IIHF Ice Hockey Women (foto Wikimedia)

In Corea del sud tutti vogliono la pace, ma non toccateci la nazionale di hockey

Giulia Pompili

Arrivano al sud le atlete nordcoreane della squadra unita. Il problema, al solito, è confondere la politica con lo sport

Roma. Ieri la squadra di dodici atlete nordcoreane che faranno parte della nazionale di hockey femminile alle Olimpiadi di Pyeongchang è arrivata in Corea del sud, accompagnata dal coach Pak Chol-ho e da un paio di manager. Le giocatrici di hockey – vestite con la tuta rossa, bianca e blu della nazionale nordcoreana – sono le prime ad attraversare il confine del 38° parallelo e ad arrivare a Jincheon, un’ora e mezzo di auto da Seul, nel nuovissimo complesso sportivo sudcoreano che ospiterà gli allenamenti della Corea unita. Tutto lo staff sudcoreano aspettava le nuove compagne di squadra fuori, all’ingresso, e al loro arrivo sono stati regalati sorrisi, strette di mano e bouquet di fiori – anche se, dicono i presenti, le ragazze nordcoreane avevano un volto molto teso rispetto all’allegria delle colleghe sudcoreane.

 

Un’allegria utilissima ai fini della prima foto di gruppo e per celebrare le prime dichiarazioni, tutti pronti a scommettere sul grido di “we are one”, noi siamo una sola squadra. Secondo l’agenzia di stampa Yonhap, le atlete della Corea del nord e della Corea del sud condivideranno gli alloggi e gli spogliatoi, ma per qualche giorno si alleneranno separatamente, per dare tempo al coach della nazionale sudcoreana, che sarà anche quello della Corea unita, di studiare il gioco delle nordcoreane. E’ stato tutto deciso in Svizzera qualche giorno fa, durante una riunione del Comitato olimpico internazionale: nel campo, durante le partite di hockey sul ghiaccio della Corea unita, ci dovranno essere almeno tre atlete nordcoreane sulle sei atlete che scendono in campo per ogni partita. L’inno della Corea unita sarà la celebre canzone “Arirang”, il codice per l’identificazione della squadra sarà “COR”, la bandiera sarà quella che abbiamo visto già in altre occasioni simili, con la penisola coreana in azzurro su sfondo bianco. La coach resta Sarah Murray, ventinove anni, nata in Minnesota, la stessa che alla notizia dell’accordo tra Nord e Sud per collaborare a queste Olimpiadi invernali aveva detto alla stampa di essere “scioccata” dal dover inventare una squadra con nuovi giocatori, e con così poco tempo a disposizione.

  

     

Il problema, al solito, è confondere la politica con lo sport. La squadra congiunta di hockey sul ghiaccio femminile ha creato parecchi mal di pancia al Sud: secondo un sondaggio finito sulle prime pagine dei giornali sudcoreani, l’ottanta per cento dei cittadini è favorevole alla partecipazione della Corea del nord alle Olimpiadi invernali di Pyeongchang. Del resto, sono gli stessi cittadini che hanno eletto presidente Moon Jae-in, l’uomo della mano tesa verso Pyongyang. Eppure il settanta per cento dei sudcoreani ha detto di non essere d’accordo con la formazione di una squadra composta da atlete nordcoreane e sudcoreane. Il problema riguarda certo la competizione, e la vetrina che è un’Olimpiade: da quattro anni le giocatrici si allenano insieme e fanno squadra per qualificarsi ai Giochi.

    

  

La Corea del nord, dicono i critici, è stata favorita soltanto per mostrare vittorioso il Cio nel bel mezzo di un impasse geopolitico, ma la verità è che gli unici atleti nordcoreani che si sono qualificati sono quelli del pattinaggio artistico. Le tre giocatrici sudcoreane che dovranno lasciare il posto alle colleghe del Nord sulla pista di hockey saranno contente di far parte di questo teatro diplomatico?

  

Il primo ministro sudcoreano Lee Nak-yeon è stato costretto alle scuse, giorni fa, per aver detto di non preoccuparsi, perché tanto la nazionale sudcoreana non sarebbe stata in grado di arrivare a medaglia. E in effetti sembra che il Cio abbia scelto la nazionale femminile di hockey proprio perché la Corea del sud è 22esima nella classifica mondiale, cioè tre posti prima di quella nordcoreana: insomma, entrambe sfavorite. Ma in un paese dove lo sport è uno dei campi più competitivi, difficilmente l’opinione pubblica sarà felice di sentire la propria nazionale così sfavorita. La prima gara della Corea unita si terrà il dieci febbraio, contro la nazionale svizzera.

  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio da più di un decennio, scrive soprattutto di Asia orientale, di Giappone e Coree, di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo, ma anche di sicurezza, Difesa e politica internazionale. È autrice della newsletter settimanale Katane, la prima in italiano sull’area dell’Indo-Pacifico, e ha scritto tre libri: "Sotto lo stesso cielo. Giappone, Taiwan e Corea, i rivali di Pechino che stanno facendo grande l'Asia", “Al cuore dell’Italia. Come Russia e Cina stanno cercando di conquistare il paese” con Valerio Valentini (entrambi per Mondadori), e “Belli da morire. Il lato oscuro del K-pop” (Rizzoli Lizard). È terzo dan di kendo.