Facciamo come il Québec! Ma il Québec non parla più d'indipendenza

Maurizio Stefanini

Storico risultato delle elezioni nella provincia canadese: dopo 15 anni di governo dei liberali, le urne premiano una formazione nazionalista ma non indipendentista e contro l'immigrazione di massa

[Articolo aggiornato il 2 ottobre 2018 alle 10:00] Il risultato delle elezioni in Québec è storico: dopo 15 anni di governo ininterrotto dei liberali, le urne premiano la Coalizione Avvenire Quebec (Qac), guidata dall'ex imprenditore François Legault, una formazione nazionalista ma non indipendentista e contro l'immigrazione di massa. In campagna elettorale Legault ha denunciato la sconfitta del premier uscente Couillard nel processo di integrazione e di 'francesizzazione' degli immigrati arrivati in Québec, suggerendo una riduzione temporanea del 20 per cento dei flussi in entrata – 40 mila immigrati l'anno – già dal 2019 e criteri di selezione più stringenti dei candidati all'immigrazione, da sottoporre a "test dei valori" ed esame di lingua francese. Il partito di Legault avrà la maggioranza assoluta all'Assemblea nazionale.


 

Roma. L’indipendentismo catalano si appella al Québec, ma il Québec non pensa più all’indipendenza. Per caso, accade che in Quebec si tengano le elezioni provinciali proprio a un anno di distanza dall’“1-0”, come lo avevano ribattezzato: il referendum autogestito che il Govern di Puigdemont aveva organizzato in Catalogna e che il governo spagnolo non riconobbe, innescando uno scontro istituzionale ancora in corso. Il successore di Puigdemont, Quim Tora, si è appellato al precedente della “Belle Province” per chiedere al primo ministro Sánchez una nuova consultazione. “Stimato presidente, con prigionieri ed esiliati politici, migliaia di catalani indagati o processati per l’1-O e il diritto democratico all’autodeterminazione della Catalogna negato a ripetizione, chi priorizza il conflitto? Negoziato e patto come in Canada il Québec, per esempio”.

     

Solo che, appunto, quella che si è tenuta in Quebec è stata la prima campagna elettorale dal 1970 in cui l’indipendenza non è stata nei programmi. Quarantotto anni fa fu fondato il Parti Québécois, il cui statuto ha come primo articolo la separazione della provincia francofona dal Canada. Nel 1976 andò per la prima volta al governo, e nel 1980 indisse un referendum per ottenere un mandato a negoziare la separazione. Andò malissimo, con un 59,56 per cento di no. Il Pq rivinse comunque le elezioni del 1981, perse quelle del 1985, tornò al governo nel 1994, e l’anno dopo indisse di nuovo un referendum. E di nuovo fu un no all’indipendenza, pur se con margini molto più risicati: appena il 50,58 per cento. Quei due referendum costituirono il precedente cui si richiamò come modello per il referendum scozzese, e Québec con Scozia assieme hanno costituito il precedente invocato dai nazionalisti catalani.

     

Ma 23 anni dopo quel secondo referendum, soltanto il 19 per cento dei giovani quebecchesi tra i 18 e i 25 anni è favorevole all’indipendenza. Il Pq ha una militanza piuttosto anziana, con una media intorno ai 61 anni. Dopo aver subito nel 2011 la scissione della Coalition Avenir Québec in questa campagna elettorale ha arrancato solo terzo nei sondaggi, con poco più del 20 per cento. Per di più Jean-François Lisée, l’ex -giornalista leader del Pq dal 2016, adesso dice che se diventa primo ministro non indirebbe più un referendum sull’indipendenza subito, ma solo se vince di nuovo anche nel 2022: e solo se nel frattempo il negoziato in corso con Ottawa non dà buoni frutti.

   

Facoltoso tycoon tra i fondatori nel 1986 della compagnia aerea Air Transat, il leader di Avenir Québec François Legault veniva anche lui dal Pq, per il quale fu anche ministro di Salute e Istruzione. Ma poi se ne è andato nel 2009, stanco di una ossessione indipendentista secondo lui inconcludente. Nei sondaggi testa a testa con i liberali, che sono al potere sia a Ottawa con Justin Trudeau sia in Québec con Philippe Couillard, la sua coalizione sta al Pq un po’ come la Lega di Salvini a quella di Bossi, mutatis mutandis. “Siamo un gruppo di nazionalisti che vogliamo un forte Québec dentro un forte Canada”, dice. Oltre che con l’anniversario del referendum catalano la data delle elezioni provinciali ha coinciso anche con l’annuncio che il Canada si è dovuto piegare alla riforma del Nafta imposta da Trump a colpi di tweet e minacce. Nel nuovo clima di sovranismo e guerre commerciali, le piccole patrie rischiano di essere inadeguate e perdono importanza rispetto alle patrie più grandi.

   

Secondo i sondaggi, l’indipendenza era l’ultimo tra i 14 temi della campagna elettorale. Anche nel Québec, in testa alle preoccupazioni c’è l’immigrazione, che in base all’accordo firmato nel 1991 col governo federale è materia locale. I liberali vogliono mantenere la quota di 50 mila immigrati l’anno, mentre Legault li vuole ridurre a 40 mila e vuole sottoporre chi arriva a una specie di esame di integrabilità.