Gli antirazzisti fanno la pelle a Nigel Biggar

Giulio Meotti

Roma. “Don’t feel guilty about our colonial history”. Questo il titolo dell’articolo uscito sul quotidiano londinese Times a firma di Nigel Biggar, docente dell’Università di Oxford, dove è anche direttore dell’Oxford’s McDonald Centre for Theology, Ethics and Public Life. “Se crediamo a ciò che gli anticolonialisti stridenti ci dicono – e cioè che il nostro passato imperiale è una lunga e ininterrotta litania di oppressione, sfruttamento e autoinganno – allora la nostra colpa ci renderà vulnerabili alla manipolazione volontaria”, scrive Biggar. “Se d’altro canto riconosciamo che la storia dell’Impero britannico è moralmente assortita, proprio come quella di qualsiasi stato, allora l’orgoglio può temperare la vergogna. L’orgoglio per la soppressione da parte della Royal Navy del commercio degli schiavi atlantici, per esempio, non sarà completamente oscurato dalla vergogna per il massacro di innocenti ad Amritsar nel 1919. E anche se potremmo essere spinti a pensare con cura a come intervenire all’estero con successo, non abbandoneremo semplicemente il mondo a se stesso”.

 

E’ subito partita una campagna orchestrata per tacciare Biggar di razzismo, chiedendone la testa. Common Ground, il potente gruppo di studenti e professori che lotta contro il razzismo con base a Oxford, ha descritto la column di Biggar come “razzista” e ha accusato il professore di “sbianchettare” l’impero britannico. Biggar era già finito al centro delle polemiche il mese scorso con la sua nomina da parte di Papa Francesco alla Pontificia accademia per la vita a causa delle sue posizioni considerate troppo liberal sull’aborto. Secondo i detrattori di Biggar, l’accademico “invoca un luogo comune razzista, banale e immaginario sulla natura delle società precoloniali”. Si chiede poi all’università di togliere a Biggar la direzione del progetto di Oxford su “Ethics and the Empire”, che sta passando in rassegna l’impatto del passato imperiale britannico. “Riteniamo che Nigel Biggar abbia dimostrato di essere un leader inadeguato e inappropriato per questo progetto”, ha scritto ancora il gruppo.

 

L’8 settembre scorso il Third World Quarterly, celebre rivista di geopolitica, aveva pubblicato un articolo intitolato “The case for colonialism” che aveva causato una furiosa discussione nel mondo accademico. Dopo una petizione, il saggio del politologo americano Bruce Gilley era stato rimosso dalla rivista, con dimissioni di massa dei redattori in segno di protesta per l’avventata pubblicazione. Anche lo storico ed economista Niall Ferguson è stato accusato di “razzismo” da Panai Mishra sulle colonne della London Review of Books per le sue tesi sul colonialismo contenute nel libro “Civilization”, in cui tesse gli elogi della civiltà occidentale in questi termini: “Voglio dire, sono sicuro che gli Apache e i Navajo fossero culture ammirevoli. Ma nell’assenza di letteratura, non sappiamo chi effettivamente fossero perché non ci sono testimonianze scritte. Ma sappiamo che ammazzavano moltissimi bisonti. Fossimo rimasti ancorati al loro sistema, non credo oggi avremmo niente di lontanamente simile alla civilizzazione del Nord America”.

 

Stavolta un portavoce dell’Università di Oxford ha difeso il diritto del professor Biggar di considerare il contesto storico dell’Impero britannico e di aprire una simile discussione. In America il teologo di Oxford sarebbe invece già stato gentilmente messo alla porta (per molto meno sono rotolate le teste di numerosi accademici). Ma per quanto ancora le università europee riusciranno a non farsi travolgere dall’ondata di santimonia che sciama da oltreoceano?

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