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Quando il negoziato si fa duro

C'è chi bluffa, ci si dispera, chi fa marcia indietro, chi va d'accordo con tutti tranne che con gli amici, chi fa offerte impossibili. Appunti internazionali di trattative col fiato corto

17 Maggio 2018 alle 10:34

Europa – ’Ue non vuole essere una semplice “pedina” nel mondo, ma ha perso la sua arte del compromesso

di David Carretta

 

Bruxelles. In vista del Vertice europeo di giugno, quando i capi di stato e di governo europei saranno chiamati a esprimersi su due questioni altamente controverse come la ristrutturazione della zona euro e la riforma delle regole di Dublino sull’asilo, occorre arrendersi all’evidenza: l’Unione europea ha perso la sua arte del compromesso. Le grandi e piccole riforme, negoziate a porte chiuse da grandi leader o da anonimi funzionari, sono un ricordo di un passato lontano quando gli stati membri dell’Ue erano ancora in grado di mettersi d’accordo per il bene comune più grande. Alcuni, in particolare in Francia, danno la colpa all’allargamento: aprire le porte alle giovani democrazie dell’est, dove rimangono forti gli istinti nazionalisti e i sospetti per i poteri accentratori, ha complicato le trattative e moltiplicato i veti. Ma c’è una ragione più profonda che spiega la paralisi. Nel momento in cui l’Ue è diventata più politica e democratica, con ogni sua decisione che ha un’incidenza diretta su cittadini e imprese, partiti e governi nazionali non si sono più limitati a fare di Bruxelles il facile capro espiatorio dei propri fallimenti. Si sono fatti più sospettosi, concentrati sul breve periodo, chiusi nei confini dello stretto interesse nazionale. Con il suo sistema democratico multi-dimensionale, nel quale la commissione bilancio del Bundestag tedesco e il comitato Affari europei del Parlamento finlandese hanno di fatto lo stesso potere dell’Europarlamento e di 28 leader democraticamente eletti, l’ingranaggio del compromesso si è inceppato. Soltanto quando c’è un’effettiva minaccia esistenziale, come la crisi del debito nella zona euro del 2011-2012 o quella dei migranti del 2015-2016, l’Ue ritrova la capacità di riformarsi, ma in una frettolosa improvvisazione che non produce soluzioni ottimali per il lungo periodo.

 

Il Vertice di giugno doveva essere quello del rilancio dell’Europa, dopo la lunga attesa per la formazione del governo di Angela Merkel in Germania seguita all’elezione di Emmanuel Macron in Francia. I due leader avrebbero dovuto trascinare gli altri verso il completamento dell’Unione bancaria e una road map per rifondare la zona euro nel medio periodo. Ma cancelliera e presidente non sono riusciti a superare le divergenze di fondo sul futuro dell’unione economica e monetaria. L’ondata populista in Italia “fornisce loro un facile alibi per nascondere le loro divisioni e rinviare tutto di qualche mese”, spiega al Foglio un osservatore brussellese. Sulla riforma di Dublino, è stallo sulle quote di ripartizione dei richiedenti asilo e la responsabilità decennale sui migranti di cui dovrebbero farsi carico i paesi di primo ingresso. Le chance di un accordo sono pari a “zero”, dice un diplomatico di un grande paese.

 

Le proposte discusse a Sofia

Gli incontri dei capi di stato e di governo di ieri e oggi a Sofia costituiscono un anticipo di ciò che dovrebbe accadere al Vertice di giugno. Il fronte unito sui dazi degli Stati Uniti su acciaio e alluminio ieri ha scricchiolato: per salvare il suo settore auto la Germania è pronti a avviare discussioni su un “Ttip light” (un accordo di libero scambio incentrato su tariffe e barriere non tariffarie), mentre la Francia non vuole negoziare con “la pistola puntata alla tempia”. Sull’Iran i 28 hanno faticato a trovare una risposta coerente a Donald Trump: tendendo la mano gli Stati Uniti la Francia vuole discutere un accordo più ampio che comprenda il programma balistico e l’influenza nella regione, ma molti altri paesi sono ostili a mettere più pressioni su Teheran. Oggi dovrebbe essere il grande giorno dei Balcani occidentali, con il primo summit in 15 anni tra i capi di stato e di governo dell’Ue e quelli della regione. Ma il premier spagnolo, Mariano Rajoy, ha deciso di rovinare la festa, boicottando la riunione a cui parteciperanno Serbia e Kosovo perché l’indipendenza kosovara potrebbe essere vista come un precedente per la Catalogna. Il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, ieri ha denunciato “l’aggressività capricciosa” di Trump che mette in pericolo le relazioni transatlantiche. Tusk ha lanciato un appello all’Ue a essere “economicamente, politicamente e perfino militarmente più unita di quanto sia mai stata finora”, altrimenti da “attore” globale diventerà “pedina”. Per realizzare le aspirazioni di Tusk per l’Ue, i primi a smettere di fare i capricci dovrebbero essere i suoi leader e stati membri.

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