Israele fra gli europei

Giulio Meotti

Roma. “Siamo preoccupati dall’Inghilterra”. Si apre così il dialogo del Foglio con fonti qualificate della diplomazia israeliana. “Ci preoccupa la debolezza del premier Theresa May e siamo delusi dal ministro degli Esteri, Boris Johnson, che da sindaco di Londra era molto più filoisraeliano di oggi che è succube del Foreign Office, da sempre vicino al mondo arabo. Ci preoccupa l’ascesa di Jeremy Corbyn, la cui eventuale vittoria politica sarebbe un incubo. Sulla sicurezza, l’Inghilterra ci è ancora molto amica, lo vediamo sull’Iran ad esempio. E’ invece preoccupante per l’atlantismo la crisi fra Londra e Washington”.

  

Gerusalemme vede alcune “criticità” in Europa. “La Svezia senza dubbio; l’Irlanda, al cui Parlamento è appena stata discussa e per ora bloccata una legge che boicotta i beni israeliani prodotti oltre la Linea verde; e la Slovenia, prossima temiamo a riconoscere lo stato palestinese. Siamo in ansia sulla Germania, dove la debolezza di Angela Merkel non spinge più quel paese a intervenire contro molte iniziative antisraeliane”.

   

Meglio il fronte francese. “Tra Emmanuel Macron e Donald Trump c’è un buon feeling e Parigi eviterà lo scontro con gli Stati Uniti. I diplomatici francesi in questi giorni sono a Ramallah a convincere Abu Mazen a non abbandonare gli accordi di Oslo. Questo ruolo francese è positivo per controllare i palestinesi. Con l’Olanda i rapporti erano buoni quando pensavano di aver salvato gli ebrei durante la Shoah, il mito di Anne Frank. Poi hanno scoperto che avevano tradito gli ebrei e questo ha cambiato sentimento anche verso Israele”.

   

Peggio i rapporti con l’Unione europea. “Ottimi quelli economici e commerciali, male quelli politici. C’è soltanto un dialogo ‘informale’. La Ue lega sempre i suoi rapporti con Israele alla soluzione del conflitto con i palestinesi. La cosa per noi positiva è che l’Europa è divisa, come all’Unesco”. Visegrad è una sorpresa per Israele. “I paesi europei dell’Est sono nostri grandi amici, dai cechi ai polacchi agli ungheresi di Orbán”. E la lite sulla Shoah? “I polacchi nel merito hanno ragione, avevano un governo in esilio e non hanno costruito loro i campi, ma non possono imbavagliare la ricerca storica. Ora lavoriamo a una soluzione della lite”. Problemi grandi con le agenzia Onu in Europa. “Con il Consiglio dei diritti umani a Ginevra, dove vogliono una ‘lista nera’ delle aziende che hanno rapporti con Israele oltre la linea del 1967. Stiamo premendo sulle cancellerie europee perché evitino questo passo. Molti paesi europei danno troppi soldi alle ong antisraeliane, è l’industria della delegittimazione. Ma alcuni, come Danimarca e Norvegia, stanno rivedendo i criteri. Ong contrarie ai due stati, favorevoli a un solo stato e non Israele”.

  

L’Italia? “Ha un ruolo di temperamento e moderazione positivo, da voi c’è un diffuso sentimento sul dovere, non solo sul diritto, di Israele a esistere. Ma vorremmo che l’Italia guidasse in Europa, ad esempio unendosi all’asse con Cipro e Grecia, due nostri grandi alleati”. In questi anni, quarantamila ebrei francesi sono fuggiti in Israele a causa del deterioramento della sicurezza. E in futuro? “Non se ne andranno, rimarranno in Europa ‘till the bitter end’. Fino a che potranno andare in giro, anche senza kippah, gli ebrei non se ne andranno, sono troppo integrati. Per ora mandano i figli in avanscoperta in Israele. Mi duole dirlo ma, dopo settant’anni, siamo tornati a una mentalità di sudditanza, temo, alla negazione”. Resta un paradosso: “Molti leader arabi oggi su Israele sono più pragmatici e aperti di tanti stati europei”.

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