Così l'esercito di Sua Maestà diventerà un'accozzaglia di frignoni

Cristina Marconi

Londra. Se piangi va bene, non è un problema per entrare nell'esercito. E pazienza che si tratta di fare la guerra, per il Regno Unito al momento la priorità è reclutare un numero sufficiente di nuovi soldati, visto che mancano circa 4mila unità su 82mila e che secondo gli esperti che si sono occupati della campagna di arruolamento – intitolata 'Questo vuol dire appartenere', costo totale 1,6 milioni di sterline – occorre rivolgersi anche a chi ha timore di non essere accettato nelle forze armate per via della religione, dell'orientamento sessuale e di una certa propensione a chiudersi in bagno a piangere.

 

 

"Sembra che da uomo uno non possa mai esprimere le proprie emozioni, e pensavo che nell'esercito sarebbe stato mille volte peggio", racconta la voce fuori campo di un militare mentre delle animazioni più adatte alla copertina di Riza Psicosomatica mostrano situazioni di guerra stilizzate che cambiano forma fino a diventare una testa umana, due mani che si stringono e una lacrima. "Una volta che entri capisci che nessuno è una macchina, che l'esercito è una famiglia e che anzi posso dire delle cose che non direi neanche alla mia famiglia", assicura il giovane. In un altro spot un uomo, anche lui militare di carriera, racconta che in quanto omosessuale aveva paura di non potere realizzare il suo sogno di servire il paese. "Dopo pochi giorni mi sono sentito fiducioso sul fatto di poter essere me stesso", spiega il soldato, il cui punto di vista è illustrato da una grafica in bianco e nero in cui militari si danno pacche sulla spalla e si scambiano altri segni amichevoli. E poi c'è il terzo, sulla possibilità di pregare anche facendo una vita da militare. Le immagini qui partono da una sorta di natività – una donna col capo coperto, un uomo, un bambino – in cui i personaggi si inginocchiano a pregare e mostrano la frustrazione dell'uomo di non potersi rivolgere a Dio mentre una comitiva allegra esce da un pub o quando un lavoro burocratico o uno manuale non gli lasciano tempo per la spiritualità. "C'è sempre un momento tranquillo per pregare, anche durante le esercitazioni", rassicura la voce fuori campo, come se l'esercito fosse il più comprensivo dei datori di lavoro. E forse lo è pure, anche se, come hanno fatto notare prontamente i critici, essere militare ha un fine ultimo, crudo e brutale: il combattimento. Cosa a cui si allude appena nella nuova campagna di reclutamento. Il rischio è quello di allontanare o peggio ancora demotivare "il gruppo principale interessato ad arruolarsi", ossia coloro "che non sono tanto preoccupati se qualcuno li ascolterà o se hanno problemi emotivi", secondo le parole del colonnello Richard Kemp, ex comandante delle forze britanniche in Afghanistan. "Per loro il punto principale è come affronteranno il combattimento" e per questo bisognerebbe rivolgersi a chi è "attratto da immagini di combattimento", immagini che negli spot del 2018 sono totalmente astratte e disincarnate.

 

A nessuno è sfuggito quanto siano politicamente corretti gli spot, che ora cercano di giocare sul senso di appartenenza e non più, come successo fino a poco tempo fa, sul desiderio di 'Essere il migliore', come recitava lo storico slogan accantonato in sordina, perché giudicato troppo elitista e poco inclusivo. Su radio Bbc 4 l'ufficiale in pensione Tim Cross era più che scettico sul fatto che la British Army debba presentarsi come "tanto carino con le persone" e non, come sarebbe il caso, "di mettere insieme un esercito pienamente addestrato in grado di combattere operazioni ad alta intensità". La società sta cambiando, si difendono dall'esercito, e bisogna parlare a tutti per trovare nuove energie. Ma i dati dicono che anche se le nuove reclute arrivano già in gran numero, queste non sono sufficienti a compensare le partenze. Anche i ragazzi possono piangere, ma qui ci vuole un altro tipo di motivazione.  

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