Un fallimento sovranista

Soldi a Wall Street e fame per il popolo, in Venezuela il petrolio non basta a pagare i debiti del socialismo

Maduro stravince le regionali in Venezuela. L'opposizione denuncia brogli

Nicolas Maduro (foto LaPresse)

La settimana scorsa il presidente del Venezuela Nicolás Maduro ha dichiarato di voler rinegoziare il debito estero venezuelano, ma anche di voler continuare a pagarlo. Questa dichiarazione non ha molto senso e Lee Buchheit, il più grande esperto in materia di ristrutturazione del debito, l’ha descritta con queste parole: “Non è chiaro quello che Maduro abbia in mente. Infatti non è neanche chiaro se Maduro abbia qualcosa in mente.” E’ però possibile che le autorità venezuelane stiano cercando di creare panico per poi ricomprarsi il debito ad un valore super scontato. Infatti dopo la dichiarazione di Maduro il prezzo del debito venezuelano è sceso al 30 per cento del valore nominale per poi scendere al 20 per cento l’8 novembre. Le crisi del debito pubblico sono spesso dovute a una combinazione di sfortuna ed errori di politica economica. Nel caso del Venezuela la sfortuna non c’entra nulla.

 

Il Venezuela dovrebbe essere un paese ricco, una specie di Arabia Saudita dei Caraibi, eppure è in bancarotta. E’ in bancarotta a causa di politiche economiche folli. Anche i keynesiani di casa nostra – quelli che affermano che se hai la tua “moneta sovrana” il debito non è mai un problema – sanno, o dovrebbero sapere, che le politiche di stabilizzazione ciclica devono essere simmetriche. Disavanzi di bilancio quando l’economia va male vanno compensati con avanzi quando l’economia va bene. Questo concetto di simmetria non è stato ben capito dalle amministrazioni di Hugo Chávez e Nicolás Maduro. Tra il 2012 e il 2014, quando il prezzo del petrolio oscillava tra 90 e 110 dollari al barile, il Venezuela ha registrato un disavanzo di bilancio medio pari al 15 per cento del pil. E’ un disavanzo enorme in qualsiasi periodo, ma è assurdo in un periodo in cui le stesse politiche keynesiane suggeriscono che i conti pubblici sarebbero dovuti essere in attivo.

 

Nel frattempo Chávez ha anche quasi ucciso la sua gallina dalle uova d’oro. Il 95 per cento delle entrate valutarie venezuelane sono legate all’esportazione di prodotti petroliferi. A partire dalla fine degli anni novanta, Chávez ha iniziato ad estrarre risorse finanziarie dalla Petroleos de Venezuela (Pdvsa), il colosso petrolifero statale, riducendone la capacità di investire ed esplorare nuovi giacimenti petroliferi. Quando, nel 2002, i manager e gli ingegneri dell’azienda petrolifera hanno protestato, Chávez li ha licenziati. Questa distruzione di capitale fisico e umano ha ridotto la produzione di petrolio in Venezuela da 3,2 milioni di barili al giorno nel 1998 (l’11 per cento della produzione Opec) a 2,2 milioni barili al giorno nel 2016 (il 6 per cento della produzione Opec). Allo stesso tempo c’è stato un boom dell’industria petrolifera della vicina Colombia, ben contenta di assumere i manager e gli ingegneri licenziati da Pdvsa.

 

Il risultato di queste politiche folli è una vera e propria crisi umanitaria. Il paese con le più grandi riserve petrolifere al mondo non ha denaro per importare medicine. Secondo la Caritas, un bambino venezuelano su otto è malnutrito e a rischio di sviluppare problemi cronici a causa di una dieta scarsa di proteine e micronutrienti essenziali per lo sviluppo. L’amministrazione di Nicolás Maduro ha cercato di risolvere il problema della malnutrizione infantile suggerendo alle famiglie venezuelane di allevare conigli nei loro appartamenti. Peccato che i bambini si siano affezionati ai coniglietti e non li vogliono mangiare. Se la situazione non fosse tragica sarebbe comica.

 

Come la Romania di Ceasusescu

 

Le crisi del debito sovrano sono sempre complicate, ma quella del Venezuela è un casino micidiale. Con i prezzi del petrolio ai massimi storici, Chávez non aveva problemi a indebitarsi sui mercati internazionali, oppure con la Cina e la Russia. Ma quando i prezzi del petrolio hanno iniziato a scendere, il suo successore Nicolás Maduro (Chávez è morto nel 2013) ha iniziato ad avere problemi a finanziare la spesa pubblica e le importazioni. E qui succede una cosa strana. Quando deve decidere se usare le riserve internazionali per pagare il debito estero o importare medicine e altri beni di primo consumo, il governo socialista di Maduro decide di pagare i banchieri di Wall Street. E’ anche questa una scelta folle, come il disavanzo al 15 per cento? Oppure c’è un motivo razionale alla base della decisione di dare priorità ai plutocrati?

