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La scommessa catalana

Domani si vota a Barcellona, Rajoy si gioca tutto sui disastri dell’indipendentismo e sulla voglia di normalità

20 Dicembre 2017 alle 15:58

La scommessa catalana

Il premier Mariano Rajoy e, in primo piano, una bandiera spagnola (foto La Presse)

A quasi tre mesi dal referendum sull’indipendenza, Barcellona non ha ancora capito davvero cosa le è successo. Tre mesi fa, la regione più opulenta di tutta la Spagna è diventata il fulcro della crisi europea, al tempo stesso crisi dello stato spagnolo, dell’idea di stato-nazione e del governo di Madrid guidato dal conservatore Mariano Rajoy. Una classe dirigente agguerrita e pronta a tutto aveva convinto metà della popolazione catalana che il piano era pronto e il momento era arrivato. (Non era vero, come è stato dimostrato in seguito non c’era nessun piano, ma sul momento sembrò funzionare tutto). Lo stato spagnolo, preso alla sprovvista anche a causa di un micro golpe ben organizzato che aveva coinvolto le forze dell’ordine locali, aveva mandato la Guardia Civil a manganellare i catalani al voto, e anche se le manganellate sono state molte meno di quanto pubblicizzato e i feriti, dai mille dichiarati da Barcellona, si sono rivelati meno di una dozzina, il danno d’immagine è stato immenso. Improvvisamente un affare di egoismi regionali e nazionalismi si era trasformato in una questione di diritti umani capace di coinvolgere tutto l’occidente. La crisi dello stato spagnolo era anche una crisi della democrazia: “Save Catalonia”, imploravano i video virali su internet.

 

Le settimane successive al voto del primo ottobre sono state tra le più tragiche della Catalogna post franchista. Si sono avuti, nell’ordine: stallo politico-istituzionale, infinite manifestazioni di piazza, con unionisti e secessionisti che facevano a gara a chi riempiva di più le strade, dichiarazioni d’indipendenza sospese, migliaia di aziende catalane in fuga verso altre zone della Spagna, il crollo del turismo, il calo conseguente del pil di tutto il paese, certificato giusto una settimana fa (vedi il pezzo di Silvia Ragusa qui sotto). Gli indipendentisti volevano la secessione, hanno ottenuto il caos.

  

Il premier spagnolo lancia un video sui social in cui corre (goffo)
sul lungomare catalano.
Nonostante tutto, è sopravvissuto

E’ stato in quel momento che Mariano Rajoy ha usato il suo potere speciale. Il premier, burocrate senza carisma, da un decennio domina la politica spagnola navigando da una crisi all’altra senza mai affondare. Privo dell’assertività di Angela Merkel e dello charme di Emmanuel Macron, Rajoy è stato investito da infinite tempeste apparentemente esiziali (scandali di corruzione della portata di Tangentopoli, la più grave crisi economica della storia spagnola recente, l’ascesa del populismo e la fine del bipolarismo, infine la minacciata dissoluzione dello stato spagnolo a opera dell’indipendentismo catalano) e non solo ne è sempre uscito, ma l’ha fatto da vincitore. Mischiando strategia attendista, una capacità leggendaria di incassare i colpi e un talento indiscutibile nell’approfittare delle debolezze dell’avversario, Rajoy era stato dato per spacciato ed è sopravvissuto anche alla crisi catalana. Ha applicato l’articolo 155 della Costituzione spagnola, un residuato franchista, ha commissariato tutto il governo autonomo della Catalogna e ha lasciato che il giudiziario mettesse in prigione tutti i leader secessionisti. Quelli che sono sfuggiti al carcere, come l’ex governatore Carles Puigdemont, ora sono in esilio in Belgio. Rajoy si è fatto dare di tiranno e antidemocratico, si è preso gli insulti di mezzo mondo, ha sopportato il peso di avere “prigionieri politici” sul suolo della libera Europa. Quale politico democratico può sopportare una pressione simile, e anzi volgere la situazione a suo vantaggio tanto da dichiararla una vittoria? Mariano Rajoy l’ha fatto lunedì, per bocca della sua vice Soraya Sáenz de Santamaría, la quale ha annunciato alle Cortes che grazie all’intervento del governo in Catalogna era tornata la normalità.

 

Normalità è la parola chiave delle elezioni catalane di giovedì, indette da Rajoy contestualmente all’applicazione dell’articolo 155, ultima scommessa del premier spagnolo.

