La folle giornata del licenziamento annunciato di Tillerson

Mattia Ferraresi

New York. Il dipartimento di stato ha detto che Rex Tillerson ha scoperto di esser stato licenziato da un tweet di Donald Trump, informazione che contraddice la versione della Casa Bianca, secondo cui la settimana scorsa il segretario di stato era stato avvertito. Tillerson, dicono le fonti di Foggy Bottom, ha ricevuto venerdì una telefonata dal capo di gabinetto, John Kelly, il quale lo allertava circa un potenziale cinguettio imminente che lo riguardava, ma non ha fatto parola del licenziamento.

 

  

Il sottosegretario di stato, Steve Goldstein, ha fatto la più irrituale delle dichiarazioni: “Il segretario non ha parlato con il presidente questa mattina e non sa quale sia la ragione, ma è grato per l’opportunità di aver servito il paese, e crede ancora che il servizio pubblico sia una chiamata nobile, della quale non pentirsi”. Il segretario, si legge nel comunicato, aveva “tutta l’intenzione di rimanere al suo posto”, altra contraddizione con le parole del presidente, che in una breve conferenza stampa nel giardino della Casa Bianca ha spiegato che lui e Tillerson hanno parlato a lungo dell’avvicendamento.

 

Nel dubbio, Trump ha licenziato immediatamente Goldstein, pretoriano fedele del segretario di stato cacciato nel disdoro. Il metodo di gestione del caso Tillerson rappresenta lo stato dell’Amministrazione anche meglio delle motivazioni politiche di un avvicendamento a lungo annunciato: nel mondo di Trump il come è spesso più importante del perché. Ai giornalisti il presidente ha parlato di “disaccordi”, ha detto che Tillerson è un brav’uomo con cui andava d’accordo, ma su certe cose “la vedevano diversamente”, e “non la pensavano proprio allo stesso modo”. Per esemplificare le divergenze, Trump ha fatto riferimento alla posizione sull’accordo nucleare con l’Iran, salvo poi trovarsi di fronte alla domanda che ha riportato il dibattito dalle altezze geopolitiche al trivio quotidiano: “Lo ha licenziato perché ha detto che era un coglione?”. Trump ha detto “cosa?”, ha finto di non capire ed è passato a spiegare che la scelta di Mike Pompeo, capo della Cia che in questi quattordici mesi ha stabilito una relazione di ferro con Trump, deriva innanzitutto dal fatto che i due hanno “gli stessi processi mentali”, un fatto di affinità elettive più che di linee politiche.

 

Tillerson era stato assunto per infondere pragmatismo e senso del business a una diplomazia ingessata dai politici di professione, ma ben presto è venuto fuori che il segretario era “troppo d’establishment” per il presidente, e i dissapori interni si sono rapidamente trasformati in chiacchiere costanti sulla successione. Da mesi ormai la sostituzione di Tillerson è considerato soltanto questione di tempo, e in diverse circostanze il segretario è arrivato vicino alle dimissioni. Trump ha approfittato della svolta diplomatica con la Corea del nord – linea decisa esclusivamente da lui, come ha ribadito anche ieri – per sbarazzarsi del segretario sfiduciato e dare la gestione del dossier a Pompeo, ma la sua partenza arriva in un momento di particolare turbolenza all’interno dell’Amministrazione.

 

La cacciata di Gary Cohn, consigliere economico e rappresentante dell’ala liberista, ha scatenato una guerra sulla politica commerciale e ora il divorzio ostile consumato con Tillerson riapre il fronte della diplomazia. Mesi fa si parlava di un “patto del suicidio” stretto fra Tillerson, il segretario del Tesoro, Steve Mnuchin, e il segretario della Difesa, Jim Mattis: se uno fosse stato licenziato, gli altri si sarebbero dimessi assieme a lui. Ma nel governo di Trump, dove il 43 per cento dello staff esecutivo ha abbandonato la nave in poco più di un anno, le alleanze sono mobili. Lo spostamento di Pompeo ha fatto scattare anche la promozione di Gina Haspel a capo della Cia. La veterana dell’intelligence è una figura controversa che ha guidato, all’alba della guerra al terrore, uno dei primi “black site” doveva avvenivano gli interrogatori duri ai detenuti di al Qaida. Se sarà confermata dal Senato, sarà la prima donna a guidare l’agenzia. Per coronare una giornata all’insegna del turnover, Trump ha cacciato anche il suo assistente personale, John McEntee. La partenza improvvisa è legata a un’inchiesta per frode finanziaria, ma appena ha varcato le porte della Casa Bianca, scortato dalla sicurezza, McEntee è stato assunto dalla campagna per la rielezione di Trump.

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