Donald Trump (foto LaPresse)

Riscossa a sinistra in Virginia

Mattia Ferraresi

I dem mostrano che il trumpismo senza Trump non esiste. Buoni segnali in vista del midterm

New York. Dopo una serie di sconfitte culminate in quella, lacerante, che un anno fa ha portato Donald Trump alla Casa Bianca, i democratici tornano ad alzare la testa. Nell’Election day di martedì la sinistra ha infilato una serie di vittorie, fra cui spicca quella nettissima di Ralph Northam in Virginia, uno swing state con aree urbane democratiche e campagne repubblicane dove è andato in scena un obliquo referendum sul trumpismo. Obliquo perché il candidato repubblicano non era della banda anti establishment del presidente. Northam, un medico e veterano dell’esercito sprovvisto di doti carismatiche particolari e dotato invece di consiglieri pasticcioni, ha polverizzato Ed Gillespie, navigatore di lunghissimo corso dell’establishment repubblicano che fra le altre cose è stato lobbista di cause conservatrici, consigliere di George W. Bush e segretario del Partito repubblicano. Gillespie si è fermato a quasi nove punti percentuali dall’avversario ed è stato surclassato nella competizione per l’elettorato più giovane. La parte più crudele della sconfitta è arrivata però dopo l’annuncio dei risultati, quando Trump, forte delle nuove opportunità aperte dai 280 caratteri su Twitter, lo ha scaricato come una zavorra: “Ed Gillespie ha lavorato sodo ma non ha abbracciato me né le cause che sostengo. Non dimenticate che i repubblicani hanno vinto quattro seggi su quattro alla Camera, e con l’economia che fa numeri da record continueremo a vincere anche più di prima!”.

 

Il test della Virginia mostra i limiti della versione crassa e nazionalista del conservatorismo che Trump sta cercando di imporre su tutto il territorio. Gillespie ha cercato di distanziarsi il più possibile dal presidente senza disconoscerlo apertamente, ha ridotto al minimo i riferimenti all’inquilino della Casa Bianca durante la campagna e allo stesso tempo ha inseguito il verbo trumpiano sulle questioni politiche più calde, reinventandosi durissimo stanatore di clandestini e difensore della mobilia sudista dopo una vita passata al centro della big tent repubblicana. Lo spostamento è stato sufficiente per convincere il bacino trumpiano del sud dello stato, ma non per la classe colta dei sobborghi del nord, dove si assiste a un travaso a sinistra dopo che per generazioni la maggioranza ha votato stabilmente repubblicano. Il trumpismo senza Trump non è una ricetta vincente.

 

Per sovrammercato, Gillespie ha rifiutato i servigi di Steve Bannon, l’ex stratega mutilato dalla manovra di smarcamento del suo main sponsor, Bob Mercer, che lavora giorno e notte per rinfocolare la guerra civile del partito in vista delle elezioni dell’anno prossimo. Dove non ha potuto la forza d’opposizione democratica, hanno provveduto le liti interne. Dopo la giornata di martedì i democratici possono guardare più serenamente al percorso che porta al midterm. La sinistra ha conquistato il governo del New Jersey, che era in mano repubblicana, ha rieletto con maggioranza bulgara il sindaco di New York, Bill de Blasio, e ha ottenuto alcune vittorie da poster elettorale nelle varie elezioni locali: a Hoboken, nel New Jersey, è stato eletto il primo sindaco Sikh, mentre nell’Assemblea legislativa della Virginia è passata Danica Roem, la prima transgender a occupare un ufficio pubblico nella storia dello stato. Roem è anche giornalista e canta in una band heavy metal, dettagli narrativi spendibili per un Partito democratico in affanno che martedì ha iniziato a liberarsi di alcuni cattivi pensieri.

Di più su questi argomenti:
  • Mattia Ferraresi
  • Nato nella terra di Virgilio e cresciuto in quella di Tassoni, ora vive nel quartiere di Tony Manero. E’ il corrispondente dagli Stati Uniti. Ama, con il necessario distacco penitenziale, il Lambrusco e l’Inter. Ha scritto alcuni libri su cose americane e non, l’ultimo è “La Febbre di Trump” (Marsilio). Sposato con Monica, ha due figli, Giacomo e Agostino.