cerca

Il tramonto di Paul Ryan è la fine di un partito ostaggio di Trump

Voci danno lo speaker della Camera in ritirata nel 2018. Con lui svanisce una visione neoreaganiana del Gop

16 Dicembre 2017 alle 06:00

Il tramonto di Paul Ryan è la fine di un partito ostaggio di Trump

Paul Ryan (foto LaPresse)

New York. Paul Ryan dice che non lascerà il suo posto “anytime soon”, ma è una smentita soltanto a metà, perché la fine del 2018 è a un tempo lontanissima e dietro l’angolo. Lo stile di governo cinguettato e sfibrante di Donald Trump ha anche alterato la percezione del tempo politico. Una meticolosa inchiesta di Politico sostiene che lo speaker della Camera lascerà il suo posto dopo le elezioni di midterm del prossimo anno e se ne tornerà in Winsconsin a cacciare e a passare finalmente un po’ di tempo assieme ai figli teenager. A Washington Ryan ha un entourage fedelissimo e solitamente marziale nel proteggere le informazioni riservate, ma più di trenta affiliati hanno detto ai cronisti del quotidiano che lo speaker ormai ha maturato la sua decisione. L’eterno astro nascente del conservatorismo americano tramonta prima ancora di sorgere, e con la sua fuga da Washington – salvo ripensamenti, s’intende – si dissolve anche il fragile sogno della destra di proporre una forma di reaganismo aggiornata a questi tempi. Ryan era stato indicato già diversi anni fa come l’unico volto possibile di un conservatorismo tutto tagli alle tasse e alle spese, che con le armi del mercato combatteva una rinnovata battaglia per la giustizia sociale, mettendo in secondo piano le battaglie sociali ed etiche che minacciavano il consenso repubblicano, o così almeno si pensava. Lui, un secchione che diceva in giro che il suo sogno politico era guidare la commissione “ways and means” della Camera, quella che scrive le riforme fiscali, aveva lavorato duramente per imparare le arti carismatiche necessarie a diventare un leader, ma poi si è ritrovato a fare lo speaker controvoglia e infine la storia della destra americana ha svoltato bruscamente in un’altra direzione.

 

Il secchione del Winsconsin spera
di lasciare l'incarico con l'imponente riforma fiscale fra le cose fatte.
Fra le buone ragioni tattiche
per mollare dopo il midterm
la più importante è l'assoluta imprevedibilità del presidente,
ma la fine della sua carriera politica è intrecciata con l'involuzione
del partito repubblicano

Il suo addio è, per molti versi, inevitabile. Lo speaker è una carica particolarmente ingrata che quasi sempre è l’ultima della carriera politica e non conduce mai alla presidenza. Chi tiene il martelletto della Camera sa di non poter ambire allo Studio Ovale. L’unica eccezione alla regola è quella di James Polk, che ha guidato la maggioranza alla Camera e qualche anno più tardi è diventato presidente. Era il 1845. Tutti gli altri si sono bruciati. Il lavoro dello speaker consiste nel tenere insieme una stalla di cavalli imbizzarriti. Si tratta di mediare fra le correnti, adattarsi, accomodare, disinnescare, rinunciare di fatto ad esprimere una linea politica propria e accettare di fare il lavoro sporco nella zona grigia fra partito e istituzione. Un lavoro logorante che diventa eroico se il presidente si chiama Trump. John Boehner è stato sfibrato dal clima di fratricidio permanente all’interno del partito repubblicano e quando ha lasciato il posto, ex abrupto, si è innescata una lotta per evitare di succedergli. Era stato anche proposto di ricorrere in modo inedito a una figura al di fuori del Congresso – la Costituzione lo permette – per esternalizzare le sofferenze politiche. L’onere è infine toccato a Ryan, portavoce del conservatorismo che affama la bestia e taglia con l’accetta i tentacoli del big government, tutte formule di buonsenso e in linea con la tradizione che però avevano il difetto di essersi schiantate contro un muro elettorale. Nella carriera di Ryan pesa la candidatura alla vicepresidenza nel ticket con Mitt Romney, il debolissimo “uomo di latta” che ha subito una sconfitta lacerante per mano di un presidente che usciva da quattro anni piuttosto complicati. La principale vittima politica di quella tornata elettorale, nel 2012, era proprio il brand repubblicano di Ryan, quello che tentava di coniugare le istanze moderate e riformiste con il bollori del Tea Party contro l’invadenza dello stato. Con quella sconfitta si è chiusa una stagione politica della destra, e quella successiva ha portato il confuso e rabbioso nazionalismo ripescato dalla Old Right che Trump ha in qualche modo catalizzato.

 

Ryan ha ottime ragioni tattiche e di reputazione per abbandonare Washington il prossimo anno. Se il Senato riuscirà a risolvere in questi giorni le ultime discrepanze sulla riforma fiscale, entro Natale la legge che taglia drasticamente le aliquote per le aziende, spinge la produttività e dà un po’ di respiro alla classe media arriverà sulla scrivania del presidente. Sarà anche e soprattutto una vittoria di Ryan. Nei primi mesi del prossimo anno lo aspettano una serie di sfide fondamentali: l’innalzamento del tetto del debito, il rinnovo dei sussidi sanitari, le soglie della spesa pubblica e la risoluzione della questione dei “dreamers”. Se porterà a casa i risultati sperati – che sono politicamente abbordabili – si avvierà verso la campagna elettorale con diversi righe nella colonna delle cose fatte. Lasciare un incarico da vincitori, nel più più alto della parabola, è una regola aurea della politica e non solo. Poi c’è il problema dell’esito del midtem. I repubblicani rischiano fortemente di perdere il controllo del Senato, dove al momento hanno un solo seggio di vantaggio, ma anche la Camera non è al sicuro. Se le indicazioni che vengono dalla corsa per il governatore della Virginia e soprattutto dalla rovinosa elezione in Alabama hanno qualche valore a livello nazionale, il prossimo speaker potrebbe non essere un repubblicano. Tutto questo senza contare Trump, variabile impazzita di tutte le equazioni della politica globale. Le cronache di questo anno di governo dicono che la relazione fra il presidente e Ryan, che per formazione e cultura politica vengono da galassie opposte, è stata assai migliore delle previsioni. Di certo il deputato non è stato trattato come il suo omologo al Senato, Mitch McConnell, insultato a più riprese via Twitter, invitato alle dimissioni e all’occasione riabilitato per dare l’illusione di un partito coeso. Ma la ragione forse più rilevante per lasciare il Congresso è che il partito repubblicano così com’è oggi non è il partito di Ryan. Non si sa esattamente cosa sia – è in crisi di coscienza permanente – ma di certo non è quella compagine moderna di formazione liberale e liberista che lo speaker aveva sognato, un tempo, di guidare.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Commenti all'articolo

  • branzanti

    16 Dicembre 2017 - 23:11

    Sara' un segno di questi tempi complicati, ma oggi Paul Ryan, nel confronto con le intemerate del Tinta e la alt right bannoniana razzista e xenofoba, sembra quasi un doroteo.

    Report

    Rispondi

Servizi