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Le alluvioni in Giappone e qualche lezione per la burocrazia italiana

Alcuni fenomeni meteorologici sono difficilmente anticipabili. Per questo la prevenzione è l’arma per combattere “il serpente”

Giulia Pompili

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pompili@ilfoglio.it

9 Luglio 2018 alle 21:29

Le alluvioni in Giappone e qualche lezione per la burocrazia italiana

Maltempo in Giappone, le immagini dei danni in città (foto LaPresse)

Roma. In giapponese si chiama “la caduta del serpente”, jakuzure. Come spesso accade nella lingua nipponica, ogni evento naturale ha un’immagine folcloristica a evocarla, e così anche la frana che arriva dalla montagna somiglia a un enorme serpente che scende giù in velocità e colpisce tutto ciò che trova sulla sua strada: centri urbani, abitazioni, persone. La stagione delle piogge è quasi finita, dice l’Agenzia meteorologica di Tokyo, ma resta il problema delle frane, vista l’anomala quantità di pioggia che è scesa nell’ultima settimana, e del gran caldo. Il pericolo non è finito. Nella parte centrale e occidentale del Giappone i morti sono più di cento, mentre almeno sessanta sono i dispersi tra le prefetture di Hiroshima, Okayama, Gifu e Kochi.

 

Le immagini dall’alto mostrano un disastro impensabile per un paese come il Giappone, che soltanto sette anni fa ha dovuto affrontare il terremoto e il maremoto del Tohoku e ha dovuto ripensare tutto il sistema di allarmi e prevenzione in caso di calamità naturali. “Non solo la pioggia è estremamente forte, ma ha interessato vaste aree, ha costretto a lanciare l’allarme in ben nove prefetture e ha continuato a scendere per tre, quattro giorni di fila”, scrive in prima pagina l’Asahi Shimbun. Nel 2013 è stato introdotto nelle zone a rischio un allarme speciale – allarme che ha evitato un numero di vittime maggiore – ma ormai quel sistema, che si avvale di sirene lungo gli argini dei fiumi e dell’ormai nota applicazione per smartphone dell’Agenzia meteorologica, ha già suonato otto volte negli ultimi anni, e sembra che “ciò che prima era considerata anormalità stia diventando la nuova normalità”.

 

Nel frattempo ci sono 2 milioni di persone soggette all’ordine di evacuazione: qualche giorno fa si era arrivati a 5 milioni. Nell’area più colpita ci sono interi centri urbani isolati, dove ancora manca acqua e scarseggia il cibo. Il primo ministro Shinzo Abe ha cancellato il suo viaggio in Europa e medio oriente previsto questa settimana per coordinare l’emergenza. Nella stessa zona, nel 2014, le piogge particolarmente abbondanti portate dai tifoni avevano fatto 70 morti. Eppure, periodicamente, il Giappone ricorda al mondo il valore della resilienza, la capacità di evitare le polemiche politiche mentre è in corso lo stato d’emergenza, mentre si cercano i dispersi. Che sia un terremoto (come quello di Kumamoto del 2016) che siano le piogge a portare esondazioni e frane.

  

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In Italia conosciamo bene questo genere di disastri. Seppure con modalità diverse, alluvioni e frane fanno parte del rischio idrogeologico con cui il nostro paese convive da sempre. “Dal 2000 a oggi sono più di trenta le alluvioni che hanno provocato vittime in Italia”, riporta un’inchiesta di qualche mese fa di SkyTg24. Dai “14 morti in Calabria nel settembre del 2000 fino agli 8 a Livorno nello stesso mese del 2017”, l’Italia molto più spesso fa i conti con fenomeni naturali che magari non fanno vittime, ma colpiscono l’economia. Nemmeno una settimana fa “eccezionali piogge” hanno interessato gran parte del Trentino e in particolare Moena. Il disastro che ha colpito il Giappone in questi giorni dovrebbe ricordarci che alcuni fenomeni sono difficilmente prevedibili, che il rischio zero non esiste, ma che la prevenzione serve soprattutto a risparmiare non solo vite umane, riducendo il rischio, ma anche fondi per l’emergenza. “Dobbiamo aumentare la capacità di resilienza delle comunità. Adeguare, in particolare le aree urbanizzate, alla estremizzazione degli eventi atmosferici è la più grande opera pubblica di cui il paese necessita”, ha detto giorni fa Francesco Vincenzi, presidente dell’Associazione dei consorzi per la gestione e la tutela del territorio. Un piano che, tra le altre cose, porterebbe posti di lavoro, e che prevede 3.709 interventi per un importo complessivo di quasi 8 miliardi di euro. Parte di quei soldi arrivano dall’Europa, altri sono bloccati dalla burocrazia, spiega Vincenzi. E mentre aspettiamo, speriamo che il serpente non si svegli.

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