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I santissimi peccatori

Giulio Meotti

Grondano carineria e pure molestie. Così dietro le ong si nascondono bande di furboni che incolpano l’occidente e Israele

In un occidente secolarizzato, le organizzazioni non governative sono i nuovi dèi, i santi laici del nostro tempo, i paladini della big society che ci sommergono di benevolente beneficenza e delle mirabilia offerte da questi virtuosi di professione in piena levitazione morale. Due diligence? Figuriamoci, il loro è filantrocapitalismo. Intoccabili, i nuovi santi, mica come i sacerdoti della chiesa cattolica, messi in ginocchio da inchieste di stampa e tv ed esposti al pubblico ludibrio.

 

Eppure, gli ultimi mesi sono stati a dir poco infelici per le organizzazioni britanniche, le più antiche, nobili e gloriose, per storia e tradizione. Non è passata una settimana senza che una brutta notizia apparisse sui media.

 

La commissione delle ong ha denunciato un ente benefico del Derbyshire – la National Hereditary Breast Cancer Helpline – dopo che era emerso che l’organizzazione aveva speso solo il tre per cento del suo budget in beneficenza nel 2014-15. Oltre 800 mila sterline erano andate in amministrazione e campagne pubblicitarie. Stanno diventando questo le ong, gli architetti del grande spettacolo dei nostri riti espiatori, la monotonia ripetuta di appelli a lenire i mali del mondo, grondano di carineria e grazie a loro possiamo vivere vicino a cataclismi lontani, tirano le fila della fantasia di redenzione in cui gli abitanti del sud del mondo sono collocati come lo sfondo su cui “i bravi ragazzi del primo mondo” possono mettere in risalto il senso di sé. Esotismo, avventure lontane, senso di colpa, è il gran bazar filantropico. La kermesse delle cause buone e giuste. 

Le ong inglesi hanno più dipendenti del servizio sanitario e un budget superiore alla Difesa. Ma metà lo spendono in burocrazia

“Molte associazioni sono mostri famelici che mettono al primo posto i propri interessi, non quelli dei bisognosi”, scrive David Craig, autore di The great charity scandal. Le ong inglesi hanno più dipendenti del servizio sanitario e un budget superiore alla Difesa. E’ una carità vaporosa, ammiccante, spesso spregiudicata, in cui c’è sempre tantissimo da perdere: reputazione, fiducia pubblica e donazioni. Sta affondando Oxfam, la ong inglese fra le più ricche e importanti al mondo, per una serie di scandali ad Haiti e in Africa. Usava i soldi per i terremotati per pagare festini sessuali, “orge in stile Caligola”, con annesso silenzio da parte dei più alti dirigenti (stanno rotolando numerose teste dei quadri apicali di Oxfam).

 

E’ la stessa Oxfam che ha cacciato l’attrice di Sex and the city Kristin Davis, dopo che la diva ha fatto pubblicità all’azienda israeliana di cosmetici Ahava, e Scarlett Johansson, cacciata anche lei per aver lavorato con l’azienda israeliana Sodastream. Avrebbero prestato il proprio nome e volto per “opprimere i palestinesi”. Intanto Oxfam ci metteva del suo per opprimere gli haitiani.

 

Ma non è solo Oxfam. Ogni anno più di mille incidenti sulla protezione di bambini e le persone vulnerabili, come ha rivelato il regolatore del Regno Unito in seguito allo scandalo di Oxfam. Priti Patel, ex segretario internazionale per lo Sviluppo, ha accusato il settore degli aiuti di costruire una “cultura della negazione”. Le cifre separate sulle molestie sessuali raccolte da associazioni di beneficenza nel 2017 hanno dimostrato che Oxfam ha registrato 87 episodi, Save The Children 31, Christian Aid due e la Croce Rossa britannica un “piccolo numero di casi” . Anche la ong del leader laburista David Miliband avrebbe messo a tacere 37 accuse di abuso sessuale, frode e accuse di corruzione. Miliband è il presidente dell’International Rescue Committee.

 

Israele ne ha appena messe alla porte venti di queste organizzazioni non governative. In testa due ong britanniche, War on Want e la Palestine Solidarity Campaign, di cui Jeremy Corbyn è un patrono. Si tratta di organizzazioni che fabbricano accuse di “genocidio” e “crimini contro l’umanità” contro Israele.

