Dopo Parigi, anche la Germania scopre che l’antisemitismo è ancora vivo

Il caso di una bimba ebrea picchiata e quello della Società tedesca per la cooperazione internazionale (Giz)

1 Aprile 2018 alle 06:00

Dopo Parigi, anche la Germania scopre che l’antisemitismo è ancora vivo

Foto LaPresse

Berlino. La piaga dell’antisemitismo non ha funestato la Pasqua (Pesah) dei soli ebrei francesi, obbligati a scendere in piazza dopo il brutale omicidio di un’anziana donna che era riuscita a sfuggire al rastrellamento nazista del velodromo d’inverno (1942). Un abuso su una bambina ebrea è stato compiuto anche a Berlino, da dove nuove notizie di atti di odio antiebraico arrivano con sempre più frequenza, mescolando allo Juden Haas di matrice islamica quello mascherato da ostilità verso Israele.

 

Nel quartiere di Tempelhof, noto per l’omonimo ex aeroporto reso celebre dal ponte aereo del 1948, una bambina è stata prima derisa e poi malmenata da alcuni compagni di classe perché ebrea. “Judin, judin”, l’hanno dileggiata nel cortile. Poi le botte. Nella Berlino riunificata, Tempelhof è un quartiere nel cuore della città. Fino al 1989, invece, era una zona popolare abitata principalmente da impiegati statali e immigrati turchi, prevalenti nell’attigua Neukölln dove il muro e il filo spinato fungevano da confini di quartiere. Non è un mistero che anche le manine che hanno tirato i capelli alla compagna alla scuola elementare Paul Simmel appartenevano a bambini allevati non solo nella fede islamica ma anche nell’odio anti ebraico. “Se uno scolaro ebreo non può più andare a scuola senza timore di attacchi antisemiti vuol dire che nel paese c’è qualcosa che non va bene”, ha dichiarato il presidente del Consiglio centrale degli ebrei tedeschi Josef Schuster. Schuster ha ricordato che “nessun bambino nasce antisemita” e si è quindi rivolto agli imam chiedendo che durante le loro prediche in moschea instillino valori “che noi riconosciamo come fondamentali per la coesistenza in questo paese; chi non è pronto a farlo ha sostanzialmente rinunciato a operare in Germania”. Parole che tradiscono la preoccupazione crescente della comunità ebraica tedesca – un caso analogo di violenza contro un dodicenne ebreo in un’altra scuola berlinese risale a pochi mesi fa.

 

“Il problema è che l’antisemitismo è ovunque: c’è quello di matrice islamica ma c’è anche quello della sinistra”, spiega al Foglio Myriam, 54 anni, uscendo dalla riunione di un gruppo di auto-aiuto di famiglie ebraiche berlinesi. I suoi figli adolescenti hanno sentito parole a scuola sulla Shoah e su come gli ebrei “se la sono cercata” e Myriam ritiene che sia ora di reagire. Il problema non viene dalle alte sfere della società: il governo federale tedesco è da tempo in prima fila contro l’antisemitismo. La questione va invece affrontata nelle scuole, là dove la Repubblica federale dovrebbe formare cittadini imbevuti di spirito democratico, consapevoli della storia del paese e refrattari a ogni principio di discriminazione, a cominciare dall’antisemitismo. Dopo aver offerto le proprie scuse alla bambina e ai suoi famigliari, la Paul Simmel Grundschule ha ammesso che non si trattava del primo caso e ha promesso di aprire le sue aule ai programmi dell’Istituto regionale per la scuola (Lisum) e dell’American Jewish Committee (Ajc) per combattere l’odio anti ebraico in classe.

 

Impegnato in una visita a Gerusalemme organizzata per riparare alle ambiguità diplomatiche del suo predecessore, il neoministro degli Esteri, Heiko Maas, ha parlato di un atto “vergognoso e intollerabile”. Maas tuttavia ha altri problemi da risolvere: la Società tedesca per la cooperazione internazionale (Giz) con sede a Bonn e 145 persone fra dipendenti e consulenti nei territori palestinesi, è al centro di uno scandalo mediatico dopo che giornalisti israeliani in Germania hanno reso di pubblico dominio i contenuti visceralmente antisionisti postati su Facebook da numerosi dipendenti. Croci uncinate con i colori di Israele, appelli a unirsi al movimento Bds, la campagna globale di boicottaggio di Israele, fino alle parole di una ex dipendente della Società che si sarebbe licenziata perché dopo aver protestato contro l’odio anti ebraico dei colleghi è stata messa in minoranza dagli stessi nonostante, in teoria, siano tutti tenuti alla neutralità politica. Anche in questo caso la dirigenza della Giz ha annunciato l’apertura di un’inchiesta interna, la bonifica di Facebook dai contenuti discriminatori e sanzioni, senza escludere ricadute penali. L’osservazione più sensata in materia è del deputato verde Volker Beck: “E’ sorprendente – ha detto – che la Giz abbia reagito ai messaggi antisemiti di diversi dipendenti solo quando ne è stata informata dalla stampa”.

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