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Due chiacchiere con Thanathorn, l’outsider thailandese

Un giovane leader, un nuovo partito, un programma che mischia riforme e protezione, l’ambizione di spostare il baricentro del mondo a est

3 Giugno 2018 alle 00:55

Due chiacchiere con Thanathorn, l’outsider thailandese

Thanathorn Juangroongruangkit ha 39 anni, si è laureato in finanza in Inghilterra ed è il leader del partito thailandese Anakot Mai, in italiano “Nuovo futuro” (foto di Massimo Morello)

Uno dei vanti di Thanathorn Juangroongruangkit, maverick della politica thailandese, l’uomo che contesta i codici della cultura nazionale, è aver concluso il Tor des Géants (il Giro dei giganti, in valdostano): trecentotrenta chilometri, ventiquattromila metri di dislivello da correre in solitario. “Sport estremi e politica sono la sfida. Qualcosa che ti sembra impossibile finché non lo fai. E mentre lo fai cominci a capire te stesso. Non ci sono differenze tra cultura fisica e mentale”, dice Thanathorn al Foglio pochi giorni prima del congresso che ha istituzionalizzato il suo partito, l’Anakot Mai, che in thai significa “nuovo futuro” e in inglese è stato tradotto come “Future Forward”. Una proiezione in avanti che è stato un motivo, oltre la giovinezza e il bell’aspetto, per cui Thanathorn è stato definito, in fretta e pure a torto, il “Macron Thai”. “Emmanuel Macron è un conservatore” dice l’uomo che, per la rivista Forbes, è uno dei “50 asiatici da tener d’occhio”.

 

Trentanove anni, formazione in occidente, un capitale familiare enorme, Thanathorn ha appena fondato “Future Forward”

Thanathorn incarna una nuova, indefinita, filosofia politica che si sta diffondendo nel sud-est asiatico. Alternativa ad autocrazia e populismo. Una perturbazione sugli schemi occidentali che possono paragonarla a En Marche così come al Movimento Cinque Stelle. Ancora una volta, però, bisogna rovesciare le categorie stabilite in occidente: il simbolo di Future Forward è un’esoterica piramide rovesciata. Mentre nel nostro mondo la “criptopolitica” definisce occulti poteri, nel sud-est asiatico andrebbe rovesciata la semantica e il termine cripto potrebbe assumere un significato positivo: un potere che riafferma il predominio della politica, che cela la democrazia. “Sono convinto che ci siano possibilità di rivelare la reale natura della politica. Stiamo vivendo senza speranza nella politica quando tutti vorrebbero avere una nuova speranza”, dice Thanathorn. “Devi vincere le menti. Non vinceremo se non vinceremo la guerra delle idee”.

 

Thanathorn, 39 anni, laureato in ingegneria in Inghilterra, master in finanza e affari internazionali in Thailandia, Svizzera e Stati Uniti, era vicepresidente esecutivo del Thai Summit Group, il più grande produttore di parti d’auto della Thailandia, azienda che pone la sua famiglia al ventottesimo posto nella classifica dei più ricchi del paese con un patrimonio di 1,3 miliardi di dollari. Classifica scalata dal giovane erede. “Un’economia creativa, una produzione intelligente”, così definisce la formula che ha trasformato la società in un gruppo con fabbriche in sette nazioni e sedicimila dipendenti grazie all’introduzione di tecnologie che hanno reso la Thai Summit tra le prime esportatrici di brevetti. Thanathorn è stato uno dei pochi industriali thai a infrangere la barriera tra sindacati, governo e industria che affonda le sue radici in uno dei cardini della cultura thai: la divisione tra prai e ammart, popolo ed élite, nel principio gerarchico del rapporto pii-nong, maggiore-minore.

 

“Ero felice. La mia compagnia va benissimo, continuiamo a stabilire nuovi record, ho raggiunto un buon equilibrio tra la vita e il lavoro”. Poi, nel marzo scorso, dopo che il governo militare di cui è stato appena celebrato e contestato il quinto anniversario, aveva concesso la registrazione di nuovi partiti in vista di future elezioni (previste per il febbraio del 2019, dopo l’ennesimo rinvio), Thanathorn ha fondato il suo.