 

“E’ considerato il settore degli angeli”, dichiara Gina Miller, fondatrice di Miller Philanthropy e attivista per una maggiore trasparenza nel non profit. Alcune ong senza scopo di lucro hanno abusato del loro status di beneficenza. Nel 2013, il Cup Trust, che aveva raccolto donazioni per 176 milioni di sterline, si è rivelato essere – nelle parole del comitato per i conti pubblici di Westminster – un “veicolo per l’elusione fiscale” che ha dato solo 55 mila sterline alle cause umanitarie.

 

Più della metà delle donazioni dall’Inghilterra alla Siria sono finite nelle mani dei gruppi di estremisti islamici e terroristi

Un altro ente di beneficenza più piccolo, il Melton Arts and Crafts Trust, è stato chiuso dopo che la Charity Commission non ha rilevato “alcuna prova di attività caritatevole”. La storica Halo Trust, amatissima da Lady Diana che si faceva fotografare nei territori pieni di mine antiuomo, è stata scaricata dall’attrice Angelina Jolie che ha accusato i vertici della ong di trattenere per sé salari troppo elevati e di pagare profumatamente le consulenze. Due esperti sono stati pagati rispettivamente venticinquemila e centomila sterline per meno di due mesi di lavoro. E il capo della Halo, Guy Willoughby, prendeva 220 mila sterline all’anno.

 

In ginocchio è finita la Kids Company, associazione per l’aiuto dell’infanzia, la cui fondatrice, Camila Batmanghelidjh, una signora originaria dell’Iran, spendeva cinquemila sterline al mese per affittare una casa con piscina, ma soprattutto donava 800 mila sterline a figure esterne all’associazione senza apparente motivo. Se non bastasse, c’è una inchiesta anche per abusi sessuali nella sua ong.

 

Milioni di sterline di denaro pubblico destinate ad aiutare i veterani di guerra sono scomparse nel buco nero delle ong. E’ lo scandalo del famoso fondo Libor da 35 milioni di sterline, istituito dall’allora cancelliere George Osborne per sostenere i veterani. Il Sunday Times ha scoperto che 933 mila sterline del fondo sono stati girati a una ong, il Warrior Program, che sottoponeva i veterani alla “terapia del tempo” e alla “programmazione neurolinguistica”, tecniche descritte dagli psichiatri come pseudoscientifiche, non dimostrate e persino pericolose. Altre 414 mila sterline di denaro pubblico sono state date al Veterans Outreach Support, una ong dedita alla “terapia veterinaria craniosacrale”, un’altra tecnica ritenuta a dir poco inutile dai medici.

 

In Inghilterra, le organizzazioni filantropiche sono diventate un apparato famelico. Ci sono più di 195.289 organizzazioni di beneficenza registrate nel Regno Unito che raccolgono e spendono quasi 80 miliardi di sterline all’anno. Tutte assieme, le ong impiegano oltre un milione di dipendenti, in pratica più dei settori automobilistico, aerospaziale e chimico dell’Inghilterra. Gran parte delle ong più grandi e conosciute del Regno Unito sta spendendo meno della metà del proprio reddito ogni anno sulle opere di beneficenza. Lo ha rivelato un rapporto della True and Fair Foundation.

 

Il rapporto “Un nido di calabroni” ha rivelato ad esempio che la British Heart Foundation ha speso in media solo il 46 per cento delle sue entrate in attività di beneficenza. Il rapporto sostiene che analizzando 1.020 organizzazioni non governative viene fuori che queste spendono la metà o meno dei loro soldi in buoni lavori. Quasi trecento ong spendono solo il dieci per cento in beneficenza e la Lloyd’s Register Foundation addirittura soltanto l’uno per cento.

 

Dalla Halo di Lady Diana alla Kids Company, alcune gloriose ong cadute in disgrazia per gli stipendi luculliani

Diciassette grandi organizzazioni con un bilancio annuo di cinquanta milioni di sterline o superiore spendono in media solo il 43 per cento in opere buone. Un’inchiesta del Mail on Sunday ha scoperto che i direttori di alcune ong arrivano a portare a casa pacchetti del valore di 618 mila sterline all’anno. L’Asia Foundation ha distribuito 2,25 milioni di sterline fra i suoi dieci membri più anziani (il presidente, David Arnold, ha ricevuto 387.156 sterline). Il capo di Save The Children, Helle Thorning-Schmidt, ex primo ministro danese noto come “Gucci Helle” per i gusti raffinati e costosi, riceve 246.750 sterline all’anno. Marie Stopes International, la ong inglese degli aborti, paga il suo capo Simon Cooke 251.831 sterline in bonus, cui se ne aggiungono 168.924 di salario di base.

