Incantati dalla Francia

Dal Macron americano, al caso Deneuve. E poi le riforme. Lode a un paese faro di ragionevolezza
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26 APR 18
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Parata sugli Champs-Élysées, Parigi (foto whitehouse.gov)

Che titolo ha la Francia per dare lezioni al mondo? Intanto ha una lingua internazionale, colta, bellissima, precisa, che stupisce e incanta, sebbene per gentilezza Macron al Congresso abbia parlato nel suo fluente inglese di alto funzionario e di banchiere delle élite. Una volta a Istanbul ho provato a prenotare un magnifico ristorante russo sull’Istiklal Caddesi, dove poi ci siamo ubriacati di vodka e piroshki in una nuvola di fumo bianco, fumavano tutti come turchi, sotto l’influsso di musiche tzigane suonate da un’orchestrina che stava su un soppalco tra la bella boiserie. Provai a riservare in inglese quella che sarebbe stata una delle serate più allegre e disinvolte della mia vita, fui gentilmente pregato di passare al francese, infatti i proprietari venivano da un’ondata migratoria della generazione russa tolstoiana che usava il francese come lingua di cortesia. Che magnifica sorpresa, che spasso, che inedito.
Molto presto la Francia è diventata uno stato territoriale con un suo centro maestoso, Parigi. Con Claudio Cerasa abbiamo passato in rassegna, nella cattedrale di Saint-Denis, la schiera di oltre quaranta re lì sepolti con i loro monumenti funebri, e le consorti, tra cui le Medici, che impressione indelebile, che memoria, non nel senso psicologico, nel senso delle radici politiche, quella è la vera memoria. Il gran secolo francese è il Seicento, con Cartesio, Malebranche, Racine, Pascal, Molière, Poussin e Luigi XIV, il Re Sole, ma si erano portati avanti da secoli, e nel Cinquecento avevano avuto i capitoli del gran saggio di Montaigne, le sue cavalcate, il suo mal della pietra, il suo viaggio in Italia, tutte cose che riassumono e rilanciano e Machiavelli e Guicciardini (i francesi lo chiamano non del tutto a torto Guichardin) e l’antichità greco-romana rivissuta attraverso il rinascimento italiano.
E poi l’Introduzione alla vita devota di Francesco di Sales, e tutto il resto enorme, madornale, che poi porta a un Settecento folgorante, volterriano, rivoluzionario, inaudito bagno di sangue e arena in nome della scandalosa e folle eguaglianza, della ambigua libertà, della massonica fratellanza. Casanova scriveva in francese, come i miei trattori di Istanbul. E per l’Ottocento e il Novecento non ho voglia di parlare di Dumas, di Flaubert, di Saint-Beuve, di Michelet, di Proust, di Picasso perché la faccenda diventa palloccolosa. Mi limito a segnalare che, il genio francese essendo quel che è, avendo la patria perso l’ultima guerra, i francesi provvidero a vincerla con un appello da Londra alla mobilitazione politica e militare del Generale de Gaulle, e sulle rovine del colonialismo fondarono una Repubblica, la Quinta, le cui istituzioni hanno fatto forte la destra, la sinistra e poi la “et droite et gauche” del presidente attuale. Il modernizzante. Ovviamente quel paese è anche ricco di colpe, di mende, vorrei vedere, ma lezioni al mondo in tema di teoria e pratica dello stato e dei rapporti tra gli stati, per non parlare del concetto di società e di opinione che gli è consustanziale, si è messo in grado di darle da secoli.
Nell’ambiente mefitico in cui è costretto ad agire, fronte interno scioperaiolo e classicamente conservatore, fronte esterno impigrito e imbolsito a Berlino, cavallo pazzo a Washington, grottesco a Roma, Macron fa molti sforzi per sfuggire alla rovina di sé stesso. Vedremo come va, per ora, insieme con Catherine Deneuve e il suo appello alla raison, è un faro di ragionevolezza, di serietà, di impegno. La perfida Albione della City ha scoperto che Trump fa bene a tariffare la Cina, forse non a torto. Sul clima si sa come la si pensi qui, se la si pensa. Sull’Iran prenucleare e il pessimo accordo Obama & altri non ci sono dubbi, come su Gerusalemme. Eppure lo spirito di apertura contro le paure irrazionali, l’idea di un mondo interrelato in cui protezione e libertà individuale debbano fare a gara, e quell’ottimismo volitivo, impaziente dell’isolazionismo nonostante ogni pazienza, spes contra spem, ha incantato e illuso. E di che altro abbiamo bisogno, detto che le élite devono avere studiato, che le Università e le Grandes écoles a qualcosa servono, detto che i dossier devono essere padroneggiati, detto che il secondo esercito del mondo sfida anche l’ironia acida degli inglesi, i quali sostengono che i grands boulevards sono stati inventati per lasciar sfilare grandiosamente le truppe di occupazione tedesche, detto tutto questo, di che altro abbiamo bisogno se non di essere incantati e illusi, qui da noi, tra un giro di consultazioni e l’altro, dopo il grande rutto del 4 marzo scorso?