 

Al congresso del partito va molto il bianco sulle signore, l’arancione come colore-simbolo, e un popolo che sa di rassemblement

Incontrandolo a casa, una villa poco fuori Bangkok, in uno studio che sembra un club inglese ai tropici, è inevitabile chiedergli il perché. Considerando che ha molto da perdere e nulla da guadagnare, se non l’ostilità dell’establishment di cui fa parte, quell’uno per cento che detiene il potere e la maggior parte della ricchezza di 66 milioni di persone. “Perché non posso più essere felice. Perché non mi piace vedere la gente incriminata per le proprie idee, persone che soffrono per il contesto politico. Per motivi molto semplici: democrazia, giustizia, rispetto dei diritti umani, per un’economia sostenibile”, risponde Thanathorn. Che non siano motivi dettati da un improvviso desiderio di potere lo dimostrano i libri tra gli scaffali di mogano del suo studio: da Marx a Naomi Klein, da Platone a Rosa Luxemburg che mostrano segni di lettura. Il suo impegno politico risale a vent’anni fa: nel 2000 era presidente della Federazione studentesca thai e nel 2006 ha partecipato alle manifestazioni contro il colpo di stato che depose il primo ministro Thaksin. Fu allora che fu soprannominato “il miliardario prai”, corrispettivo locale del “radical chic”. “Anche se ho più denaro degli altri, sono un uomo comune (in realtà si definisce un commoner, che in thai si potrebbe proprio tradurre con prai, ndr). Non faccio parte dell’élite. Ho sempre voluto fare qualcosa”, conferma Thanathorn, che prende le distanze dai tradizionali partiti thai: il democratico e il Pheu Thai, reincarnazione del partito di Thaksin. “I democratici rappresentano i conservatori. Il Pheu Thai non si può definire un vero partito in quanto emanazione di una leadership individuale che non consente dibattito”. Più difficile definire il suo programma. Ma solo perché, ai nostri occhi, appare naif. “Riformare la costituzione, combattere la corruzione, diminuire le diseguaglianze economiche e sociali, decentralizzare il potere”, elenca Thanathorn.

 

Per comprenderne le implicazioni bisogna calarsi nella realtà locale. La riforma costituzionale non è un esercizio tra diversi modelli, bensì l’opposizione a quella stabilita dai militari nel 2017 per assicurarsi il potere. La corruzione è tanto pervasiva in tutti gli strati sociali da essere percepita come sistemica. Le differenze economiche sono tali che spesso rasentano la differenza di vita tra epoche storiche. Il che vale anche per la decentralizzazione: in Thailandia, come negli altri paesi dell’area, il divario tra città e campagne è una rappresentazione da film distopico. “Il problema reale non è la Costituzione: non si può cambiare – precisa Thanathorn – Non il testo, non ora. Quello che puoi cambiare è la mentalità con cui si accetta e si vive la politica, il sentire comune”.

 

Un’altra idea da cambiare riguarda la globalizzazione. “Subiamo l’impatto della globalizzazione senza averne i vantaggi”, dice Thanathorn. Sembra strano, considerando la sua strategia globale per il Thai Summit Group. Ancora una volta, è la prospettiva che inganna. Per Thanathorn la globalizzazione da evitare è quella che ha per centro l’occidente. Non a caso cita Rosa Luxemburg nella sua critica allo sfruttamento dei paesi sottosviluppati. “La nostra ispirazione deve essere qui, nel sud-est asiatico”, dice e sembra di sentire un seguace della “Global-is-asian” teorizzata a Singapore. Ma Thanathorn sembra sfuggire a questo paragone. Solo alla fine dell’intervista afferma il suo modello: “La socialdemocrazia”, dice mentre si accomiata con un wai, unendo le mani di fronte al viso.