  

La scommessa di Rajoy riguarda la possibilità che, dopo anni di dominio incontrastato in Catalogna di forze politiche che sostengono il nazionalismo e l’indipendentismo, il fracasso del processo di secessione e la calma relativa riportata nella regione dopo le turbolenze dei mesi scorsi possano convincere i catalani a privare le forze pro indipendenza della maggioranza al Parlamento di Barcellona. E’ impossibile dire prima di giovedì sera se la scommessa sarà vinta. I sondaggi sono incerti, alcuni dicono che gli indipendentisti avranno la maggioranza di 68 seggi per un pelo, altri che la perderanno per un pelo. Gli schieramenti, inoltre, sono tutt’altro che unitari. Nel fronte pro indipendenza troviamo la Cup, partito leninista di estremisti della secessione, Erc, il centrosinistra nazionalista, e Junts per Catalunya (JuntsxCat), la formazione del presidente deposto Puigdemont. Alle ultime elezioni Erc e JuntsxCat avevano corso in coalizione, ma giovedì vanno divisi, segno che il “procés” ha colpito duramente anche i suoi sostenitori. Lunedì Oriol Junqueras, leader di Erc ed ex vicepresidente in prigione da oltre un mese, ha detto durante un evento politico in videoconferenza che lui si trova in prigione “perché non mi nascondo e affronto le conseguenze delle mie azioni”. Era una frecciata evidente a Puigdemont, che dal suo esilio belga non deve sopportare le ristrettezze del carcere. L’ex governatore ha risposto piccato che anche lui “non si nasconde”, ma certo il clima non è più quello di commossa unione repubblicana.

  

Nell’altro fronte ci sono Ciutadans, la sezione catalana dei centristi di Ciudadanos, in grande spolvero con la loro leader Inés Arrimadas, giovane ispano-catalana, il Partito socialista, vecchia forza dominante che cerca faticosamente di ritrovare consenso, e il Partito popolare, che in Catalogna è da sempre minoritario. I tre partiti, dopo un periodo di concordia unionista dettata dai rispettivi leader nazionali, oggi fanno campagna l’uno contro l’altro, con Arrimadas che accarezza la possibilità che Ciutadans sia primo partito (se la gioca con Erc) e il leader socialista Miquel Iceta che, furbo, tiene aperte tutte le porte, invocando un indulto per tutti gli indipendentisti che rinunciano alla secessione. In mezzo ai due schieramenti c’è Catalunya en Comú, una coalizione di varie forze civiche di estrema sinistra variamente legate a Podemos, di cui fa parte anche la sindaca di Barcellona Ada Colau.

  

Si litiga nel fronte secessionista come in quello pro Madrid. Occhio alla giovane ciudadana Arrimadas
e al furbo socialista Iceta

Se il voto rispecchierà i sondaggi, gli unici che hanno qualche possibilità di formare un governo in Catalogna sono gli indipendentisti tutti coalizzati – sempre che ottengano almeno 68 seggi –, e questa sarebbe una sconfitta per i progetti di Madrid. Questo non significa però che il processo indipendentista riprenderà come se niente fosse. Anzitutto, perché i suoi leader sono in prigione o in esilio: Junqueras ha detto che vorrebbe lasciare eventualmente la presidenza alla sua vice Marta Rovira, Puidgemont ha detto che, se eletto, tornerebbe in Spagna con tutti gli onori, ma i catalani sanno che nell’istante in cui attraverserà i Pirenei l’ex governatore sarà arrestato.

  

La scommessa di Rajoy, inoltre, si gioca più con i catalani che con il conteggio dei seggi. L’idea è che recuperare un po’ di normalità, far tornare a casa industrie e turisti e smettere di leggere la stampa internazionale che addita la Catalogna come il grande problema d’Europa sia più importante di una promessa fumosa di indipendenza, con annessa probabile uscita dall’Unione europea. Sia Erc sia JuntsxCat, i due principali partiti secessionisti, hanno detto in campagna elettorale che rinunceranno alla via unilaterale verso l’indipendenza, e anche se la promessa è vaga si tratta comunque di un riconoscimento che la cose come sono state fatte finora sono insostenibili.

  

In teoria, la repubblica catalana è già stata proclamata il 27 ottobre scorso, ma quell’atto si è rivelato privo di conseguenze, e continuerà a esserlo a meno di sconvolgimenti sensazionali. Madrid può usare a piacimento l’arma dell’articolo 155 contro qualunque exploit indipendentista, e Mariano Rajoy spera che i leader catalani abbiano capito che non esiste strada per la secessione che non implichi anche la rovina dell’intera regione – o che se non l’hanno fatto loro almeno l’abbiano capito i cittadini della Catalogna.

 

  

Ieri mattina presto, Rajoy ha pubblicato su Facebook e Twitter un video in cui lo si vede fare jogging all’alba sul lungomare di Barcellona. In realtà più che correre trotterella, tutto rigido nel suo metro e novanta abbondante d’altezza. Dice, sottintendendo un messaggio di unità nazionale: “Il sole sorge a Barcellona e sorge in Spagna, buongiorno”. Appare goffo e trafelato, ma pochi avrebbero immaginato che dopo la crisi catalana l’avremmo ancora trovato lì, sopravvissuto un’altra volta.

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