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L'Europa spavalda picchia sul protezionismo e su Trump. Occhio alle crepe

Merkel, Macron e Gentiloni duri contro populismi ed egoismi nazionali. Ma nelle riforme dell'Ue c'è qualche lentezza

24 Gennaio 2018 alle 20:07

L'Europa spavalda picchia sul protezionismo e su Trump. Occhio alle crepe

Macron sul palco del Forum economico mondiale di Davos (foto LaPresse)

Bruxelles. L’Europa è tornata, sopravvissuta alla crisi del debito, ai migranti, alla Brexit, ai populisti interni e esterni, determinata a diventare più forte e a trasformarsi nel nuovo leader del libero commercio, e tutti guardano all’Europa, come dimostra l’affollamento di mercoledì a Davos per i discorsi di Angela Merkel, Emmanuel Macron e Paolo Gentiloni. Nel duello a distanza con Donald Trump, la cancelliera tedesca ha piazzato un paio di colpi diretti al presidente americano lodando l’Onu, la Wto, il multilateralismo e la cooperazione nel momento in cui “vediamo nazionalismo, populismo e polarizzazione” ovunque. “Oggi dobbiamo chiederci se abbiamo davvero imparato la lezione della storia”, ha detto la cancelliera evocando i “sonnambuli” che oltre 100 anni fa “camminavano verso la catastrofe” della Grande guerra. Per Merkel, “chiudersi al resto del mondo non porterà a un buon futuro. Il protezionismo non è la risposta giusta”. Macron ha lavorato Trump ai fianchi spiegando che “uscire dalla globalizzazione non è possibile”, prima di un gancio da “ko” con la proposta di un “compact del multilateralismo”. Anche Gentiloni si è permesso qualche colpo a distanza: bisogna stare attenti con le posizioni protezionistiche perché “apparentemente sembrano tutelare i singoli paesi, ma alla lunga creerebbero enormi problemi a tutti”. Ma dietro al facile esercizio di pugilato contro Trump si nasconde un’insicurezza di fondo: e se i “sonnambuli” di Merkel fossero gli europei? Germania ancora senza governo, Italia a rischio maggioranza populista, prime divergenze franco-tedesche sulla zona euro: la realtà è meno spavalda dell’immagine proiettata dall’Ue a Davos.

  

Lo scorso anno il World Economic Forum era stata il palcoscenico di Xi Jinping e della Cina alla testa della globalizzazione abbandonata dagli Stati Uniti di Trump. Questa volta è l’Europa che vuole contendere il ruolo di leadership mondiale all’America. Una grastroenterite ha impedito a Jean-Claude Juncker di andare per la prima volta a Davos come presidente della Commissione. Ma il think tank interno dell’esecutivo comunitario, l’European Political Strategy Center, ha pubblicato un report dai toni trionfalistici: l’Ue ha superato le altre grandi economie avanzate in termini di crescita, è “la prima destinazione” per gli investimenti stranieri diretti, è una “superpotenza commerciale globale” che vanta accordi che coprono 76 paesi, ha la seconda moneta al mondo con l’euro, è “leader del mondo nella crescita inclusiva e nella qualità della vita”. L’elezione di Macron ha fornito un “impeto” per rafforzare l’Ue e la zona euro, ha spiegato Merkel. Ma, nei discorsi pubblici e nelle trattative riservate, la storia d’amore tra i due mostra i primi segnali di incrinatura.

 

Martedì all’Ecofin il ministro delle Finanze di Macron, Bruno Le Maire, ha rinnegato la passeggiata di Deauville con cui Merkel aveva convinto Nicolas Sarkozy a procedere alla ristrutturazione del debito della Grecia per evitare l’azzardo morale. “Non tocchiamo i debiti sovrani, sappiamo cosa è successo dopo il 2010”, ha avvertito Le Maire, riferendosi alle posizioni dei nordici sulla riforma dell’architettura della zona euro. Sull’Unione bancaria, che è la parte più facile del negoziato sull’Unione economica e monetaria, la creazione di un Meccanismo europeo di garanzia sui depositi è bloccato dai paesi del nord che vogliono ridurre i rischi delle banche a zero prima di arrivare alla condivisione del rischio con quelli del sud. “E’ una scusa”, ha risposto Pier Carlo Padoan.

 

Mercoledì a Davos, la stessa Merkel si è lasciata scappare una frase che appare come una linea rossa che rischia di bloccare le ambizioni di Macron sulla zona euro: occorre prepararsi alla prossima crisi facendo in modo che i “rischi non siano comunitarizzati”. Macron è tornato a promuovere quella “avanguardia europea” che la Germania non vuole perché escluderebbe l’est appena riunificato all’Europa. “Non costruiremo mai qualcosa di sufficientemente ambizioso a 27”, ha avvertito il presidente francese. Se si aggiungono le divisioni ovest-est sui migranti, la deriva antiliberale di alcuni governi di Visegrad, i conflitti a venire sul bilancio comunitario, e l’allergia del sud ai tetti del 3 per cento, l’Ue ha ancora molto lavoro da fare su se stessa prima di proclamare che “Europe is back”.

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Commenti all'articolo

  • mauro

    25 Gennaio 2018 - 10:10

    L'Europa spavalda, appresso alla sua pifferaia che qualche base su cui poggiare la spavalderia almeno ce l'ha, detesta i dazi (e non ha tutti i torti pensando ai contrasti doganali del passato, come ad esempio quello tra la Francia e la neonata Italia alla fine del XIXmo secolo) e ce l'ha a morte con Trump; anche se l'avercela a morte con Trump è a prescindere. Però prima o poi (forse ci vorrà ancora qualche anno prima che i nodi della guida Merkel vengano al pettine) le lavatrici, e il resto, cinese e indiano prodotti a costi stracciati (Narendra Modi, che si lamenta della minaccia al libero commercio ha un bel vantarsi dei progressi della sua democrazia che rimane sempre un oceano di miseria e di superstizione sul quale galleggiano vecchie e nuove caste) non potranno ancora per molto non influire sul benessere della società europea, come è già accaduto per quella americana, con il cosidetto gap tecnologico tra noi e loro che continua restringersi, e allora ci sarà da piangere.

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  • adebenedetti

    25 Gennaio 2018 - 00:12

    Forse sbaglio a ricordarlo ma come chiamare l`IVA del 20% che si applica alle merci statunitensi? La signora Angela dopo essersi mangiata la Grecia vede in Trump colui che non solo le rovina la digestione ma anche colui che potrebbe far chiudere il Ristorante.

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  • branzanti

    24 Gennaio 2018 - 23:11

    L'importante e' allargare sempre piu' l'Atlantico e dividere sempre piu' le nostre sorti e le nostre politiche da quelle degli Usa, con cui non abbiamo piu' nulla da condividere (e di cui siamo infinitamente migliori e piu' civili).

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