 

Da un lato, la decisione di continuare a pagare il debito è legata al fatto che un default sarebbe stato la prova incontrovertibile del fallimento delle politiche bolivariane di Chávez e Maduro. In questo senso, la decisione di Maduro è simile a quella di Nicolae Ceausescu che negli anni Ottanta ha portato l’economia rumena al collasso per raggiungere l’obiettivo di ripagare i debiti esteri. Tuttavia, la decisione di rimandare il default è anche dovuta al fatto che la struttura del debito Venezuelano è molto complicata. E’ per questa ragione che la ristrutturazione del debito venezuelano sarà un casino micidiale.

 

Andiamo per ordine. Nella tipica crisi del debito pubblico c’è un solo debitore (lo stato sovrano, magari con alcuni governi locali) che non possiede attività commerciali importanti al di fuori dei propri confini. In questa situazione, i creditori non possono minacciare di espropriare i beni di un paese che non ripaga i propri debiti perché la maggior parte di questi beni sono all’interno dei confini del debitore. Il debitore è così in una posizione di forza e paga solo se vuole pagare (infatti, è da 35 anni che gli economisti si chiedono perché gli stati ripagano i propri debiti esteri dato che nessuno può obbligarli a farlo, ma questa è un’altra storia). Uno stato che decide di non ripagare i propri debiti esteri, magari perché preferisce importare medicine o tenere le scuole e gli ospedali aperti, deve dire ai propri creditori una cosa del genere: “Guarda, ti dovevo 100, però questi soldi non li ho e quindi ti ripago 60” (la differenza è normalmente chiamata haircut, taglio di capelli). Se l’offerta è ragionevole la gran parte dei creditori la accetta perché non c’è altro che possano fare (esistono dei fondi speculativi, i cosiddetti fondi avvoltoio, specializzati nel farsi ridare il 100 per cento, ma questi fondi hanno successo solo perché possiedono una piccola frazione del debito totale). Il processo è lento e complicato, ma dopo un po’ di tempo si trova sempre una soluzione, che in genere consiste nello scambiare le vecchie obbligazioni con nuove obbligazioni con un valore più basso.

 

Cinque grossi problemi

 

Il caso del Venezuela è più complicato per almeno cinque ragioni. Primo, il debito estero del Venezuela è stato emesso da due entità separate: lo stato sovrano e un’azienda pubblica di diritto privato (Pdvsa). Secondo, Pdvsa ha importanti attività commerciali al di fuori del Venezuela (le petroliere e la società americana Citgo) che potrebbero facilmente essere espropriate dai detentori di obbligazioni venezuelane. Terzo, la presenza di sanzioni contro il Venezuela proibisce ai residenti statunitensi di ricevere nuove obbligazioni venezuelane e quindi non permette di scambiare vecchie obbligazioni con nuove obbligazioni di valore più basso (quasi tutto il debito estero venezuelano è sotto la giurisdizione dello stato di New York). In più, Nicolás Maduro ha dato l’incarico di negoziare con i creditori al suo vicepresidente Tareck El Aissami. Ma El Aissami e accusato di narcotraffico negli Stati Uniti e qualsiasi cittadino americano che esegue una transazione finanziaria con il vicepresidente venezuelano rischia 30 anni di prigione. Quarto, il Venezuela ha grossi debiti con la Russia e la Cina e non si sa quasi nulla sul valore e sulle condizioni contrattuali di questi debiti. Infine, c’è il sospetto che il debito emesso dal Venezuela dopo l’elezione della nuova Assemblea costituente nel luglio del 2017 sia illegittimo, e che un default su questo debito non sia perseguibile nei tribunali internazionali.

 

E’ forse a causa di questa situazione complicatissima che le autorità venezuelane non sembrano avere la minima idea di quello che devono fare. Ci sono due tipi di problemi che vanno risolti. Il primo, la coesistenza di due tipi di debito, è puramente tecnico. Il secondo, le sanzioni e il debito cinese e russo, è politico. Lee Buchheit e Mitu Gulati hanno proposto una soluzione creativa e fattibile per il problema tecnico. Si tratterebbe di far assorbire tutto il debito e tutti gli attivi di Pdvsa dal governo centrale e poi ristrutturare un solo tipo di debito. Dato che una soluzione del genere è anche stata proposta dal sottosegretario per gli affari internazionali del Tesoro statunitense è probabile che il governo americano appoggerà questa proposta.

 

Ma le sanzioni rendono qualsiasi ristrutturazione quasi impossibile. Per questo problema ci sono due soluzioni. Nella prima, il governo statunitense allenta le sanzioni e Maduro delega una persona che non è accusata di traffico di droga come negoziatore. La seconda è la fine del regime chavista. Dato lo stato di confusione dell’opposizione venezuelana questa seconda opzione sembra poco probabile, ma è bene ricordarsi di cosa è successo in Romania a Ceausescu.

 

* Graduate Institute of International and
Development Studies, Ginevra

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Commenti all'articolo

  • mauro

    14 Novembre 2017 - 19:07

    Al Graduate Institute of International and Development Studies socialismo reale e sovranismo sono considerati sinonimi? Bene a sapersi.

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