 

Incarna una nuova, indefinita, filosofia politica che si sta diffondendo nel sud-est asiatico: alternativa ad autocrazia e populismo

“Socialdemocrazia”, afferma con sicurezza Piyabutr Saengkanokkul, cofondatore e segretario di Future Forward in un’intervista concessa al Foglio durante il congresso del partito. “La mente è il segretario”, dice l’affascinante signora in bianco che fa parte dell’organizzazione. Professore di legge alla Thammasat University, 34 anni, Piyabutr è stato uno degli artefici del Nitirat, gruppo di accademici che sosteneva la riforma costituzionale e l’abolizione della legge sulla lesa maestà (totem e tabù nazionale). Ma la sua formazione politica si è definita in un soggiorno di studio in Francia, due anni fa. “La Francia mi ha convinto a credere nel potenziale umano. Non condivido le posizioni di Macron, ma ha dimostrato che i partiti tradizionali sono al collasso e bisogna adottare una politica creativa”. A dimostrazione della sua idea cita, sorprendentemente, un passo de “Il Milione” in cui Marco Polo e Kublai Khan discettano sulla necessità di adattarsi alle situazioni. In questa prospettiva, secondo Piyabutr, le elezioni non sono un obiettivo. “Non lavoriamo per le elezioni. La Thailandia è stata indebolita da un ciclo continuo di elezioni e colpi di stato che hanno instillato l’idea che le elezioni non servano. Bisogna spiegare che questo ciclo può essere corretto. Lavoriamo e continueremo come think tank per creare una nuova generazione di individui politici”. In questo, aggiunge in modo altrettanto sorprendente, crede nella lezione di Gramsci, sia pure “adattato a un diverso contesto”. C’è da presumere si riferisca alla creazione di un’ideologia egemonica alternativa alla dominante che deve avere i suoi intellettuali organici di rifermento. “L’ostacolo maggiore alla democrazia in Thailandia è la povertà nel dibattito delle idee, una povertà organizzata dal potere”, aveva scritto nell’introduzione a una raccolta di saggi pubblicata in Francia. L’obiettivo del nuovo partito, quindi, è quello di educare per trovare nuove opzioni, nuovi sistemi, “nuovo sangue”. “Dobbiamo costituire un rassemblement di tutte le idee”, dice Piyabutr, che preferisce parlare in francese.

 

“L’ostacolo maggiore alla democrazia in Thailandia è la povertà nel dibattito delle idee, una povertà organizzata dal potere”

Il primo congresso di Future Forward era popolato dai personaggi di questo rassemblement, provenienti da tutta la Thailandia. Dalla signora vestita di bianco (sembra essere il colore in voga tra le supporter di Thanathorn) con borsetta di Prada arancione (il colore del partito, quasi un mix tra il giallo e il rosso delle precedenti fazioni), che personifica la borghesia di Bangkok, al sindacalista che ostenta una fascia che ne dichiara l’appartenenza a una minoranza etnica. I dirigenti sembrano il frutto di un accurato casting: Nalutporn Krairisksh, bella ragazza disabile fondatrice di un sito per portatori di handicap che si muove su una carrozzella che sembra quella di Stephen  Hawking, il generale Pongsakorn Rodchompoo, deposto dal governo militare, l’ex presidente di Amnesty International Thailand, un esperto di information technology, un regista, un produttore di birra artigianale, professori universitari, attivisti per i diritti dell’ambiente, delle donne, della comunità lgbt, rappresentanti della minoranza islamica, un “agricoltore digitale”, una ricercatrice in linguistica applicata, Kunthida Rungruengkiat (vicepresidente del partito) che sembra il personaggio di un fumetto e ha ottenuto un master in Finlandia con una tesi sugli “effetti degli stereotipi nelle relazioni tra culture similari”.

 

C’è da riflettere su quanto sia strano percepire qui la complessità contemporanea. La criptopolitica asiatica potrebbe segnare il tramonto dell’occidente.

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