Oltre le fake news

Paola Peduzzi

Milano. Quando, nel febbraio del 2017, la commissione bipartisan su Digitale, Cultura, Media e Sport (Dcms) del Parlamento inglese ha iniziato la sua inchiesta sulle fake news non sapeva che si sarebbe ritrovata a mandare in scena un processo sugli ingranaggi della democrazia, e sul suo futuro. “A ogni passo si univano alcuni puntini, poi altri e altri ancora, e via così, diciotto mesi di lavoro, sessantuno testimoni, centocinquanta relazioni scritte, ventuno prove testimoniali, di cui una a Washington (e non era mai accaduto prima) e mai una volta che ci è capitato di pensare: dai, la situazione non è così brutta come temevamo”, dice al Foglio Damian Collins, parlamentare conservatore di quarantaquattro anni, presidente della commissione Dcms. Le linee tracciate hanno unito questi puntini: le pubblicità di Facebook, la profilazione degli utenti, il mal-trattamento dei dati, Cambridge Analytica, le ingerenze russe, i fondi della campagna Leave per il referendum sulla Brexit, il ruolo dei finanziatori, soprattutto quello di Arron Banks, che ha lasciato la sala dove stava testimoniando quando gli è stato chiesto di fornire dettagli precisi sui suoi rapporti con l’ambasciata russa.

 

Sabato è stato pubblicato il primo report dei lavori della commissione – in autunno ci sarà il documento finale – e molti commentatori hanno detto: non importa di che partito siete o che cosa avete votato al referendum, leggete queste ottantanove pagine, perché raccontano il “wild west” in cui siamo tutti immersi, la nostra realtà. Il selvaggio west è il mondo dell’informazione e delle campagne elettorali, “ma non dobbiamo limitarci a parlare di fake news, anzi, il termine fake news è estremamente riduttivo – dice Collins – Quando parliamo di fake news in realtà intendiamo campagne deliberate di disinformazione volte a confondere e ingannare, e in sostanza a condizionare le azioni delle persone”. E le persone spesso non sanno neppure di essere vittime di atti calcolati, questo è il puntino che fa dire a Collins che siamo nel mezzo di una “crisi della democrazia”: manca il consenso delle persone, non si sa chi ha pagato per le pubblicità, spesso non c’è nemmeno la possibilità di bloccarle. 

 

Quando Collins e i suoi colleghi della commissione sono stati a Washington per raccogliere prove sono rimasti colpiti dall’Fbi: è importante ricostruire quel che è accaduto alle elezioni del 2016, con la Brexit nel Regno Unito e la vittoria di Donald Trump in America, ma l’Fbi è già proiettata verso i prossimi appuntamenti, la tecnologia digitale avanza a velocità sostenuta, le elezioni di mid-term sono tra cento giorni e chissà, anche nel Regno si potrebbe rivotare nei prossimi diciotto mesi. Non si deve combattere l’ultima battaglia, ha scritto Matthew d’Ancona, commentatore conservatore che ha testimoniato davanti alla commissione Dcms, ma prepararsi per quella successiva: trovarsi impreparati un’altra volta non è un’opzione.

 

Siamo in un momento molto importante, dice Collins, “i cittadini stanno realizzando di essere loro stessi dei prodotti, non soltanto gli utilizzatori di un servizio gratuito”. Facebook e le altre compagnie tech devono prendersi la responsabilità delle loro azioni, “i social media non possono continuare a nascondersi dietro alla pretesa di essere soltanto ‘una piattaforma’ – dice il report – Non è affatto questo il caso: cambiano di continuo quel che si può vedere e quello che non si può vedere, sulla base di algoritmi e di interventi umani”. Collins non pensa neppure che Facebook debba essere catalogato come un editore: è necessaria una nuova definizione, una terza via tra la piattaforma neutrale che neutrale non è e il lavoro dell’editore, “ma questo si può fare soltanto se c’è un’assunzione di responsabilità e se c’è massima trasparenza”.

 

I lavori della commissione sono invece stati intralciati dalle non-risposte di Facebook, in particolare per quel che riguarda l’utilizzo da parte di agenti russi delle pubblicità e degli strumenti di profilazione messi a disposizione dal social media. Il report ricorda che, nei sei mesi precedenti al referendum del 2016, i media legati al Cremlino in lingua inglese, Russia Today e Sputnik, hanno pubblicato 261 articoli a sostegno della Brexit che hanno raggiunto più utenti su Twitter e su Facebook dei contenuti prodotti dalle due campagne ufficiali per il “leave”. La commissione insiste sulla “riluttanza” delle società tech ad aiutare la commissione nel dare una dimensione precisa alle ingerenze russe, forse perché anche le stesse aziende non le conoscevano del tutto. Ma sono stati fatti dei passi avanti: Facebook ha annunciato di aver identificato e fermato una campagna di influenza politica coordinata in America, con decine di account e pagine false fatte per condizionare il voto delle prossime elezioni di metà mandato. Non si riesce a ricondurre l’azione a un paese specifico, la Russia per dire, ma l’attività è chiara, è molto simile a quella fatta in passato dai russi e la prevenzione potrebbe, per la prima volta, funzionare.

 

Nascondersi non è più possibile, il momento in cui tutto è cambiato anche per Collins e i suoi colleghi è stato quello in cui è scoppiato lo scandalo legato a Cambridge Analytica, che si è manifestato proprio davanti alla commissione “indomita” (la definizione è del Washington Post). Tra collegamenti russi, inglesi, americani, dati trafugati e replicati e utilizzati a fini elettorali, è parso chiaro che il selvaggio west non può più essere ignorato (almeno questo è accaduto in molti paesi europei, non ancora in Italia).

 

Che cosa fare allora? Collins dice che c’è bisogno di nuove regole per “un’assoluta trasparenza delle campagne politiche online” e per la creazione di standard di verificabilità comprensibili: i cittadini devono sapere chi propone messaggi o informazioni e se sono pubblicità oppure no. Non c’è bisogno di arrivare a un “ministero della Verità”, che anzi sarebbe la via più facile per aumentare una già enorme polarizzazione, “la legge tedesca contro le fake news – dice Collins – mi sembra il punto di partenza più efficace”. Soprattutto la commissione e il suo presidente insistono sulla “difesa civica” del futuro della democrazia, proponendo alle aziende tech di fornire fondi per “l’alfabetizzazione digitale”, dice Collins, “che deve cominciare dalle elementari”. Anche noi adulti in realtà avremmo bisogno di studiare, questa tecnologia digitale ubiqua e invisibile ha trasformato prima di tutto noi che già esprimiamo le nostre opinioni e votiamo, ma intanto si comincia con le scuole, imponendo alle aziende tech di pagare “un’imposta educativa” per le prossime generazioni. “Siamo finiti in un mondo che è senza una storia e senza delle regole – dice Collins – ed è importante che vengano scritte. Ed è bene che lo facciamo noi”, e per noi intende i politici che hanno a cuore la tenuta della democrazia liberale, perché questa è una responsabilità che non si può delegare ad aziende che massimizzano profitti o, peggio ancora, a paesi stranieri che hanno visioni opposte su dove deve andare il mondo.

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