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“Servir” la Francia

In un bistrot parigino con François-Xavier Bellamy a chiacchierare di Europa, islam e di come spezzare l’egemonia macronista con un nuovo movimento di destra

8 Luglio 2018 alle 06:00

“Servir” la Francia

François-Xavier Bellamy (foto via Wikimedia)

Come si fa ad essere alternativi al macronismo senza essere subito avvicinati agli estremi, alla sinistra insoumise del tribuno Jean-Luc Mélenchon o all’ultradestra nazionalista di Marine Le Pen? La domanda, a un anno dall’elezione di Emmanuel Macron, è ancora senza risposta: per adesso il grande centro radicale immaginato dal presidente francese è riuscito a dettare l’agenda del dibattito pubblico e a contenere al suo interno sensibilità molto diverse senza lasciare spazio alla fronda interna, vero incubo del quinquennat di François Hollande. Non per questo una parte dell’élite intellettuale ha smesso di interrogarsi su possibili altre vie, sulla necessità di costruire un progetto credibile che possa sfidare, prima o poi, il partito del presidente.

  

A 32 anni è una delle figure più in vista del mondo intellettuale della destra francese, e ha da poco lanciato un suo movimento, Servir

François-Xavier Bellamy filosofo, saggista e adjoint al comune di Versailles, un ruolo assimilabile a quello di assessore, a soli 32 anni è una delle figure più in vista del mondo intellettuale della destra francese, e ha da poco lanciato un suo movimento, Servir. Il Foglio l’ha incontrato poco prima del lancio ufficiale in un bistrot del diciassettesimo arrondissement di Parigi per una lunga chiacchierata su Macron e sul momento particolare che sta vivendo il suo paese. Bellamy non condivide la politica del presidente ma gli è grato, dice: “Ha cominciato a chiarire il paesaggio. Le conseguenze delle elezioni dello scorso anno non sono ancora terminate, ma sono felice che una parte della ricomposizione sia ormai costituita, anche se non mi ci riconosco. Il macronismo è l’epoca della fine delle idee, Christophe Castaner, il segretario di En Marche!, ha detto agli studenti dell’Essec che la dottrina del movimento può riassumersi in ‘Funziona? E se funziona allora va bene’. Un agire politico che si identifica nell’efficacia. Credo invece che la politica sia una cosa diversa, ciò che funziona funziona sempre perché raggiunge un determinato obiettivo, che non è mai neutro”.

  

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“La grande figura intellettuale degli ultimi anni è l’ex intellò pentito: Alain Finkielkraut, Régis Débray e Jean Pierre Le Goff”

Ospite fisso de l’Esprit Public, una delle trasmissioni radio più famose su France Culture, la casa dell’opinionismo della gauche, Bellamy è uno dei tanti esempi di una giovane generazione di intellettuali, polemisti e giornalisti di opinione dichiaratamente di destra ormai al centro del dibattito culturale parigino. Circostanza nuova e non scontata: “Come in molti altri paesi occidentali in Francia l’impegno politico è per definizione di sinistra, che ha spesso contestato alla destra qualunque legittimità intellettuale o culturale. La destra è sempre stata associata al partito del denaro, dell’efficacia, dell’economia, ma mai a quello della riflessione. Negli ultimi anni, però, l’intellettuale di sinistra è diventato prigioniero delle sue stesse idee e cieco sulla realtà che non ha mai cessato di smentirle. E la cosa interessante è che la grande figura intellettuale degli ultimi anni è l’ex intellò pentito: persone come Alain Finkielkraut, Régis Débray e Jean Pierre Le Goff sono diventati i pensatori del fallimento dei loro ideali di gioventù”.

 

Secondo Bellamy lo spaesamento culturale della sinistra è una delle conseguenze di lungo periodo della caduta del muro di Berlino. Ci parla del marxismo come di una sorta di campo magnetico che ha strutturato le vecchie divisioni destra/sinistra molto più della rivoluzione francese, che pure ha inventato e motivato i due termini e le due visioni del mondo: “Il marxismo ha avuto una tale forza magnetica da riuscire a polarizzare la sinistra e il mondo politico: fino a pochi anni fa essere di sinistra voleva dire essere comunisti o vicini a quel mondo; essere di destra implicava per opposizione farsi portatori della libertà economica e dell’anticomunismo. Oggi nessuno rivendica il sistema sovietico, nessuno dice che la Francia deve indebitarsi di più, aumentare massivamente le tasse, o intraprendere un’ondata di nazionalizzazioni. Quindi il clivage non è più lì, ma altrove, probabilmente nel nostro rapporto alla scienza, alla tecnica, probabilmente anche alla decisione politica e quindi alla democrazia. In questo senso il macronismo può essere uno dei due campi, l’altro non c’è ancora. Siamo in una fase di ricerca, difficile ma stimolante”. Il fatto che l’altro campo non esista ancora è una problematica che ritorna spesso durante la conversazione, da qui, probabilmente la decisione di fondare Servir, il nuovo movimento politico in grado di costituire un primo mattone per un’alternativa al progetto del presidente.

