatto aziende e neolaureati. Sostiene Vahan: "Questo governo giovane, che ha preso il posto di uno vecchio, potrà favorire partnership tra le startup e farci finalmente crescere". Afferma Lian: "Anche noi abbiamo fatto la rivoluzione. Vogliamo prendere parte al cambiamento. La rivoluzione ci motiva a rimanere qui, anziché emigrare, una scelta purtroppo obbligata per tanti giovani. Vogliamo migliorare il nostro paese con la nostra energia".

 

I giovani sono stati il combustibile essenziale della rivoluzione. La generazione che alla fine degli anni Ottanta lottò per l’indipendenza dell’Armenia, prima Repubblica sovietica a ribellarsi al Cremlino, è invece più cauta. Ha affrontato battaglie dure e importanti, ma non ha visto nascere il paese che sperava. La classe politica se lo è mangiato, lasciando alla gente poche briciole. Queste persone sanno che cambiare l’Armenia richiede un enorme sforzo. Pashinayn è stato perfetto nel coinvolgere così tanta gente nella sua rivoluzione, ma ora deve produrre fatti.

  

Il primo ministro ha già detto che la prima legge che approverà sarà la riforma del codice fiscale. Le piccole aziende verranno esonerate – del tutto – dal pagamento delle tasse. In questo modo il governo vuole liberare opportunità prima negate dal patto tra repubblicani e oligarchi, per mettere in circolo energia, idee, entusiasmo e risorse. Un altro pilastro del programma di governo è la lotta alla corruzione. L’esecutivo non punirà gli oligarchi con leggi speciali o requisendo i loro beni. Però effettuerà un ricalcolo sulle tasse da loro non versate nel corso degli anni. Verrà inoltre creata un’agenzia nazionale anti-corruzione, dotata di ampi poteri investigativi.

 

Terza colonna portante della rivoluzione: la democrazia. Pashinyan vuole fare dell’Armenia un paese fondato sulla trasparenza e sullo stato di diritto, sul rapporto virtuoso tra cittadini e istituzioni, su pesi e contrappesi. Nella testa di Pashinyan e dei suoi parlamentari, molti dei quali giovani, con esperienze all’estero, c’è l’idea che il progresso socio-economico passi necessariamente dalle buone pratiche democratiche. Il che sarebbe normale. Ma nello spazio post-sovietico le cose non vanno così. Abbiamo parlato di questo con Sos Avetysian, trent’anni, candidato del partito di Pashinyan, seguendo la sua campagna nel distretto di Ararat, nell’ovest del paese: "Il precedente sistema si basava su tangenti e piccoli favori. La nostra missione, al governo, è spiegare che i problemi si risolvono nel lungo termine, attraverso la collaborazione tra governo e cittadini. La gente vuole lavoro e infrastrutture, più che la democrazia. È molto difficile farle capire che non si possono avere progressi socio-economici se mancano buon governo e democrazia. Dobbiamo insistere nel sottolineare questo legame".

  

Serve dunque un cambio di mentalità. È una sfida politica, storica e culturale, riflette Tevan Poghosyan, presidente del Centro internazionale per lo sviluppo umano (Ichd), ong di Erevan. "Noi armeni abbiamo perso l’indipendenza sei secoli fa, quando ottomani e persiani ci smembrarono. Poi sono arrivati i russi al posto dei persiani, dopodiché è iniziata l’esperienza sovietica. Nel corso dei secoli ci siamo adattati ai regimi che ci hanno governati o ai paesi che hanno accolto la nostra diaspora. In un certo senso, abbiamo sviluppato un’autocensura, un’accettazione del sistema, che si è confermata anche nel ventennio dominato dai repubblicani. Adesso invece occorre unirsi, creare gruppi di pressione, mobilitarsi per far contare il proprio voto. Sarà difficile cambiare mentalità", ragiona Poghosyan.

 

E la politica estera? Pashinayn, su questo, ha le idee molto chiare: vuole evitare di impantanarsi nella scelta tra Europa e Russia, costata carissima a Georgia e Ucraina. L’idea di fondo è mantenere la relazione forte con Mosca, che è la garante storica della sicurezza armena, e confermare l’adesione all’Unione eurasiatica, l’area di libero scambio voluta da Vladimir Putin. Parallelamente, però, c’è l’obiettivo di intensificare il rapporto con l’Europa. "Da Bruxelles vogliamo una collaborazione fondata sui valori democratici, da noi scelti come indicatori del nostro progresso. Ma questa non deve suonare come un passo verso una futura integrazione", sottolinea Maria Karapetyan, neo-parlamentare del partito di Pashinyan. In breve: democrazia dall’Europa, sicurezza dalla Russia.

 

Quanto al conflitto trentennale con l’Azerbaigian per il controllo del Nagorno-Karabakh, striscia di terra strappata agli azeri negli anni Novanta, Pashinyan sta negoziando con Baku un cessate il fuoco stabile (spesso è violato) lungo la “linea di contatto”, la frontiera super-militarizzata tra Nagorno-Karabakh e Azerbaigian.

 

Infine la Turchia, che sostiene l’Azerbaigian e nega il genocidio armeno. Pashinyan è pronto a riaprire il dialogo, nell’ottica di una politica estera fondata sul concetto di “zero problemi con i vicini”, in funzione del successo della rivoluzione interna.

 

Chiudiamo da Gyumri, nel nord, la seconda città del paese, dove la rivoluzione è cominciata. Prima di arrivare a Erevan e di galvanizzare la folla in Piazza della Repubblica, Pashinyan ha infatti percorso città e villaggi del paese, cercando il contatto con la gente e creando mobilitazione intorno al suo progetto democratico. Gyumri è stata la prima tappa dell’itinerario. All’ingresso del centro abitato c’è una statua che raffigura Pashinyan in marcia. È realizzata da uno scultore locale che ha voluto celebrare l’inizio del percorso rivoluzionario. Il 7 dicembre, due giorni prima delle elezioni, Nikol Pashinyan è tornato a Gyumri. Non per celebrare l’inizio della sua marcia, ma per commemorare il sisma che nel 1988 distrusse la città e alcuni centri abitati di questo spicchio d’Armenia. A Gyumri, a trent’anni da quella violentissima scossa, ci sono ancora 10mila persone – a fronte dei 125mila abitanti complessivi – che vivono in container o umili baracche. La famiglia di Ashot Grigoryan, 61 anni, è tra quelle che, persa la casa, non ne ha più riavuta una. "Ho perso ogni speranza. Siamo qui da trent’anni, e non si sa più in cosa credere. Non c’è nulla che possa ridarmi un po’ di fiducia", ci ha detto Grygorian davanti alla sua traballante baracca quando gli abbiamo chiesto cosa pensasse di Pashinyan. Non sarà facile diffondere il verbo della rivoluzione e la speranza democratica tra questa gente e tra tutti gli altri armeni – il 30 per cento della popolazione – che vivono al di sotto della soglia di povertà.

Matteo Tacconi

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