Macron difende il lavoro sui migranti, ma il guaio di Calais è il "sogno inglese"

Francesco Maselli

Calais. Emmanuel Macron, in visita a Calais, ha difeso la sua politica sull’immigrazione centrata sui due principi di “fermezza e umanità”. “In alcun caso lo stato lascerà ricostruire una giungla”, ha promesso, rispondendo anche alle critiche di chi, dalle colonne del Monde, lo aveva accusato di “dimenticare i valori umanisti” sulla base dei quali è stato eletto: “Dare un riparo ai migranti è la priorità della nostra azione”, ha precisato, prima di annunciare che la distribuzione dei pasti, ormai assicurata soltanto dai volontari, tornerà a essere gestita dallo stato. Per evitare una nuova “giungla”, da mesi i poliziotti hanno l’ordine impedire la costituzione di campi informali, di conseguenza requisiscono o distruggono le tende e le coperte che i migranti utilizzano grazie alla rete di distribuzione messa i piedi dalle associazioni umanitarie. Questo ha portato a uno scontro tra lo stato e parte del volontariato della regione: lunedì due associazioni hanno depositato una denuncia contro ignoti per la distruzione del materiale da parte della polizia. Il presidente ha respinto le critiche, sia delle associazioni sia di parte del mondo intellettuale, ha ricordato il “grandissimo lavoro” dei funzionari e ha invitato a segnalare eventuali comportamenti scorretti.

 

Prima di arrivare in città Macron si è fermato a Croisilles, in uno dei tre Caes, i centri di accoglienza e di esame delle situazioni amministrative aperti nella regione dopo lo smantellamento della giungla. Il centro ha permesso di diminuire l’attesa per ottenere lo status di rifugiato, ma non ha arrestato il continuo afflusso di migranti che provano a raggiungere l’Inghilterra. Vincent Deconinck, uno dei volontari del Secours Catholique che ha aperto un piccolo centro per dare riparo ai migranti durante il giorno, ci spiega perché mentre visitiamo la struttura: “Tutte le persone che passano da Calais hanno lasciato le impronte digitali altrove in Europa, sono quindi dei ‘dubliners’, persone che secondo il trattato di Dublino dovrebbero chiedere asilo nel primo paese di accoglienza. Ma vogliono andare nel Regno Unito, e quindi rifiutano di farsi portare nei centri amministrativi, perché questo comporterebbe il rinvio verso il primo paese di approdo, spesso l’Italia”.

 

Chiediamo perché proprio il Regno Unito, dopotutto sono riusciti a lasciare il proprio paese, sono in Europa, l’obiettivo è raggiunto: “La maggior parte dei migranti che arriva a Calais non viene dall’Africa francofona, ma da paesi legati al Regno Unito come il Sudan, l’Afghanistan, o gli stati del Corno d’Africa. In molti vogliono raggiungere un membro della famiglia, e in ogni caso nel Regno Unito è più facile vivere senza documenti, di conseguenza lavorare in nero”, risponde Deconinck. Nonostante alcuni stati, tra cui l’Italia, e quasi tutte le associazioni umanitarie chiedano una rinegoziazione del trattato di Dublino, Macron non si è mostrato disponibile a un cambiamento delle procedure europee, almeno fino a che non verrà costituito “un ufficio europeo dell’asilo”.

 

Negli ultimi mesi quattro migranti sono morti provando ad attraversare illegalmente il confine, una pratica condannata fermamente dal presidente, che ha più volte ripetuto come la frontiera sia “chiusa” per l’immigrazione non regolata. I tentativi di passaggio, molto rischiosi, sono uno dei tanti motivi che spingono i migranti a non andare nei centri di accoglienza. Si accampano sotto ai viadotti o intorno alle piazzole di sosta per sfruttare i momenti di distrazione dei conducenti e nascondersi tra la merce o addirittura al di sotto degli autocarri. E’ per questo che sono tutti uomini e abbastanza giovani: durante due giorni di permanenza il Foglio ha potuto visitare le strutture di accoglienza e il più grande punto di distribuzione del cibo e dei vestiti, incontrando soltanto una donna e nessun bambino. Non è impossibile passare, ci spiega François Guennoc, vicepresidente dell’Auberge des migrants, una delle associazioni umanitarie: “Ogni settimana una decina di persone riesce a superare i controlli, che non sono severissimi, può capitare di non subire alcuna perquisizione. I migranti lo sanno perché il passaparola è veloce. Il nostro governo può continuare a dire che la frontiera è chiusa, ma la realtà è un’altra: finché anche un solo migrante al giorno telefonerà dall’Inghilterra per comunicare che ce l’ha fatta, tutti gli altri ci proveranno”.

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