La caduta di Bannon

La parabola dello stratega da manipolatore della mente di Trump a “sloppy Steve” sbertucciato su Twitter e abbandonato dai finanziatori. Il “libro fasullo” di Wolff si trasforma nell’occasione per liberarsi di una zavorra

5 Gennaio 2018 alle 21:00

La caduta di Bannon

Foto LaPresse

New York. Secondo la Casa Bianca la velenosa ricostruzione della desolante incompetenza e della meschina litigiosità della corte di Trump fatta da Michael Wolff è una complete fantasy “piena di bugie”, un “libro fasullo” scritto da un giornalista che ha avuto “zero accesso” alle stanze dell’Amministrazione, eppure questo testimone mendace diventa improvvisamente affidabile quando fa parlare Steve Bannon, che in meno di un anno è passato da ideologo supremo del trumpismo a “sloppy Steve”, dileggiato con il nomignolo come un Marco Rubio qualsiasi. Bannon non è stato scaricato politicamente da Trump, è stato crocifisso, eliminato, disintegrato con foga irrituale perfino per il Grande Licenziatore dei reality show. Il presidente ha rilanciato con piacere anche la presa di posizione di Rebekah Mercer, capo della fondazione della famiglia che più di ogni altra ha contribuito all’ascesa di Trump e che ha fatto di Bannon l’ufficiale di complemento fra l’impero privato e le stanze del potere. Rebekah di rado prende posizioni pubbliche, ma ha colto l’occasione del bailamme intorno a Fire and Fury per riposizionarsi, calpestando il suo ex protégé: “Sostengo il presidente Trump e la piattaforma su cui è stato eletto. La mia famiglia e io non abbiamo comunicazioni con Bannon da diversi mesi e non abbiamo dato sostegno finanziario alla sua agenda politica, né approviamo le sue recenti azioni e dichiarazioni”. Infine, la minaccia velata: “Ho una partecipazione minore in Breitbart News e rinnovo il mio impegno a sostenerla”, ha scritto la Mercer, mentre il network che Bannon presiede continuava ad aprire l’homepage sui confortanti dati sull’occupazione. Il divorzio fra Bannon e i Mercer non è una novità. All’inizio di novembre Bob, il padre di Rebekah, aveva lasciato intendere la separazione con l’ex stratega della Casa Bianca, ma si trattava di un comunicato sibillino a margine della notizia di giornata, il suo ritiro da ceo di Renaissance Technologies, e il fatto politico era passato in cavalleria. Nel regno della distrazione non è raro perdere qualche pezzo.

 

La conferma del divorzio politico arriva grazie al più trumpiano dei mezzi possibili, un libro di un autore al di sotto di molti sospetti di integrità professionale che apre il suo libro tell-all con una precisazione da incorniciare: “Molti dei racconti di quello che è successo alla Casa Bianca sono in conflitto fra loro; molti, nello stile di Trump, sono completamente falsi. Questi conflitti, e questa licenziosità con la verità, se non con la realtà stessa, sono un filo che tiene insieme il libro”. I racconti potrebbero dunque essere falsi e interessati, pretestuosi o soltanto sbadati (occorre essere cauti nel cercare una logica occulta) ma la disgrazia pubblica di Bannon è vera. Insultato dal presidente e silurato dai finanziatori, Sloppy Steve potrebbe anche perdere il posto alla testa di Breitbart, ché il consiglio d’amministrazione vive uno stato di comprensibile agitazione. Lui dice invano che Trump è un “grande uomo”, ma i protagonisti della “rivolta contro l’establishment” annunciata per novembre si stanno ritraendo o navigano a vista nel vasto mare dell’imbarazzo. Bannon aveva annunciato una campagna per sconfiggere a novembre “tutti i candidati dell’establishment al Senato tranne Ted Cruz”, e la prima mossa, l’aperitivo della sfida, è stata la disastrosa sconfitta dell’Alabama. In qualche modo Trump è stato in grado di attribuire, almeno presso la sua base, la paternità del fallimento di Roy Moore a Bannon, e il libro di Wolff ha offerto l’occasione per completare l’opera.

 

I Mercer erano già pronti, ed erano prontissimi i capi del Partito repubblicano che devono organizzare il fronte comune per resistere all’assalto democratico del prossimo anno. Era diventato una grande zavorra. Del resto, è anche vero che Bannon non è mai stato un uomo di Trump, non è un elemento organico della sua corte, ma fin quando gli è convenuto il presidente non ha scoraggiato l’idea, avvincente per i media, che lui fosse chissà quale eminenza grigia che controllava la mente del leader del mondo libero. Quando questa narrazione gli è parsa sconveniente o gli è venuta a noia, lo ha buttato giù dalla Trump Tower, e Wolff gli ha offerto l’occasione perfetta. Se c’è una lezione nella parabola di Bannon è che Trump è fedele soltanto a se stesso, e – forse – a quelli che portano il suo stesso brand, nel senso del cognome.

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