  

“Il macronismo può essere uno dei due campi, l’altro non c’è ancora. Siamo in una fase di ricerca, difficile ma stimolante”

Macron si identifica spesso con l’aggettivo progressista, viene da chiedersi se quindi Bellamy immagina di potere fare parte di un movimento conservatore: “In Francia il conservatorismo non è mai stato d’attualità – ci risponde – il concetto è più anglosassone che nostro. Non credo che l’idea di ‘conservare’ sia sufficiente a fondare una corrente politica: i pensatori conservatori sono fondamentali, ma la politica si basa anche sull’entusiasmo, sulla capacità di trascinare. Mi risulta complicato vedere qualcuno che si impegna in nome del conservatorismo. Mi sembra sia più utile conservare per trasmettere che conservare in senso stretto, la cultura non ha ragione di essere se non nella misura in cui permette la libertà, la cultura per se stessa o per l’erudizione non serve a niente. Blaise Pascal diceva che la vera filosofia prende in giro la filosofia, in un certo senso la vera cultura prende in giro la cultura e la trasmissione prende in giro la conservazione”. Insomma, l’efficacia non è la sola virtù in politica, continua Bellamy, che critica un approccio troppo incentrato sull’economia: non è pensando soltanto alle proprie tasche che i britannici hanno votato per la Brexit o gli americani per Donald Trump.

 

Se è vero che la sinistra è in crisi in tutta Europa, la destra tradizionale non sembra passarsela molto meglio: “Siamo prigionieri di discorsi freddi, troppo razionali, l’uomo ha bisogno di idee, orizzonti. La destra difende soltanto concetti come la diminuzione delle tasse, che è qualcosa che mi trova d’accordo figuriamoci, ma non è sufficiente per vincere le elezioni”.

  

Ma allora come si batte un politico così abile come Emmanuel Macron, che si è posto al centro dello scacchiere politico e non cessa di inviare segnali alla sua destra grazie alla sua politica fiscale e alla sua fermezza nei confronti del controllo dei flussi migratori? Bellamy è spesso additato come “réac”, l’élite intellettuale che dalla destra gollista flirta con il Front national. La domanda è quindi scontata, ma pertinente: è possibile creare un grande campo di tutte le destre e superare il tabù dell’alleanza con i lepenisti? “Il Front national ha una storia e in questa storia il passato è molto pesante – nota il filosofo – Non è sufficiente cambiare il proprio nome per cancellare il passato, il Front national sarà prigioniero per sempre della sua storia ed è giusto così: quella frontista non è l’eredità politica migliore per guidare il paese. Il punto è che anche i Républicains, i post-gollisti, sono eredi di un passato molto pesante, certo diverso da quello frontista, ma carico di illusioni infrante e delusioni cocenti. L’alternativa al macronismo nascerà da una proposta totalmente nuova: Emmanuel Macron ha vinto anche perché è stato in grado di fondare un movimento senza cercare di stringere alleanze ancora prima di presentarsi alle elezioni. Le alleanze si fanno in un secondo momento. Di questa alternativa abbiamo assolutamente bisogno: se Macron fallisce al momento la scelta ricade su un mediocre partito populista che porta avanti un discorso demagogico estremamente povero e semplicistico”.

 

E’ possibile comprendere Airbnb con l’aiuto di Heidegger, che prima di tutti aveva ragionato sul nostro rapporto con l’abitare

François-Xavier Bellamy non è soltanto uno dei tanti opinionisti che si incrociano tra radio, stampa e televisione, ma ha avuto la capacità di creare un proprio pubblico attraverso il teatro. Ha fondato Philia, un’associazione che si occupa di rendere accessibile la filosofia ai non addetti ai lavori e dal 2014 organizza les soirées de la philosophie: ogni due lunedì sale sul palco del théâtre Saint-Georges e affronta una domanda complessa con l’aiuto dei testi e del pensiero di un filosofo del passato (l’ultima conferenza della stagione 2017-2018 era dedicata alla ricerca della verità). Le serate sono sempre sold out e il format è stato esteso ad altre nove città (come Bruxelles, Bordeaux e Marsiglia), ed è possibile riascoltarle con podcast che vengono venduti insieme all’abbonamento stagionale. Quando gli chiediamo delle soirées de la philosophie Bellamy fatica a nascondere la sua soddisfazione per una scommessa vinta: “La nostra società ha sete di filosofia e ha bisogno di riscoprire testi che hanno ventiquattro secoli ma ci aiutano a pensare le grandi questioni del nostro tempo. E’ possibile comprendere Airbnb con l’aiuto di Heidegger, che prima di tutti aveva ragionato sul nostro rapporto con l’abitare, o utilizzare gli strumenti di Platone e Aristotele per affrontare i problemi del nostro sistema politico. Ciò che è appassionante nella filosofia e nella cultura è che sono sempre feconde. Anche per questo quando mi si chiede se sono conservatore rispondo di no, il punto è coltivare sia l’esistente sia il passato, non chiuderlo in un museo. Il problema è che una generazione intera, a causa del disastro del nostro sistema scolastico, non ha sviluppato gli strumenti individuali per interessarsi alla cultura, alla conoscenza, al sapere. Allo stesso tempo c’è un desiderio molto profondo di conoscere, le soirées de la philosophie lo intercettano”.

