Così Maduro potrebbe finire davanti al tribunale dell'Aia

Dopo il massacro del Junquito, in cui è morto anche Óscar Pérez, il Gruppo di Lima potrebbe chiedere il deferimento del presidente alla Corte penale internazionale. E l’Unione europea sanziona sette gerarchi del regime in Venezuela

23 Gennaio 2018 alle 13:07

Così Maduro potrebbe finire davanti al tribunale dell'Aia

Nicolàs Maduro (foto LaPresse)

Per il governo del Venezuela è stata la Operación Gedeón; per l’opposizione è il “massacro del Junquito”, dalla zona in cui si è svolto. “Così sono trascorsi gli ultimi minuti di Óscar Pérez”, spiega un video di 47 secondi messo su YouTube a una settimana dai fatti. “Qui ci sono stati tutti gli scontri, ci sono tutti i buchi delle pallottole”, spiega il leader ribelle mentre la videocamera scorre per l’appartamento. “Ci sono alcuni uomini feriti… messi lì… stiamo negoziando con la gente… ci sono civili dentro l’istallazione… la moglie di Lugo… sei ferita, stai bene?”. “Ora sto bene”. Una didascalia spiega che è incinta. “Siamo circondati da tiratori scelti, sono lì fuori”.

  

  

Anche Lisbeth Andreína Ramírez Montilla, trent’anni, è stata uccisa. Come il compagno Jairo Lugo Ramos, funzionario della Guardia nazionale bolivariana in ribellione contro il governo del presidente Nicolás Maduro. Come il suo fratello e collega Abraham Lugo Ramos. Come, appunto, Óscar Alberto Pérez, appartenente invece al Cuerpo de investigaciones científicas, penales y criminalísticas. Come José Alejandro Díaz Pimentel, della Dirección general de contrainteligencia militar. Come Daniel Soto Torres e Abraham Israel Agostini. I “terroristi”, come li definisce il regime. Secondo Maduro volevano far scoppiare un’autobomba davanti all’ambasciata cubana e poi scappare in Colombia. Ufficialmente i morti dall’altra parte sono stati tre. Da una parte Andreu Garate e Roger González, funzionari del Cuerpo de policía nacional bolivariana. Dall’altra Heiker Vásquez: un civile leader del collettivo “Tres Raíces” – gruppo paramilitare legato al regime – che chiaramente non avrebbe dovuto stare lì.

   

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Varie testimonianze insistono che anche altri membri dei colectivos sarebbero stati uccisi, e addirittura che i tre morti “maduristi” sarebbero state vittime di “fuoco amico” sparato alle loro spalle. Un modo cinico per dimostrare che in realtà gli uomini di Pérez non avevano alcuna intenzione di arrendersi, e quindi giustificare la loro uccisione. Sono voci che erano state raccolte anche dal Foglio e che poi sono state oggetto di un articolo del Nuevo Herald. Oggettivamente, al momento è impossibile avere conferme certe. Da prendere con beneficio d’inventario anche la tesi fatta circolare dal regime, secondo cui a fare la soffiata che ha permesso di uccidere Pérez e i suoi sarebbero stati esponenti dell’opposizione politica, stufi delle mattane di quel Rambo. Può essere invece più credibile l’ipotesi che sia stata un’intervista alla Cnn a far trascurare a Pérez alcune indispensabili precauzioni. ​Quel che è certo è che stando alle autopsie Pèrez e i suoi sono stati uccisi con pallottole alla testa: anche Lisbeth, che era infermiera, studente di odontotecnica e, appunto, incinta. Quel che è certo è che la madre di Pérez protesta perché non le hanno permesso di vedere il cadavere del figlio: neanche agli altri familiari del resto, attraverso un massiccio spiegamento militare all’obitorio. Quel che è certo è che Pérez è stato sepolto nudo: 72 ore dopo la morte, senza funerale, e dopo che si era minacciato di cremare i cadaveri.

   

Un attivista sventola la bandiera venezuelana mentre chiede il rilascio del corpo di Pérez (foto LaPresse)


  

“Denunciamo l’orribile massacro evidenziato dalle esecuzioni extragiudiziali e dalla morte di civili in azioni perpetrate da forze militari”, è stato il commento della Conferenza episcopale venezuelana: un tono molto duro, in marcato contrasto con quel silenzio di Papa Francesco durante l’ultimo viaggio latino-americano che il noto politologo e economista di origine venezuelana Moisés Naím ha bollato con un tweet di fuoco. “Il silenzio di Bergoglio di fronte alla perversità del regime venezuelano è intollerabile”.

 

 

Altro noto commentatore di eventi della regione, il latinoamericanologo della Cnn Andrés Oppenheimer ha anticipato che per questo massacro i 12 paesi del Gruppo di Lima potrebbero chiedere oggi il deferimento di Maduro alla Corte penale internazionale: un’idea che era stata d’altronde subito agitata da Luisa Ortega, la procuratrice generale già fedelissima di Chávez che si è ribellata al regime ed è dovuta scappare in esilio. Secondo lei, si è trattato di “un’esecuzione extragiudiziale che pone in evidenza come il regime di Maduro sia genocida e violatore dei diritti umani”. “Questo giovane si era arreso e aveva manifestato la propria disposizione a consegnarsi il che è stato ignorato dai corpi di sicurezza perché l’ordine era di assassinarlo”.

 

 

Ieri, intanto, proprio a motivo dell’involuzione sempre più autoritaria in Venezuela l’Unione europea ha messo sotto sanzione sette gerarchi del regime: il numero due Diosdado Cabello; il presidente del Tribunal supremo de Justicia Maikel Moreno: il ministero dell’Interno e della Giustizia Néstor Reverol; il direttore del Servicio bolivariano de Inteligencia nacional (Sebin) Gustavo Enrique González; la presidentessa del Consejo nacional electoral, Tibisay Lucena; il procuratore generale messo al posto della Ortega Tarek William Saab; l’ex-comandante della Guardia nacional bolivariana Antonio José Benavides. Sempre ieri la polizia ha disperso con gas lacrimogeni e pallottole di gomma proteste sul massacro del Junquito che si erano accese di fronte alla Universidad central de Venezuela. Una trentina i feriti.

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