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L’eterna guerra di Trump contro Bezos, sintesi di ogni male

Amazon è l’anello di congiunzione fra fake news e protezionismo. Attaccarlo val bene una flessione dei mercati

Mattia Ferraresi

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ferraresi@ilfoglio.it

4 Aprile 2018 alle 06:24

L’eterna guerra di Trump contro Bezos, sintesi di ogni male

Jeff Bezos e Donald Trump (foto LaPresse)

New York. In un passato che appare ormai remoto, Donald Trump gridava su Twitter tutta la sua soddisfazione per i mercati che superavano ogni record, segno inequivocabile della ritrovata grandezza americana. Ora non si fa problemi a far crollare gli indici, se ciò serve a bastonare gli avversari e a riaffermare la linea politica. Lunedì il Dow Jones ha perso oltre 450 punti e il Nasdaq quasi duecento per via di un attacco su due fronti: da una parte le accuse ad Amazon di evadere il fisco e danneggiare i concorrenti, dall’altra i dazi per difendersi dalla competizione cinese, con la risposta uguale e contraria di Pechino. Da quando Trump ha ripreso ad aggredire Amazon, bersaglio antico della rabbia trumpiana, la compagnia di Seattle ha perso circa sessanta miliardi di dollari sui mercati. La flessione dei tanto adorati indici è un prezzo che il presidente è disposto a pagare pur di castigare Jeff Bezos, vecchio avversario che nel rinnovato clima di protezionismo e aggressività che domina la Casa Bianca è assurto al rango di nemico totemico, sintesi di tutti i mali che affliggono non solo il presidente ma l’intero popolo americano. Bezos è l’anima di un’azienda “monopolista” che “se pagasse le tasse che deve si affloscerebbe come un sacchetto di plastica” ma è anche il patron del “fake Washington Post”, testata che agisce come “lobbista” e dovrebbe “registrarsi come tale” nell’apposito albo. Difficile, nella logica di Trump, trovare un idolo polemico più forte dell’imprenditore che è l’anello di congiunzione fra la scorrettezza commerciale e le fake news, nel senso della copertura mediatica tendenzionsa e politicizzata.

 

Quando questi pensieri si trovano a circolare in un fine settimana di Pasqua a Mar-a-Lago, circondato soltanto dai consiglieri che lisciano il ciuffo del presidente nel verso giusto, il risultato è una tempesta di tweet che non si placa nello spazio di una trasmissione televisiva, ma continua a martellare sullo stesso punto. L’altro giorno ha scritto: “Soltanto gli sciocchi, o peggio, dicono che le nostre poste in difficoltà fanno i soldi con Amazon. Perdono una fortuna, e questo cambierà. Inoltre, i distributori che pagano le tasse interamente stanno chiudendo ovunque nel paese, non è una competizione equa!”. Ieri mattina ha ribadito il concetto: “Ho ragione sul fatto che Amazon costa alle poste americane un’enorme quantità di soldi per fare il suo fattorino. Amazon deve pagare questi costi senza scaricarli sul contribuente americano. Molti miliardi di dollari. I capi degli uffici postali non ne hanno idea (oppure lo sanno?)”. Come spesso accade nel modo di procedere di Trump, alle iperboli verbali non corrispondono decisioni fattive, e così una portavoce della Casa Bianca si è trovata ad ammettere che “il presidente ha espresso le sue preoccupazioni su Amazon, ma in questo momento non ci sono iniziative”.

 

Ieri il direttore del Washington Post, Marty Baron, ha reagito alle accuse del presidente dicendo che l’influenza di Amazon sulla linea del quotidiano “è completamente falsa”, e ha aggiunto: “Non so nemmeno come come descrivere cosa mi passa per la testa”. Quando Trump ricorre a una delle sue tirate, solitamente è possibile rintracciare il grilletto che gli ha fatto saltare i nervi, e in questo caso si tratta probabilmente di un articolo del Post sulla situazione finanziaria della Trump Organization, organizzazione “sotto un assalto senza precedenti”.