La conversazione si sposta in modo naturale dalla filosofia alla religione, visto il paradosso degli ultimi vent’anni: in Italia, paese cattolico dove la religione ha avuto un peso notevole nel dibattito pubblico, il fatto religioso è sempre meno rilevante; in Francia, paese delle laicità a tutti i costi, la religione è ossessivamente al centro dei discorsi dei politici e dei programmi televisivi. La questione dell’islam, del terrorismo religioso e del rapporto con la religione manca d’equilibrio, ci dice Bellamy: “Non è possibile porci verso l’islam allo stesso modo in cui ci siamo posti con il cristianesimo. In primo luogo perché la laicità è un concetto che dobbiamo al cristianesimo stesso, visto che il famoso brocardo dare a Dio quel che è di Dio e a Cesare quel che è di Cesare non l’ha inventato il legislatore francese del 1905, ma è profondamente ancorato nella cultura cristiana. In secondo luogo perché l’islam ha un modello teologico-politico che pone una questione specifica alla nostra idea di laicità. Non abbiamo colto la differenza e allora abbiamo due tipi di reazione: ci mostriamo aggressivi rispetto a tutte le religioni, come se dovessimo bilanciare, non fare preferenze, oppure ancora peggio consideriamo che la laicità debba essere scartata perché intrinsecamente islamofoba. La prova della nostra difficoltà è l’incredibile cambio di atteggiamento delle élite mediatiche e politiche verso Charlie Hebdo, passato da patrimonio comune e consensuale dopo gli attentati a fattore di divisione e di insulto nei confronti di una parte del paese”.

 

L’incapacità di pensare il rapporto con l’islam da parte francese ed europea è anche dovuta al rifiuto di riconoscere la tradizione cristiana della nostra cultura, argomenta il filosofo: “La nostra società e il nostro paese hanno una storia, non sono nate dal nulla. Siamo stati plasmati dalla doppia eredità giudaico cristiana e greco latina, chi vuole vivere con questa cittadinanza deve vivere rispetto a questa eredità, quale che sia la sua origine o religione. Un certo rapporto al diritto, all’idea di giustizia, alla politica, alla democrazia, all’eguaglianza dell’uomo e della donna, concetti che non possono essere fondati in modo astratto ma che si incarnano in una tradizione particolare. La chiave della serenità e della pace è ammettere che non siamo una pagina bianca e vuota, ma abbiamo un lungo romanzo alle nostre spalle”. Bellamy rallenta quando discutiamo di religione, come se avesse paura di dimenticare qualcosa di importante, di lasciare il ragionamento a metà. Gli chiediamo quindi dell' Europa, se è possibile utilizzare la cultura cristiana per dare colore alla fotografia dell’Unione che appare sempre più sbiadita, tra la crisi migratoria e gli egoismi degli stati membri. “Mi sembra che ci sia una sorta di blocco psicologico, come se fossimo incapaci di riconoscere che la cristianità non è soltanto la comunità dei credenti. Il cristianesimo ha apportato enormemente alla civiltà europea. Uno dei dibattiti più catastrofici è quello che ha portato al rifiuto di inserire le nostre radici cristiane nei testi fondatori europei, è un sintomo dell'incapacità di descrivere se stessi, ed è una delle cause del male: non siamo in grado di definirci e ci troviamo ostaggio delle tensioni comunitariste. Bisognerebbe essere consapevoli che anche quando ci opponiamo al cristianesimo lo facciamo in modo cristiano, le faccio un esempio: quando oggi critichiamo la chiesa perché non lascia spazio sufficiente alle donne nella sua organizzazione, lo facciamo in nome della nostra cultura cristiana che pone sullo stesso piano uomo e donna”.

Prima di lasciare il bistrot chiediamo a Bellamy del suo rapporto con la trasparenza, una questione esplosa in Francia come altrove dopo lo scandalo me too. Quanto è difficile oggi fare politica sapendo che niente viene più dimenticato, tutti possono essere registrati in ogni momento? “Difficilissimo – sorride – Se mentre parliamo io le dico una frase fuori posto la mia leggerezza potrebbe seguirmi per cinquant’anni. Se mentre tengo una lezione ai miei studenti mi lascio andare e dico una stupidaggine la mia carriera politica o pubblica può finire ancora prima di cominciare. Hannah Arendt diceva che ciò che salva gli uomini dal carattere vertiginoso dell’azione umana, della sua dimensione definitiva e del male è la doppia promessa che possiamo sia dimenticare sia chiedere perdono. La promessa di dimenticare per affrontare il futuro e il perdono per accettare il passato. Oggi niente è definitivo tranne i nostri errori”.

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