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La lezione della Tangentopoli brasiliana

La sentenza su Lula è un monito contro l’intervento dei giudici in politica

5 Aprile 2018 alle 20:53

La lezione della Tangentopoli brasiliana

Sostenitori di Lula all'esterno del tribunale (foto LaPresse)

Giovedì il Tribunale supremo federale del Brasile, massima corte del paese, ha deciso che l’ex presidente Luis Inácio Lula da Silva, condannato a 12 anni di prigione per corruzione, può essere arrestato e imprigionato. Lula è impegnato nella campagna elettorale per le elezioni del prossimo ottobre, è lo strafavorito secondo tutti i sondaggi, e sta ancora combattendo in tribunale, dove i suoi avvocati hanno presentato numerosi ricorsi e hanno chiesto che l’ex presidente rimanga in libertà finché non sia esaurita ogni possibilità d’appello – mossa che potrebbe richiedere ancora molti anni.

 

Con un voto risicato, sei giudici contro cinque, il massimo tribunale brasiliano ha invece deciso che no, Lula è già stato condannato in via definitiva, e se un tribunale inferiore lo richiede può essere mandato in carcere. Gli avvocati faranno di nuovo appello, Lula ha ancora un po’ di tempo prima di finire in prigione, ma intanto il Brasile si trova in una condizione ormai nota: un intervento brutale da parte dei magistrati ha cambiato ancora una volta il corso normale della vita democratica del paese. Era già successo due anni fa, quando le indagini giudiziarie hanno portato all’impeachment della presidente Dilma Rousseff (anche il suo successore, il presidente in carica Michel Temer, è stato indagato, e alcuni dei suoi più stretti collaboratori arrestati). L’operazione Lava Jato, la Tangentopoli brasiliana, ha colpito leader politici, imprenditori, decine (sì, decine) di ministri dello stato, ha decimato i ranghi amministrativi a tutti i livelli.

 

E’ facile comprendere, ormai, che la corruzione è un problema endemico in Brasile, ma la presunta soluzione si sta trasformando in una tragedia: i magistrati, spinti da parte della popolazione e dei media, cercano una palingenesi giudiziaria che può soltanto gettare il paese in una crisi sempre più grande. Lo sappiamo per esperienza: distruggere il tessuto politico e sociale di uno stato per via giudiziaria è micidiale e dannoso. Per fortuna, anche qui in Italia c’è chi se n’è accorto: giovedì alcuni noti esponenti della sinistra, da D’Alema a Prodi a Camusso, hanno firmato un appello per la liberazione di Lula e contro i giudici. Gran parte della sinistra, durante la nostra di Tangentopoli, applaudiva e faceva il tifo. Nessun pentimento è mai troppo tardivo.

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Commenti all'articolo

  • mauro

    06 Aprile 2018 - 12:12

    La magistratocrazia è certamente deleteria, ma D'Alema e soci prima di firmare appelli a favore dei compagni rossi brasiliani intanto ne firmino uno al presidente della nostra repubblica (il cui cattocomunismo originario ottunde almeno una parte della sua sensibilità) a favore del "pericoloso criminale" Dell'utri, e poi dedichino la loro attenzione critica alla magistratura di casa nostra.

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  • ilgimmi62@alice.it

    ilgimmi62

    06 Aprile 2018 - 12:12

    Pentimento? Firmare per un condannato brasiliano sai che pentimento. Sarebbe interessante una presa di posizione, che so, su Mancino, Dell'Utri, ecc....

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  • paolo.ciafardoni@pfcbureau.com

    paolo.ciafardoni

    06 Aprile 2018 - 09:09

    Leggo e rimango basito. Qui sembrate voi quelle Iene che in altra pagina accusate, giustamente, di faziosità su Gaza. Ci vorrebbe un articolo compensatorio e chiarificatore alla Giulio Meotti, che spieghi il disegno di bolivarizzazione e di occupazione del potere messo in atto da Lula e dal PT, e il sostegno totale della parte sana del paese all'azione della magistratura, fortemente contrastata e spesso smontata dalle alte corti, tutte pervasivamente controllate da sodali dell'ex-presidente.

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  • bluewint19

    06 Aprile 2018 - 01:01

    Non so se la battuta sul pentimento sia ironica. Se sì, non è molto chiaro. Comunque, non credo che Prodi, D'Alema e la Camusso siano pentiti di alcunché. Semplicemente Lula è un comunista, un amico loro, e quindi tutta la retorica pro magistrati che hanno usato per anni in Italia a lui non può essere applicata. Se i magistrati brasiliani volessero incarcerare un politico di destra batterebbero le manine come hanno sempre fatto qui in Italia, naturalmente tranne quando qualche magistrato un po'più coraggioso degli altri ha provato ad indagare anche loro. D'altra parte per comunisti come D'Alema, o complici come Prodi e Camusso, la giustizia non deve servire a punire i criminali e a risarcire le vittime, di quello non gliene può importare di meno, ma solo a togliere di mezzo i loro avversari politici, con qualsiasi mezzo che permetta di raggiungere il fine. Lula è un amico loro perciò, anche se condannato in via definitiva, può tranquillamente, anzi deve, tornare a fare il presidente.

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