 

Una teoria è che il presidente attacchi Amazon esclusivamente come vendetta alle aggressioni del Post, giornale rivitalizzato dai capitali di Bezos e che fra le altre cose si è aggiudicato un premio Pulitzer per l’eterna e meticolosa inchiesta di un cronista che ha fatto un’impietosa radiografia di tutte le donazioni benefiche dichiarate e mai realizzate da Trump. L’altra teoria è invece che qualcuno fra i consiglieri del presidente, in una Casa Bianca in perenne cambiamento ma in questo momento abitata per lo più a falchi, lo abbia convinto a rivitalizzare l’immagine di Bezos come simbolo di tutti i mali dell’America, e dunque la relazione con il Post sia soltanto uno fra i vari fattori da considerare. L’idea della guerra totale con Bezos ha il vantaggio di attirare le simpatie anche di chi si scandalizza per l’atteggiamento autoritario di Trump nei confronti dei media. Su New Republic, storico magazine che si è avvicinato alla sinistra più antisistema dopo un traumatico esodo e una rifondazione, David Dayen scrive che non bisogna “subordinare le preoccupazioni di Amazon a quelle per Trump”: gli attacchi politicamente motivati del presidente non sono una buona ragione per chiudere un occhio sul monopolismo spietato di Amazon, il gigante che ha schiacciato la concorrenza con metodi più che discutibili e si è guadagnato una posizione dominante innanzitutto grazie al trattamento generoso da parte dello stato. Riforma fiscale di Trump compresa.

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Commenti all'articolo

  • perturbabile

    04 Aprile 2018 - 13:01

    Per fortuna che Trump non si è astenuto dal varare la riforma fiscale pur di fare un dispetto ad Amazon. E il trattamento generoso di uno stato tramite riduzione delle imposte non è la stessa cosa di quello tramite sussidi. La prima lascia denaro nelle tasche, la seconda riposa su una collaudata incertezza sul rapporto costo-beneficio generale. E poi, non c'è ovviamente solo Bezos, e buffo sarebbe vedere la riforma fiscale solo nei termini del suo vantaggio per Bezos: gli statunitensi sono quasi quattrocento milioni! Siamo, è ovvio, entro i confini dell' 'elementare Watson'.

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    • branzanti

      04 Aprile 2018 - 16:04

      Purtroppo la c. d. riforma fiscale non solo va a beneficio di una infinitesimale porzione di popolazione (meno del conclamato un per cento), ma produrrà una catastrofe sui conti pubblici americani, con ulteriore massacro del già esangue welfare (diciamo quasi inesistente) e danni aggiuntivi per tutti i ceti (plutocrati esclusi of course).

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      • perturbabile

        04 Aprile 2018 - 19:07

        Quanto alle imposte sugli utili d'impresa, passano dal 35 al 21%. Qualche premio Nobel per l'economia, ed indegnamente io, ci aspettiamo da ciò un'impulso all'innovazione tecnologica, all'occupazione e alla riduzione dei prezzi. Quanto alle persone fisiche, la riforma, se per redditi fino a 9525 D resta al 10%, riduce le percentuali delle aliquote come segue: dalla cifra detta a 38700 scende dal 39,6 al 37%, da lì a 82500 scende dal 25 al 22%, da lì a 157500 scende dal 28 al 24%, da lì a 200000 dal 33 al 32%, da lì a 500000 è del 35%, sopra i 500000 scende dal 39,6 al 37%. Lo scaglione rimasto invariato è il primo, quello del 10 (dieci) % fino a 9525 D. La riforma dunque beneficia tutti quelli con un reddito annuo di almeno 9526 D., equivalenti a 7747 Euro. In America, dunque, chi guadagna 7747 Euro annui o più sarebbe neanche l'1% della popolazione (gruppuscolo detto dei 'plutocrati', mentre il 99% di essa intascherebbe meno di quella cifra. Se è così, aiutiamoli!

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        • branzanti

          05 Aprile 2018 - 00:12

          Mi sembra che Lei non tenga conto dell'abolizione di una serie di deduzioni, per il pagamento di tasse statali e locali, per i mutui immobiliari e per le spese di istruzione che rendono assolutamente inutili, per la larghissima maggioranza, la riduzione delle aliquote da Lei correttamente citata. Certo il 2,6% su un reddito di due milioni di dollari (la parte interessata dovrebbe essere circa 1,6 mln) non è male!!!

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