 

In Inghilterra e Galles ci sono 1.939 associazioni di beneficenza attive incentrate sui bambini; 581 organizzazioni benefiche che cercano di trovare una cura per il cancro; 354 enti di beneficenza per gli uccelli; 255 enti di beneficenza per gli animali; 81 enti di beneficenza per persone con problemi di alcol e 69 enti di beneficenza che combattono la leucemia.

 

Il dirigente più pagato della Croce Rossa del Regno Unito (bilancio di 228 milioni di sterline l’anno, 3.200 dipendenti) guadagna 210 mila sterline, con un incremento del 18 per cento. Greenpeace (bilancio 2011) spende due milioni e 482 mila euro per pubblicizzare e raccogliere fondi e meno di questa cifra, due milioni e 349 mila euro, per salvare animali in via di estinzione e foreste. Le sei maggiori organizzazioni di beneficenza contro la povertà hanno 142 dipendenti pagati 60 mila sterline all’anno o più e 17 con salari superiori a 100 mila sterline.

 

Marie Stopes, che pratica aborti, paga il proprio amministratore delegato con mezzo milione di sterline

Circa 27 mila organizzazioni di beneficenza britanniche dipendono dal governo per tre quarti o più dei loro finanziamenti. Senza denaro del governo, molte crollerebbero. Ma poi, tutto questo aiuto fa davvero bene? Su questo c’è grande dibattito. Dambisa Moyo, economista dello Zambia, ha denunciato che il primo mondo ha inviato oltre un trilione di dollari in Africa negli ultimi cinquant’anni. Lungi dal porre fine alla povertà estrema, questa favolosa somma l’ha promossa. Tra il 1970 e il 1998, quando gli aiuti per l’Africa arrivarono al loro apice, la povertà in Africa passò dall’11 per cento a uno sbalorditivo 66 per cento. Ovviamente ci sono altri fattori. Ma nel suo libro “Dead Aid” (pubblicato anche in Italia con il titolo “La carità che uccide”), Moyo afferma: “L’aiuto è stato e continua a essere un disastro politico, economico e umanitario assoluto per gran parte del mondo in via di sviluppo”.

 

E alcune ong hanno pure finito per finanziare il terrorismo islamico in quei paesi. Alcuni dei loro soldi sono “senza dubbio” finiti a gruppi estremisti, come ha affermato William Shawcross, presidente della Charity Commission. Si è passati dai 234 casi quattro anni fa agli attuali 630. Più della metà delle donazioni umanitarie del Regno Unito in Siria attraverso piccole ong sono finite nelle mani dell’Isis e di altri gruppi islamici, secondo il think-tank anti-radicalizzazione di Londra, la Quilliam Foundation.

 

La ong Fatiha-Global sulla carta si occupava di portare supporto e aiuti ai profughi siriani in fuga dalla guerra, ma in realtà dirottava i fondi per comprare armi per lo Stato islamico. La Charity Commission del Regno Unito ha anche fatto sapere che i “convogli di aiuti” in Siria sono stati sfruttati dai jihadisti britannici. L’amministratore delegato della Fatiha, Adeel Ali, è stato fotografato in Siria a braccetto con i jihadisti del Califfato. Sono gli stessi che hanno staccato la testa al volontario inglese Alan Henning, in Siria per conto delle sussidiarie della Fatiha. La carità che uccide.

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  • Giulio Meotti
  • Giulio Meotti è giornalista de «Il Foglio» dal 2003. È autore di numerosi libri, fra cui Non smetteremo di danzare. Le storie mai raccontate dei martiri di Israele (Premio Capalbio); Hanno ucciso Charlie Hebdo; La fine dell’Europa (Premio Capri); Israele. L’ultimo Stato europeo; Il suicidio della cultura occidentale; La tomba di Dio; Notre Dame brucia; L’Ultimo Papa d’Occidente? e L’Europa senza ebrei.