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Trump al contrattacco

Ispirato da Giuliani e assistito da Fox, il presidente guida l’attacco all’Fbi e al “deep state”, origine di ogni male

Mattia Ferraresi

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ferraresi@ilfoglio.it

22 Maggio 2018 alle 06:00

Trump al contrattacco

Donald Trump (foto LaPresse)

New York. Rifacendosi alle vecchie massime di Roy Cohn (“se qualcuno ti dà un pugno, dagliene uno indietro dieci volte più forte, anche se hai torto”) e ai nuovi consigli di Rudy Giuliani, regista della linea difensiva sulla “caccia alle streghe”, Donald Trump ha imbastito nel fine settimana l’attacco formale al “deep state” che a suo dire cerca di azzopparlo per motivi politici dall’inizio della campagna. Il presidente risponde alla caccia con una controcaccia, e domenica su Twitter ha imposto un salto di qualità ai racconti, in circolo da settimane, secondo cui un informatore dell’Fbi s’era infiltrato nella campagna, chiedendo un’indagine formale del dipartimento di Giustizia. La chiave dell’accusa è “la motivazione politica della sorveglianza” e se “le richieste sono state fatte da persone all’interno dell’Amministrazione Obama”.

 

 

Poco dopo l’uscita, accompagnata da tirate sullo scandalo delle email dei Clinton, tese a dimostrare che l’apparato d’intelligence è una specie di braccio politico del Partito democratico, il dipartimento di Giustizia ha fatto sapere che l’ispettore generale è al lavoro per stabilire se il Bureau ha usato in modo “improprio” la fonte confidenziale che – è confermato da più parti – aveva contatti con almeno due uomini della campagna, George Papadopoulos e Carter Page. In una dichiarazione irrituale, Rod Rosenstein, numero due del dipartimento che però ha le mani sul volante quando si tratta dell’inchiesta sulla Russia, ha detto: “Se qualcuno si è infiltrato oppure ha sorvegliato persone attive nella campagna con motivazioni inappropriate, dobbiamo saperlo e prendere adeguate contromisure”. La Casa Bianca si getta così nel pertugio aperto dalle notizie su una fonte dell’Fbi, per alimentare il sospetto del grande complotto antitrumpiano eseguito dall’intelligence

   

Ieri mattina Trump ha allargato ulteriormente il raggio d’azione attaccando frontalmente John Brennan, ex direttore della Cia che il presidente ha elevato a simbolo della strumentalizzazione politica degli apparati di intelligence. Negli ultimi tempi Brennan ha preso a utilizzare con più vigore Twitter per attaccare il presidente, e dopo l’annuncio della richiesta di un’indagine ha invocato l’intervento dei vertici del Partito repubblicano: “Senatore McConnell e speaker Ryan: se Trump continua su questa strada disastrosa, voi avrete enormi responsabilità per il danno inflitto alla nostra democrazia. Se continuate ad avallare le azioni di Trump fate un grande disservizio al nostro paese e al Partito repubblicano”.

  

L’attacco di Brennan non è passato inosservato al presidente, che ha risposto citando, in tre comodi tweet, l’opinionista conservatore Dan Bongino, che su Fox News guidava la controffensiva coordinata: “John Brennan è nel panico”, ha scritto Trump, definendolo “l’uomo che è in larga parte responsabile per la distruzione della fiducia degli americani nella comunità d’intelligence e nei vertici dell’Fbi”. Ora sappiamo, continua Bongino citato da Trump, “che Brennan conosceva nel dettaglio il (fasullo) dossier… sa del dossier, nega di sapere qualcosa del dossier, fa un briefing alla Gang of 8 del Congresso sul dossier, che poi viene usato per iniziare un’inchiesta su Trump. E’ davvero così semplice: questo personaggio è all’origine dell’intera débâcle. E’ stato un colpo politico non un’indagine di intelligence. Brennan s’è coperto di disonore, ora tenta di stare fuori di prigione”.

  

Nell’eventuale infiltrazione dell’Fbi nella campagna, Brennan non è direttamente coinvolto – il responsabile è già stato licenziato, formalmente per tutt’altre ragioni – ma nella nuova linea di aggressione impostata da Giuliani viene scelto come rappresentante eminente, e fastidiosamente vociante, dell’uso politico dell’intelligence che ha portato, infine, all’istruzione dell’inchiesta speciale di Robert Mueller. E’ questa la versione a cui la base di Trump non ha mai smesso di credere, e che ora viene rinfocolata con nuovo combustibile e nuovi idoli polemici. Prima di fare minacciosamente appello ai leader del Congresso, Brennan aveva cinguettato una frase di Cicerone: “Ognuno può commettere degli errori, ma soltanto un idiota persiste nel suo errore”.

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Commenti all'articolo

  • branzanti

    22 Maggio 2018 - 10:10

    Che spettacolo!!! Se fossi ancora filo americano ci starei malissimo

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