cerca

"Siamo come in 1984", dice un uomo di Assad (ma un po' di giornalisti non ve lo diranno)

25 Gennaio 2018 alle 19:11

Roma. Lo Stato islamico è stato spazzato via come entità territoriale ed è tornato a essere un gruppo terrorista in clandestinità, ma questo non equivale a dire che i problemi della regione si sono estinti – come mostrano per esempio le proteste in Tunisia e in Iran. L’editore americano Vice / Hbo ha appena pubblicato un documentario sulla situazione in Siria nella parte maggioritaria sotto il controllo del presidente Bashar el Assad, ed è interessante perché mostra che è tornato il controllo da stato di polizia di prima. Un appunto preliminare: il documentario – o qualche parte di esso – è stato girato nel 2016, perché fa vedere ancora immagini di bombardamenti e colpi di mortaio durante la battaglia di Aleppo, che è finita all’inizio dell’anno scorso. E’ probabile che non sia stato pubblicato prima perché contiene alcune scene che il governo siriano non voleva che fossero viste. Indispettire chi dà gli ordini a Damasco per un giornalista è un affare serio, perché senza un accordo preventivo non è possibile mettere piede in Siria. E’ evidente che la giovane giornalista del documentario, Isobel Young, si dev’essere rassegnata al fatto che non potrà più lavorare dentro “la Siria di Assad”, che è il titolo del filmato. Young è scortata nel suo tour del paese da alcuni “minders” del governo, come li definisce, ovvero funzionari incaricati di prendersi cura di lei e di sorvegliare tutto quello che fa. La giornalista va a intervistare in strada uno degli uomini in uniforme militare che gira per la capitale Damasco dal mattino alla sera con un’automobile munita di altoparlanti per trasmettere canzoni patriottiche e l’uomo tesse le lodi del presidente ma, dal capannello di gente che s’è formato attorno, una donna si fa avanti per denunciare davanti alla telecamera che un agente delle forze di sicurezza, un certo Haider, le ha preso tutto. E’ un evento imprevisto e subito si fanno avanti i minders – “alcuni dei quali non sapevo nemmeno che ci fossero”, dice la giornalista – per mandare via la donna. “Perché mi avete impedito di filmare?”. A quel punto, fuori camera, la voce (poi contraffatta, per evitare guai con i suoi superiori ) di uno dei funzionari che la segue passo per passo risponde in inglese: “Se queste scene fossero mostrate, you do the math”, puoi immaginarti il risultato. E aggiunge: “Hai mai letto 1984?”. Il riferimento è al romanzo più celebre dello scrittore inglese George Orwell (un classico molto tradotto anche in arabo), in cui immaginava la presenza ubiqua e soffocante di un Grande Fratello, il nome che identifica la propaganda e la sorveglianza del governo, che controlla tutto per reprimere sul nascere ogni minimo cenno di dissenso. “E tu chi saresti, il Grande Fratello?” chiede Young. “Io sono Winston Smith”, risponde il funzionario anonimo che lavora per conto di Assad. Nel romanzo, Winston Smith è il protagonista impiegato presso il ministero della Verità e incaricato di censurare e riscrivere tutti i documenti storici che non rispecchiano la linea del regime. Che uno degli accompagnatori di un reporter straniero descriva così il suo ruolo è una spiegazione del perché nel 2011, prima che i gruppi jihadisti dirottassero l’opposizione e prima che le ingerenze esterne si spartissero le fazioni della guerra civile, dall’una e dall’altra parte, le proteste avevano un senso. La Siria era uno stato di polizia organizzato per esplicita ammissione secondo il modello di consenso sociale nordcoreano. E nel 2018, dopo che una parte enorme della popolazione si è schierata contro Assad – e ha perso – lo stato di polizia dovrà essere ancora più pervasivo. Sarà molto difficile che i giornalisti stranieri che ottengono il visto senza problemi ce lo racconteranno.

Daniele Raineri

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi