Il protettorato siriano

La Russia insabbia l’inchiesta sulle stragi chimiche in Siria. Mercoledì un incontro decisivo senza americani

18 Novembre 2017 alle 06:00

Il protettorato siriano

L'ambasciatore russo Vassily Nebenzia al Consiglio di Sicurezza dell'Onu . Foto LaPresse/XinHua

Roma. La Siria post rivoluzione e post Stato islamico comincia a prendere la fisionomia precisa di un protettorato russo-iraniano su cui l’occidente non ha più alcun tipo di presa. Nel giro di una settimana andranno al loro posto due pezzi importanti di questo “dopo”, che comincia con molto anticipo sulla fine effettiva della guerra civile. Ieri è stata dissolta la commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite che indagava sugli attacchi con armi chimiche in Siria perché giovedì il Consiglio di sicurezza non ha votato il prolungamento di un anno della sua scadenza. La risoluzione aveva bisogno di almeno nove voti a favore e di nessun veto da parte dei membri permanenti del Consiglio: ha ottenuto undici sì ma la Russia ha messo il veto. La commissione di recente aveva stabilito che il governo siriano è responsabile per la strage di civili con l’agente tossico sarin a Khein Sheikhoun dello scorso aprile – novanta morti – e ha anche confermato l’uso da parte dell’aviazione siriana di rudimentali bombe al cloro in altri attacchi. Ma queste conclusioni, che smentiscono le versioni del governo russo e siriano, ora non avranno nessun seguito (per non menzionare il fatto che confermano quello che tutti sanno a proposito del massacro con armi chimiche dell’agosto 2013 alla periferia di Damasco da parte dell’esercito governativo). Il Giappone ha provato a far circolare una bozza che allungava la vita della commissione d’inchiesta di un mese soltanto invece che di un anno – per dare più tempo alle parti di raggiungere un accordo – ma ieri mattina la Russia ha respinto anche quella. Senza una commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite e quindi senza nessuno a fare da arbitro con una decisione definitiva, il governo siriano potrà continuare a fare quello che ha fatto finora, quindi a respingere al mittente le accuse di aver usato armi chimiche contro la popolazione e di avere violato l’accordo del 2013 – che impegnava la Siria a consegnare tutto il suo arsenale chimico perché fosse distrutto. In pratica: la verità sulle armi chimiche si sa, ma non ci saranno conseguenze. Il veto russo è anche un colpo alla pretesa che America e Russia abbiano infine raggiunto un accordo su una strategia comune in Siria. Secondo l’ambasciatrice americana alle Nazioni Unite, Nikki Haley, Mosca sta cercando di insabbiare il tentativo di trovare i responsabili degli attacchi chimici. “La Russia ha ucciso il meccanismo investigativo – ha detto Haley – La Russia accetta l’uso di armi chimiche in Siria. Come possiamo fidarci del loro sostegno?”. Sono parole forti, ma Washington ha una posizione sempre più passiva.

  

Il secondo pezzo che andrà a posto è l’incontro di Sochi, in Russia, tra il presidente russo Vladimir Putin, quello iraniano Hassan Rohani e quello turco Recep Tayyip Erdogan. L’idea esplicita alla base del vertice è di prendere decisioni che daranno forma alla Siria senza la presenza dell’America e dei siriani. Ora che lo Stato islamico è stato spazzato via, è molto probabile che i tre si occuperanno delle due grandi aree che impediscono al governo di Damasco di riacquistare la piena integrità territoriale, il nord-ovest attorno a Idlib in mano alla guerriglia dominata dagli islamisti e il nord-est controllato dalle forze curde che sperano di negoziare una qualche forma di autonomia federale (e temono una guerra). Oggi e domani i ministri degli Esteri russi, turchi e iraniani si vedono a Antalya, sulla costa turca, per definire i dettagli. E’ facile immaginare che i turchi stanno dalla parte di Bashar el Assad se il piano è muovere contro i curdi.

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