Non è (ancora) il Brexit day

Quattro rivolte sulla questione irlandese rovinano il pranzo May-Juncker

David Carretta

Bruxelles. Il pranzo tra Jean-Claude Juncker e Theresa May sulla Brexit si è concluso con un nulla di fatto lunedì, dopo che la premier britannica si è ritrovata di fronte a una serie di rivolte interne sull’ipotesi – accettata da lei – che l’Irlanda del nord rimanga di fatto nel mercato interno e nell’Unione doganale. Le rivolte: quella del Partito unionista democratico nordirlandese (Dup), da cui dipende la maggioranza della May ai Comuni, che ha rifiutato la possibilità di separare “economicamente o politicamente l’Irlanda del nord dal Regno Unito”; del sindaco di Londra, Sadiq Khan, che ha chiesto per la capitale “un accordo simile” a quello per l’Irlanda del nord per salvare “decine di migliaia di posti di lavoro”; quella della Scozia, con la premier indipendentista Nicola Sturgeon che ha reclamato “un allineamento normativo con l’Ue” analogo in modo da “restare di fatto nel mercato unico”; quella del Galles, che è pro Brexit, ma il cui premier Carwyn Jones‏ ha chiesto “la stessa offerta” fatta per l’Irlanda del nord perché “non possiamo permettere a parti diverse del Regno Unito di essere trattate in modo più favorevole di altri”. Al termine del pranzo con Juncker, interrotto per una telefonata con la leader del Dup Arlene Foster, la May ha sottolineato che ci sono “un paio di questioni” che necessitano di altre “consultazioni” per evitare un fallimento sulla Brexit, la caduta del governo o lo smantellamento del Regno Unito.

 

Quello di lunedì doveva essere il giorno della svolta sulla Brexit. In mattinata il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, aveva annunciato che l’Ue e il Regno Unito erano “più vicini a progressi sufficienti”. Poi nel primo pomeriggio, quando sono emersi i dettagli sull’Irlanda del nord, tutto è precipitato. Juncker ha negato il “fallimento”. Anche se non è stato possibile arrivare a un “accordo completo” lunedì, il presidente della Commissione è “fiducioso” che si possano realizzare progressi sufficienti entro il vertice dei capi di stato e di governo del 15 dicembre, che deve decidere se passare alla seconda fase dei negoziati sulle relazioni future. “Ci ritroveremo prima della fine della settimana. Ho fiducia che concluderemo in modo positivo”, ha spiegato la May. Ma la questione irlandese è un guaio che rischia di fare molti più danni per la premier del solito baccano dei brexiteers.

 

La bozza di compromesso discussa dalla May e da Juncker prevede un “allineamento normativo” dell’Irlanda del nord con il mercato unico e l’Unione doganale dell’Ue per evitare il ritorno della frontiera fisica con la Repubblica d’Irlanda – una delle condizioni poste dai 27 per passare alla seconda fase dei negoziati. Il dispositivo si applicherebbe a tutti i settori in cui la regolamentazione dell’Ue sorregge l’accordo di pace del Venerdì santo e la cooperazione tra le due parti dell’isola. Si tratta di decine di settori (dalla libera circolazione delle persone, all’energia, passando per il latte e le tariffe della telefonia mobile), nei quali di fatto l’Irlanda del nord dovrebbe conservare la stessa legislazione dell’Ue, nonostante l’uscita formale dal club. Per il Regno Unito significherebbe avere una frontiera interna tra l’Irlanda del nord e la Gran Bretagna. Il ministro della Brexit, David Davis, in novembre aveva escluso questa possibilità. Di fronte alla minaccia di un veto del governo di Dublino al passaggio alla seconda fase e alla compattezza degli altri governi dell’Ue, la May è stata costretta al pragmatismo, dopo aver ceduto sui diritti dei cittadini e sul conto della Brexit. Certo, ha ottenuto qualche concessione verbale – l’allineamento significa due processi paralleli, mentre la versione originale della bozza evocava la necessità di armonizzazione delle norme per evitare divergenze normative. Ma nei fatti l’Irlanda del nord si trasformerebbe in una Norvegia con un piede fuori dal Regno Unito. Ora la reazione degli unionisti del Dup mette a rischio la sua sopravvivenza e gli stessi negoziati Brexit. “Il governo May potrebbe cadere sulla questione irlandese”, dice al Foglio un diplomatico europeo.

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