Macron, il caro spettro per quelli di vaffa e ruspa

Giuliano Ferrara

Bè, non c’è solo lo svedese che all’avvocato Conte (secondo una mia amica perfetta imitazione di Tina Pica) che si vanta, “sono avvocato”, risponde “ho fatto il saldatore”, ma che figo fighissimo questo capo di governo di un paese che ha tre volte i nostri immigrati e non si scalda i muscoli con gli editti cazzari dell’Erdogan padano; c’è anche Macron, Manu per gli studenti irrispettosi, che è diventato l’incubo delle nostre classi dirigenti. Certo spesso è ambiguo, fa politica. Certo, ha i suoi alti e bassi, fa politica. Certo, è con la cara Angela mattone di una diga che rischia di essere travolta prima o poi. Certo, pranza con gli amici alla Rotonde, che è una brasserie per ceti abbienti e artisti e prof di successo, ma che non amano particolarmente l’ostentazione del lusso, un luogo dove a conti fatti si potrebbe trovare attovagliato anche il capo dei Podemos, eppure si eccepisce, nella Patria dell’égalité. Ma ha alcune caratteristiche odiate dai parvenu del nuovo potere italiano. Quelle precisamente che me lo fanno amare.

 

Non ha un’aria selvatica. I buzzurri gli rimproverano una moglie molto adulta, e di non avere figli se non quelli del precedente matrimonio della sua belle du seigneur, non può dirsi papà con la stessa disinvolta malignità del suo polemico antagonista del Viminale. In campagna elettorale per l’Eliseo rivendicò la sua famiglia allargata e strana, con successo di pubblico e di applausi. Ci volevano i trogloditi della bassa per dirgli che scopa con la nonna. Unica concessione alla demagogia fu il suo vanto familiare. Infatti è uno che, al contrario dei nostri eroi, promesse di quattrini al sud e di caccia al negher al nord, non ha vinto facile. Se l’è costruita a sorpresa e con tatto, con gusto, con raffinatezze squisite, con un partito che ha preso una vera maggioranza maggioritaria e significa qualcosa, e non è ereditario, e non dipende da una Srl privata, e non ha uno statuto scritto dal dottor Lanzalone o Balanzone, non ricordo.

 

E’ uno che ha studiato. Scienze umane, economia. I nostri non solo non hanno studiato, può succedere e non è decisivo ai fini di una carriera politica aver letto l’Iliade, l’Odissea, la Commedia, l’Orlando, la Gerusalemme e molto altro da Aristotele a Cartesio a Husserl, ma se ne vantano, e questo è imperdonabile. E’ uno che ha lavorato, prima da banchiere Rothschild, poi da Grand Commis de l’Etat, infine da politico con una linea di riforma e dinamica trasformazione di una nazione generalmente ostile al liberalismo. I nostri hanno lavorato per modo di dire, hanno goduto del reddito di cittadinanza da tempi immemorabili, e anche qui va tutto bene, ma se ne vantano, appunto, se ne inorgogliscono, si presentano come tipi comuni e nuovi, dove si vede molto il comune meno il nuovo. Manu è stato abbastanza intelligente da non sputtanare come un reperto archeologico il ruolo dello stato, non solo perché quello francese è lo stato degli stati, anche per via del fatto che in Europa e nel mondo liberare e proteggere, così ha detto dal suo Olimpo jupiterièn, sono più o meno la stessa cosa, a ben vedere.

 

Ha un rapporto non conflittuale con il passato che cerca di far passare. Con le istituzioni forti che cerca di riempire di senso. Con un popolo che a volte gli sfugge, che lo considera il presidente dei ricchi e delle città, ma che accetta le riforme del mercato del lavoro e delle ferrovie, nonostante tre mesi di sciopero a gatto selvaggio, se ben fatte, e della cassa integrazione e delle pensioni, se razionalizzanti e non punitive per i vulnerabili e per il bilancio pubblico, e ama l’idea di una Francia non autarchica ma leader, europea e sociale, nonostante la convergence des luttes e i sindacati più tignosi d’Europa, nonostante Mélenchon, il Maduro dei quartieri alti, nonostante il lepenismo strisciante dei gaullisti superstiti. Sa tenere la scena, stringere compattamente la mano di quel fantastico impostore e provocatore che occupa la Casa Bianca, e c’è solo da sperare che riesca a combinare almeno un decimo di quanto si è proposto per l’Europa, lo sviluppo di un’economia e di una società aperta a tutela degli individui, dei nuclei, dei giovani, ma non delle corporazioni del Novecento e dell’Ottocento. Non ha riserve morali, non pratica il moralismo, nemmeno in politica estera, parla da padreterno in tv, non c’è Paragone con i nostri della Gabbia, e lo vedete e lo vedrete fare un sacco di cose contrarie ai nostri comuni principi, ma ha una politica estera, mentre i nostri eroi hanno solo diverse e ben ripartite sudditanze da esibire sulle loro felpe e magliette, in posa sulle piazze russe e della Corea del Nord, la Svizzera del ministro della Gubernación italiano.

 

Insomma, Macron è uno spettro per #salvinimi perché è un uomo di stato, mentre i suoi antagonisti vocianti, parolai, uomini dabbene che tra pochi mesi si disferanno in un nuovo concorso demagogico, almeno spero, sono espressione di uno stato delle cose penoso e di istituzioni in disfacimento. Chiaro che lo invidiano, lo esorcizzano, vogliono farsi un nome maltrattandolo, quelli del vaffa e della ruspa e dei porti chiusi, ma fossi in loro starei molto attento, quel ragazzo non è selvatico ma ha tutti gli artigli necessari per fare della Francia quel che è sempre stata, perfino nella sconfitta e nel disonore, una retrovia naturale e un’avanguardia per la riconquista della liberté come segno universale di dignità e di speranza.

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