Schulz si riscopre ultra europeista per favorire il dialogo con Merkel

Andrea Affaticati

Berlino. Che non avrebbe più ottenuto il 100 per cento dei voti come lo scorso 19 marzo era un dato scontato. Ma nemmeno si poteva mandare Martin Schulz azzoppato ai colloqui con Angela Merkel. Così ieri il presidente dell’Spd tedesca è stato riconfermato dall’81,9 per cento dei 600 delegati presenti al congresso di partito in corso a Berlino. Un risultato di tutto rispetto, anche se forse il voto più sorprendente del congresso di ieri è stato un altro: la stragrande maggioranza dei delegati ha votato a favore di colloqui con l’Unione, per sondare la fattibilità di una Grande coalizione o di una coalizione di minoranza. Due risultati positivi e per niente scontati, ai quali ha molto probabilmente contribuito il discorso che Schulz ha tenuto a inizio giornata.

 

Dopo aver sentito parlare Schulz, in molti si sono chiesti perché non si sia speso con la stessa convinzione e determinazione in campagna elettorale. Perché l’appello “l’Spd deve essere il partito del coraggio” (che richiamava la frase di Willy Brandt: “Dobbiamo osare più democrazia”) non l’ha pronunciato mesi fa? Perché già allora, sfruttando la sua biografia da ex presidente del Parlamento europeo, non ha proposto all’elettorato la sua visione degli Stati Uniti d’Europa entro il 2025? Tardivo sembra anche il richiamo al partito: “Smettiamola di guardare come ipnotizzati ai sondaggi. La situazione nella quale ci troviamo non è responsabilità né di Merkel, né della Große Koalition, né del neoliberismo, né della stampa. Siamo noi i primi responsabili”.

 

Schulz ieri ha elencato soltanto una volta le tre opzioni per l’esecutivo del paese – Grande coalizione, coalizione di minoranza o ritorno alle urne – e in compenso ha ribadito più volte: “Prima vengono i contenuti poi la forma. Su questo vi do la mia parola”. I vertici del partito appoggiano l’idea di una Grande coalizione, mentre una parte consistente della base non ne vuole sapere. Mercoledì sera, al ricevimento organizzato dal giornale Vorwärts! (Avanti), in molti sostenevano malignamente che Schulz stia “usando il tema dell’Unione europea per giustificare il suo voltafaccia sulla Grande coalizione”. Meno drastico nell’argomentare, ma decisamente perplesso, si è mostrato Thomas Oppermann, capogruppo Spd nella passata legislatura, che al Foglio ha detto: “Anch’io mi chiedo perché punti sull’Unione europea soltanto ora e non l’abbia fatto prima. Ci siamo anche troppo incagliati su temi come il neoliberismo, che nemmeno è un problema”.

 

Tra i più veementi contestatori di una GroKo c’è la Jusos, l’organizzazione dei giovani socialdemocratici. Ieri, dal palco, il leader Kevin Kühnert ha ammonito: “Tornare sui propri passi vorrebbe dire rendere ancora più profonda la crisi di fiducia che sta attraversando il partito. Noi giovani socialdemocratici non vi chiediamo coraggio, vi chiediamo di prendere il tempo che il partito necessita per rinnovarsi veramente. Ciò può avvenire soltanto fuori da una Grande coalizione”. Kühnert ha chiesto la votazione sulla sua proposta “No, Groko”: l’opposizione non può essere lasciata in mano ai nazionalisti dell’AfD, ha argomentato. Allora perché non pensare a un governo di scopo o di minoranza? “No, non sarebbe una soluzione – replica al Foglio Niels Annen, membro del direttorio – perché il Bundestag nel frattempo si è spostato a destra”. “Un governo di minoranza o di scopo non sarebbe peraltro una soluzione perché la Germania è un paese che si fonda sulla stabilità”, ci spiega Karsten Voigt, uno dei grandi vecchi del partito – a sua volta un ex ribelle, primo presidente della Jusos nel 1969. “In futuro l’Spd dovrà, anche in una Grande coalizione, smarcarsi decisamente dall’Unione, andare veramente all’offensiva. Altrimenti pagherà un prezzo ancora più alto di quanto già pagato.”

 

Non è affatto detto che, come qualcuno pronosticava in questi giorni, la Germania avrà un nuovo governo entro Pasqua.

This page might use cookies if your analytics vendor requires them.