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Al vertice europeo di Bruxelles possiamo farci molto male

David Carretta

Dal piano sui migranti “ridicolo” alla possibile fine di Schengen alla riforma della zona euro siamo in modalità autolesionismo

Bruxelles. L’Italia a doppia guida populista potrebbe compiere altri passi per allontanarsi dal cuore dell’Unione Europea al Vertice dei capi di Stato e di governo che si apre domani. Il menù che sarà servito per due giorni al presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, include la minaccia della fine di Schengen, scelte difficili su Unione bancaria e Road Map per la zona euro, e il rinnovo delle sanzioni contro la Russia. Su altri dossier che non sono nell’agenda del Consiglio europeo, l’Italia sta moltiplicando i gesti di rottura.

 

Lunedì il ministro della Difesa, Elisebatta Trenta, ha deciso di non sottoscrivere la forza militare europea di intervento rapido lanciata su impulso di Emmanuel Macron e a cui prenderanno parte, oltre alla Francia, Germania, Spagna, Portogallo, Olanda, Belgio, Lussemburgo, Estonia, Danimarca e perfino il Regno Unito sulla strada della Brexit. Di fronte alla minaccia italiana di non ratificare il Ceta, la commissaria al Commercio, Cecilia Malmstroem, ieri ha ricordato che l’accordo di libero scambio tra Ue e Canada sta portando risultati significativi per l’Italia. “Non sappiamo se il nuovo governo italiano si attiverà direttamente per rigettare la ratifica o se non sarà presentata al parlamento la decisione. Ma da quel che abbiamo visto, dai dati che abbiamo dal Canada, le esportazioni dell’Italia sono aumentate del 8 per cento da settembre” quando il Ceta è entrato provvisoriamente in vigore, ha spiegato Malmstroem: “molti prodotti italiani sono particolarmente richiesti in Canada”. Tra i timori su un’uscita dall’euro e gli scontri sui migranti, “in Europa c’è una certa Italy-fatigue dettata dalla difficoltà a comprendere la natura ibrida di questo governo e dall’incertezza sulla sua azione”, spiega al Foglio Alberto Alemanno, professore alla École des hautes études commerciales (Hec) di Parigi.

 

Il piano italiano presentato domenica al mini-summit sui migranti mostra quanto è controproducente l’improvvisazione. “Ridicolo”, lo ha definito uno dei premier che hanno partecipato al mini-summit: “L’80-90 per cento è già stato realizzato o in via di realizzazione”. Rivolgendosi più all’opinione pubblica italiana che ai partner europei, Conte si è ritrovato isolato. “I 10 punti sembrano fatti a consumo interno”, dice al Foglio un diplomatico di uno Stato membro: “Metà di quel che l’Italia ha proposto è già nel negoziato sulla riforma di Dublino. L’altra metà è inaccettabile per i paesi vicini o infattibile. Il governo italiano vuole davvero una soluzione oppure solo a una nuova realtà politica al Nord delle Alpi?”.

 

Sui migranti il pericolo è l’esclusione dall’Italia da Schengen. Angela Merkel è la migliore alleata sulle quote di ripartizione, ma il rifiuto italiano di una “soluzione europea” che includa limiti ai movimenti secondari (i richiedenti asilo che si trasferiscono in altri paesi, ndr) ha messo in un angolo la cancelliera. Se il 1o luglio il suo ministro dell’Interno, Horst Seehofer, metterà in atto i respingimenti alla frontiera tra Germania e Austria, il governo di Vienna potrebbe fare altrettanto con l’Italia, instaurando i controlli al Brennero. Se Merkel dovesse cadere per mano di Seehofer, l’Italia perderebbe un alleato anche sulla riforma della zona euro. Nonostante molti difetti, il pacchetto presentato a Meseberg da Merkel e Macron costituisce un paracadute per un paese a alto debito con banche fragili. Ma un doppio “no” dell’Italia (per l’impostazione troppo tedesca su debito e banche) e dei paesi della Lega Anseatica (quelli che non vogliono pagare per il Sud) affosserebbe la speranza di aver un bilancio della zona euro e un meccanismo europeo di garanzia dei depositi. Porre il veto alle sanzioni contro la Russia sull’Ucraina sarebbe considerato un altro atto ostile e di auto-isolamento. La speranza di avere in Conte un premier ragionevole sta venendo meno. Secondo il professore Alemanno, ormai anche Bruxelles ha capito che “l’Italia ha tre primi ministri. Uno finto, due veri”.

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