Amazon vende pezzi in Cina per "rispettare la legge", la Cina fa acquisti da noi

Il caso delle telecamere a circuito chiuso di Pechino

Amazon vende pezzi in Cina per "rispettare la legge", la Cina fa acquisti da noi

Foto LaPresse

Roma. Il deal economico più importante degli ultimi giorni l’hanno siglato Aws, la divisione di Amazon che si occupa di cloud, e Sinnet, il suo partner cinese. Per la cifra consistente di 302 milioni di dollari, Amazon ha venduto i server e altri “asset operativi” in Cina (vale a dire: tutta la parte fisica del business cloud, quella più significativa) a Sinnet. La ragione? Non un’accurata strategia di sviluppo del business, ma la necessità di “adempiere alle leggi cinesi”. Non è detto che per Amazon fosse conveniente vendere i suoi server (è leader mondiale nel business del cloud), ma è stata obbligata a farlo dopo l’entrata in vigore della nuova legge cinese sulla cybersicurezza, lo scorso giugno. Pare scorretto? A molti sarà già suonato strano il fatto che Amazon in Cina abbia in Sinnet un “partner”. Aws non ha bisogno di partner in nessuna parte del mondo, perché averne uno in Cina? Perché in certi settori economici (la maggioranza) le compagnie straniere sono obbligate a collaborare con un’azienda locale per entrare nel mercato. Succede a tutti: se vuoi avere accesso alla Cina, devi condividere le tue strategie (e i tuoi segreti, magari) con un’azienda cinese.

 

Ma in alcuni settori più strategici (come il cloud, che conserva i dati sensibili degli utenti e delle aziende nei server di una compagnia) le regole sono ancora più stringenti: come ha scritto la stessa Aws in un comunicato, “la legge cinese proibisce a compagnie non cinesi di possedere o utilizzare alcune tecnologie legate ai servizi cloud”. E dunque: si vende, indipendentemente da qualunque sensatezza economica, ché rimanere nel mercato cinese è troppo importante. Anche Microsoft, altro leader del settore cloud, è in Cina con un partner locale, 21Vianet, e secondo Bloomberg ha una situazione simile a quella di Aws. Altre compagnie soprattutto tecnologiche sono state costrette a cambiare le loro strategie pur di rispettare la legge cinese: Apple, Linkedin, Evernote e altre hanno stoccato i dati dei loro utenti in datacenter cinesi, in base alla legge per cui i dati dei cinesi devono rimanere fisicamente in Cina. La strategia di Pechino è comprensibile: un po’ di sano protezionismo per favorire i “campioni locali” (non è un caso che Microsoft e Amazon, leader mondiali assieme a Google nel settore cloud, hanno in Cina appena il 5 e il 3,8 per cento del mercato, mentre Alibaba spadroneggia con oltre il 40 per cento), unita a regole di cybersicurezza che tradiscono le necessità di controllo di un regime autoritario. Il problema è che tutte le restrizioni che le compagnie occidentali subiscono in Cina – che dovrebbero rispecchiare un rapporto guardingo quando si tratta di affidare tecnologie strategiche a una potenza non amica – vengono completamente meno quando il rapporto si inverte. La Cina sta entrando con forza in molti settori centrali dell’industria in occidente, e basta citare l’ultima inchiesta del Wall Street Journal su un caso particolare per capire di cosa stiamo parlando.

 

La società cinese Hikvision produce videocamere a circuito chiuso che sono ubique in tutti i paesi occidentali (senza il bisogno di un “partner locale”, ovviamente): sorvegliano le basi militari americane in Missouri, le strade di Memphis, l’ambasciata di Washington a Kabul e, in base a un appalto concesso da Consip, saranno usate in Italia per il monitoraggio della Pubblica amministrazione. C’è un solo problema: della proprietà di Hikvision, con quota enorme del 42 per cento, fa parte niente meno che il governo cinese.

 

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