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La fine di Merkel è ampiamente esagerata

Tra esagerazioni e tic persino un po’ d’incertezza è un lusso tutto tedesco

Paola Peduzzi

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peduzzi@ilfoglio.it

21 Novembre 2017 alle 19:46

No, la Merkel non è finita

Angela Merkel (foto LaPresse)

Milano. Siamo entrati nell’èra post Merkel dicono molti analisti e commentatori, con la solita fretta – mista a un pizzico di goduria tutta italiana – che si palesa ogni volta che c’è da sancire la fine della cancelliera tedesca. E’ fallito il “metodo Merkel”, dice uno, non c’è stata autocritica, sottolinea l’altro, finalmente ci leviamo di torno la regina/dittatrice dell’Europa, sintetizzano molti. Non è una faccenda soltanto provinciale: i media inglesi sono accusati di avere un tic perverso nei confronti della Merkel, immortalata nelle foto con espressioni disperate, forse a causa del paragone impietoso con la premier britannica, Theresa May. Se la cancelliera tedesca è più debole, la Brexit ne guadagna, sostengono i giornali pro Brexit, mentre gli altri rispondono che in realtà ci saranno meno concessioni, se la Germania non è al massimo della forma e della generosità. Le parti erano invertite quando la Merkel era percepita più forte.

 

Le esagerazioni si fondano su una considerazione: se la Merkel non riesce a dare stabilità alla Germania, non è più la Merkel. E questo lo si continua a ripetere anche se la cancelliera guida il primo partito della Germania, anche se nei sondaggi di popolarità viaggia comunque al 55 per cento del consenso, anche se al 60 per cento i tedeschi vogliono che continui a essere lei la leader della Germania, anche se sono ricominciati i calcoli elettorali e per ora l’insofferenza più evidente si registra nei confronti dei liberali, che uscendo dai negoziati di governo hanno mostrato un’irresponsabilità e un egoismo che ai tedeschi non sembrano piacere tanto (il quotidiano della gauche francese Libération chiede: ci siamo liberati in Europa dei liberali tedeschi?, e si sente sollievo a ogni riga). L’Economist ricorda ai colleghi inglesi che “uno dei motivi del collasso dei negoziati per la coalizione riguardava la destinazione di spesa del surplus di 20 miliardi di euro. Al Regno Unito piacerebbe avere un problema come questo”.

 

Nessuno qui vuole dire che quel che sta accadendo alla Merkel e alla Germania sia poco rilevante né che lo stallo sia un’invenzione dei giornali pronti a dare la cancelliera per finita: si è votato il 24 settembre, ancora non c’è un barlume di governo e soprattutto manca la volontà di compromesso, e questo ha ripercussioni importanti per una leader che ha sempre maneggiato con grande abilità l’arte del negoziato. Poiché la Germania è anche il motore dell’Unione europea, la crisi di Berlino non riguarda soltanto i tedeschi, ma tutti noi, dal momento che il rilancio dell’Europa dipende dalla determinazione riformatrice della Merkel e del presidente francese, Emmanuel Macron – il circolo virtuoso si produce dalla loro collaborazione, uno da solo non è sufficiente. Il rallentamento è già evidente, e non a caso molti leader tedeschi insistono nel fissare un quadro temporale – tre settimane per capire chi ci sta e a che condizioni per il negoziato di formazione del governo – e nel richiamare tutti i partiti alla responsabilità: Merkel, da parte sua, dice che un governo di minoranza è meno stabile di un’eventuale nuova votazione e ribadisce di volersi ricandidare. A guardare i numeri le basta poco per riuscire, con un nuovo voto, a creare un governo (magari soltanto con i Verdi, che è l’opzione che lei preferisce), soprattutto se i liberali davvero vengono considerati i responsabili dello stallo attuale (buona parte dei voti andati ai liberali proveniva dal bacino della Cdu di Merkel). La costringeranno a farsi da parte? Tutto può essere, ma al momento questa sembra una speranza dei detrattori che non votano in Germania. Lo Spiegel sostiene serafico che “una certa dose di incertezza possiamo permettercela”, un altro lusso tutto tedesco.

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