Così Apple e Google vanno a "baciare l'anello" al Partito comunista cinese

Eugenio Cau

Roma. C’erano Tim Cook, ceo di Apple, Sundar Pichai, ceo di Alphabet, la compagnia madre di Google, Chuck Robbins, il ceo di Cisco, Mark Zuckerberg di Facebook invece mancava, ma solo perché lui è di casa, ormai passa diverse volte all’anno. Non parliamo di un conciliabolo di alti papaveri siliconvalleyani aSan Francisco, ma di Wuzhen, una città della Cina non lontana da Shanghai, dove ogni anno si tiene la World Internet Conference, un evento sponsorizzato dal governo cinese per promuovere l’economia digitale. Al contrario delle infinite conferenze a tema tecnologico che si tengono in ogni città cinese, quella di Wuzhen ha un carattere politico spiccato. È la conferenza in cui i dirigenti delle società tecnologiche locali accorrono tutti gli anni per farsi dettare la linea dal Partito comunista sulle politiche per il digitale e sulla gestione delle questioni più sensibili legate a internet. Il tema della conferenza di quest’anno è: “Sviluppare un’economia digitale per favorire l’apertura e avere benefici condivisi”, ma al netto del gergo di partito il tema alla fine è sempre e solo uno: censura, censura e censura.

     

Domenica Wang Huning, sommo ideologo del presidente cinese Xi Jinping, ha tenuto un keynote speech in cui ha sostanzialmente ripetuto questo singolo concetto. Ha chiesto che per internet siano approvate regole “più bilanciate”, ha ripetuto il mantra della cybersovranità, la parola che la leadership cinese usa per dire che a casa sua censura quanto e come vuole, ha detto che la Cina è un paese “aperto” a internet. Ma, mondato dallo slang burocratico, il discorso di Wang è stato: la via cinese a internet funziona, e dunque continueremo con pugno sempre più ferreo a reprimere chiunque tenterà di esprimersi online fuori dalla regole imposte dal Partito comunista.

 

E dunque cosa ci facevano a questa conferenza per niente liberale i due patron di Apple e di Google, uniti dalle benedizioni lontane del ceo di Facebook e di tutta la Silicon Valley, presunti alfieri di apertura e libertà, esaltati un tempo come facilitatori delle rivoluzioni colorate che hanno rovesciato regimi dispotici? Per dirla con Bloomberg, sono andati a “baciare l’anello”. Tim Cook ha perfino tenuto lui stesso un “keynote a sorpresa”, in cui ha elogiato il tema della conferenza di Wuzhen – “è una visione condivisa da noi di Apple” – senza ovviamente notare il suo connotato orwelliano e senza citare il Grande Firewall, il sistema di censura che non consente ai cittadini cinesi di leggere il New York Times, di visitare gli stessi Google e Facebook, di usare internet come tutti gli altri cittadini del mondo.

 

“Baciare l’anello” per le compagnie della Silicon Valley in Cina significa: avere così tanto bisogno di entrare o di consolidarsi nel gigantesco mercato cinese che si è perfino disposti ad accreditare con la propria presenza gli eventi digitali del Partito comunista. E’ un discorso noto, ma la partecipazione diretta dei ceo americani a Wuzhen è inedita, e il paragone è ancora più stridente se si pensa che quando gli stessi ceo sono stati invitati dal Congresso americano hanno preferito mandare i loro avvocati. Certo, in quel caso si trattava di testimoniare sul cosiddetto Russiagate, ma l’assenza è stata notata: avremmo preferito che venissero i vostri boss, ha detto uno dei congressman ai legali.

      

Ma il richiamo della Cina è molto più forte di quello del Campidoglio. Tim Cook lo sa meglio di tutti: ormai l’andamento delle trimestrali della sua Apple dipende da come va il mercato cinese per gli iPhone (nell’ultima era in ripresa, dopo molti mesi di crisi). Zuckerberg è uno stalker di leader cinesi che va a Pechino tutte le volte che può, e anche Google, che pure era uscito dalla Cina nel 2010 con afflato idealista, sta lavorando a manovre surrettizie per riprendersi un pezzettino di quell’immenso mercato.

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