Il fake islam di Adnan Oktar

Giulia Pompili

Roma. Lo scorso ottobre arriva a questo giornale una email il cui mittente risponde al nome di Serra Basarir. Il testo è un prestampato, con parecchi inoltri incollati sotto. La donna sostiene di essere la portavoce dello scrittore turco Adnan Oktar (meglio noto come Harun Yahya) “autore di circa 300 libri tradotti in 73 lingue tra cui il bestseller ‘L’islam denuncia il terrorismo’”. Ci tiene a farci sapere che due altri rappresentanti di Oktar, il dottor Babuna e il signor Ormen, sono in tour in Italia, hanno già incontrato il cardinale Parolin, il cardinale Tauran, il capo della Comunità ebraica di Roma Di Segni, qualche senatore della Repubblica. (Caspita!). Ci chiede se siamo interessati a intervistare il dottor Babuna. Sotto ci copincolla una proposta che aveva mandato esattamente un anno prima: già allora ci diceva di aver parlato con la nostra centralinista, e che “l’autorevole scrittore turco” voleva “offrirci” un articolo, in quanto “rappresentante dell’islam pacifico”. Non se n’è fatto niente. E non è per bullarci delle nostre capacità di individuare i fake, ma perché bastava digitare su Google il nome di Adnan Oktar per capire che c’era qualcosa di particolarmente sospetto, a partire dalle concubine chiamate “gattine”. Però abbiamo pensato: un notevole sforzo di comunicazione per un predicatore islamico che a giudicare da internet non fa prediche, ma in compenso si fa ballare attorno decine di ragazze in bikini manco fosse Gianluca Vacchi. Le sue dichiarazioni, specie durante il periodo di promozione dei libri, si trovano ovunque: sui giornali europei, americani, turchi, israeliani. E’ un “islamico creazionista”, ha un’idea tutta sua del Corano, e la articola sin dal 2011 attraverso il suo canale televisivo turco A9. Tempo fa il Royal islamic strategic studies centre lo ha incluso tra i cinquanta musulmani più influenti al mondo.

 

 

Ma come fa un personaggio col profilo di un vecchio cattivo della saga di “007” ad avere così tanta credibilità? Non ci sarà forse di mezzo la nostra ossessione nel cercare la voce di un islam moderato, pure se è un fake?

 

Poi però Haaretz ieri ha pubblicato una lunghissima inchiesta di Asaf Ronel sul “culto islamico” di Adnan Oktar, e abbiamo capito tutto. Vuol dire: una setta, con ragazze trasformate in schiave sessuali e orge organizzate con l’unico fine (anzi no, con il secondo fine) di riprendere e poi ricattare i partecipanti. Con l’ossessione per la sorveglianza, dentro e fuori dal quartier generale di Istanbul. Sono voci che girano da tempo su Oktar, ma che nessuno aveva mai messo insieme. Nemmeno i dettagli su sue vecchie dichiarazioni antisemite, che contraddicono l’immagine di lui “grande amico di Israele”.

 

Racconta Haaretz che uno dei suoi primi ospiti in trasmissione, nel 2011, era stato il rabbino Meir Lau, che ammette di essere andato senza aver fatto particolari ricerche sul background di Oktar –  al contrario della comunità ebraica turca, che da sempre non vuole avere nulla a che fare con il santone islamico. Un tempo appoggiato pure dal governo di Erdogan, qualche giorno fa il direttore del Diyanet turco ha detto che probabilmente Oktar “ha perso la testa”. Ma nel frattempo si è arricchito, e sulle nostre debolezze, come tutti i santoni.

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