Putineide 2017: Vladimir spiega come supererà la formalità delle elezioni russe

Anna Zafesova

Milano. “Il potere non ha mai avuto paura di nessuno e non ne ha adesso”: Vladimir Putin utilizza la sua tradizionale conferenza stampa di fine anno per dare inizio alla campagna elettorale, pochi giorni dopo aver confermato che si sarebbe ricandidato alla presidenza per la quarta volta. Correrà da solo, ha rivelato ieri, come “autocandidato”, senza l’appoggio del suo partito Russia unita, come il leader di tutti i russi. E non vede concorrenti: alla domanda se non si annoia a non avere rivali, ribatte “Non sarò certo io ad allevare un concorrente con le mie mani”. Il voto appare quasi come una formalità, con il presidente che afferma di aver realizzato al “93-94 per cento” le promesse elettorali del 2012: “L’opposizione non propone nulla di positivo, è sola contro tutti, i giovani non si ricordano come si stava male negli anni Novanta”.

 

La prima mossa elettorale sarà l’amnistia fiscale per le persone fisiche e la piccola impresa, di cui beneficeranno 42 milioni di russi, uno su tre. Dalle quasi quattro ore di conferenza stampa, trasmessa in diretta da radio e tv, sembra che il leitmotiv delle presidenziali 2018 sarà l’economia. Putin ha snocciolato dati, confermato la timida ripresa, si è vantato del raccolto record di grano e ha affermato che “le due crisi, il calo del prezzo del petrolio e le sanzioni”, sono ormai superate. Saranno previste misure per le famiglie con figli, vari settori dell’industria, l’agricoltura, la pesca, le regioni, la sanità, i bambini dotati e i pensionati, anche se l’aumento dell’età pensionabile è inevitabile.

 

Il problema del Cremlino non è la rielezione di Putin, ma i numeri che otterrà, e una campagna elettorale che non venga utilizzata dall’opposizione. Alla domanda esplicita sul perché il governo impedisce di fatto la candidatura di Alexey Navalny, Putin ha evitato – confermando la curiosa scaramanzia di non pronunciare mai il nome del leader dell’opposizione – di nominarlo: “Quelli che lei ha menzionato sono dei Saakashvili, vogliono trasformare la Russia in una seconda Ucraina, l’assoluta maggioranza del popolo russo non lo vuole, non lo permetteremo”. Le disavventure ucraine dell’ex presidente georgiano, uno dei nemici storici di Putin, sono state un argomento su cui è tornato più volte, con evidente soddisfazione: “Come fa l’Ucraina a sopportarlo, mi piange il cuore”.

 

Dei due dossier cui il presidente deve la sua popolarità, l’economia e la politica estera, la seconda ieri è stata messa in ombra. Le frecciate agli americani sono state poche “ma voi siete normali, a metterci sullo stesso piano della Corea del nord e dell’Iran, e poi a chiederci di aiutarvi a risolvere i problemi con il loro nucleare?” – e all’indirizzo di Washington sono state fatte aperture di benevolenza: Putin ha detto che il suo rapporto con Donald Trump è quasi un darsi del tu, si chiamano per nome, e ha lodato i risultati dell’economia americana, “vuol dire che c’è fiducia degli investitori”. Ci sono tante cose che Trump vorrebbe fare ma non può, “a causa dei noti ostacoli”, una tesi molto popolare a Mosca che dipinge The Donald come prigioniero dell’establishment. Il Russiagate è una “paranoia spionistica”, una manovra dei nemici di Trump che “danneggerà la politica interna americana”. Putin ha invitato gli Usa a cooperare nella lotta al terrorismo – subito dopo aver accusato gli americani di aver creato al Qaida e di coprire la ritirata dell’Isis per utilizzare i guerriglieri poi contro Assad – e nelle questioni ambientali. 

 

Un monito durissimo invece è arrivato a Trump sulla Corea del nord: “Questa spirale deve fermarsi, un attacco anche non nucleare sarà una catastrofe, la Cia non sa tutto, gli americani non riusciranno a colpire tutti i bersagli necessari a prevenire un contrattacco”. Un’allusione forse al fatto che i servizi russi sanno di più, e che la Russia potrebbe svolgere un ruolo importante, anche perché Putin ha di fatto dichiarato di comprendere le ragioni di Kim Jong-un, dando la colpa dell’escalation agli americani.

 

Sull’altro dossier internazionale, la Siria, il presidente russo è stato piuttosto laconico, limitandosi a ringraziare i piloti dei caccia russi che hanno fatto da scudo al suo aereo nella recente visita alla base di Hmeimin. Non ha menzionato il problema della Crimea, la cui annessione ha dato inizio alla crisi tra Russia e occidente, e ha portato alle stelle la popolarità di Putin in patria, e ha dato soltanto una risposta standard sulla questione dello stallo degli accordi di Minsk che riguardano la guerra nel Donbass: la responsabilità è dell’Ucraina, e comunque gli ucraini e i russi “sono lo stesso popolo”.

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