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L'Asia illiberale

Mentre Xi Jinping rimuove i vincoli al suo potere, la Cina diventa fonte d’ispirazione per vari leader asiatici in cerca di affermazione. Bye bye America

4 Marzo 2018 alle 06:00

Alla corte dell’imperatore Xi

Se senti la campana cinese, è tutta una questione di stabilità. Il Global Times, tabloid che spesso veicola il punto di vista più conservatore dell’establishment di Pechino, ha scritto che “soprattutto nel periodo tra il 2020 e il 2035, momento cruciale per la realizzazione della modernizzazione socialista della Cina, il paese e il Partito comunista hanno bisogno di una leadership stabile, forte e coerente”. Insomma, se Xi vuole far cambiare la Costituzione per eliminare il limite dei due mandati presidenziali e diventare imperatore di fatto (la proposta sarà votata durante il grande evento legislativo di marzo, dunque tra pochi giorni), è perché la Cina ha bisogno di un timoniere dalla mano salda, e questo non può che essere un bene per il resto del mondo. Senti l’altra campana, quella dell’occidente, ed è tutto il contrario. La mossa di Xi segna il passaggio definitivo da un regime di leadership collegiale che garantiva un certo pluralismo nel processo decisionale a una dittatura molto più tradizionale. Il sistema in base al quale il presidente e segretario del Partito era un primus inter pares a capo di un’oligarchia di ingegneri ormai è sepolto: sia perché non ci sono più i pares, sia perché nella leadership uscita dall’ultimo Congresso gli ingegneri sono stati sostituiti da scienziati politici e filosofi. Per gli osservatori occidentali, la fine di questo sistema significa potenziale instabilità. Jude Blanchette, studioso esperto del periodo maoista, ha agitato lo spettro dell’Unione Sovietica dicendo al Washington Post che “la Cina, come l’Unione Sovietica prima di lei, non è riuscita a istituzionalizzare il processo di successione” della classe dirigente. Chi ha ragione, il partito di Xi-imperatore come portatore di stabilità o quello che dice il contrario? E’ importante saperlo perché l’Asia e il mondo intero dipendono dalla stabilità cinese tanto quanto da quella americana. Che sia l’una o che sia l’altra opzione, l’unica certezza è che la “fantasia cinese” nutrita dall’occidente per cui il sistema politico della seconda economia del mondo si sarebbe aperto e democratizzato con il tempo ormai è da considerarsi morta. La Cina è e rimarrà un bastione dell’autoritarismo, e la forza del suo modello antidemocratico già si irradia in tutta l’Asia.

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